(seconda puntata)
di Michele Pinin
Tanto va la gatta al lardo
che ci lascia lo zampino
La nuova sede del giornale splende sullo sfondo del cielo azzurro, primaverile e bellissimo. Un palazzo appena inaugurato. Tre giorni fa. Un edificio bianco con grandi balconi neri che abbracciano la parte sinistra, mentre sul lato destro le finestre piatte e senza cornicioni si confondono con le nuvole. In mezzo, per unire l’edificio costruito a triangolo, c’è un costone di pietra nera, forse lavagna, alto quanto il palazzo, dove enormi ideogrammi bianchi disposti in verticale leggono: Corriere di Tokyo.
Qualche anno fa, alla notizia del cambiamento di sede, tutti i giornalisti e tutto lo staff erano rimasti sconvolti. Il giornale si trasferiva da un’altra parte, anzi più precisamente dall’altra parte della città, dalla periferia al centro. In uno dei centri della metropoli. Il centro giusto per un giornale. Otemachi. È qui che i grandi giornali e le riviste più importanti hanno i loro uffici. L’unico quotidiano che mancava era proprio quello che vendeva di più, così aveva detto il direttore quando aveva riunito il personale per il grande annuncio. Fra 10 e 11 milioni di copie al giorno vende il Corriere di Tokyo. Aveva anche aggiunto che il trasloco era un vantaggio per tutti. Da Otemachi, in pochi minuti, potevano raggiungere le grandi aziende, le ambasciate, i grandi alberghi, le agenzie di stampa. Tutto a pochi passi.
Lo sapeva, il direttore, mentre dava quell’annuncio, che subito dopo sarebbe dovuto correre al tempio e fare un’offerta più grassa del solito. Poteva sentire nel sangue le maledizioni e gli auspici di malasorte che la gran parte dei presenti gli stava regalando. Lo sapeva, il direttore, che lui e gli azionisti avevano deciso per il bene dell’azienda, per il futuro del Corriere, ma non era un bene per quelle facce che ora lo osservavano augurandogli un incidente, un ictus, la malaria, un tumore, l’incendio della casa. Vedeva, negli occhi della maggior parte delle centinaia di persone che erano state convocate nella vecchia lobby della vecchia sede del giornale, una sola domanda. Perché dieci anni fa ci avete convinti a comprare casa dall’altra parte della città, iscrivere i figli nelle scuole dall’altra parte della città, collezionare i punti nei supermercati, grandi magazzini e 24ore dell’altra parte della città? Fra tutti gli impiegati e giornalisti l’unico che non aveva chinato la testa per evitare di incrociarne lo sguardo, mentre lo maledicevano, era stato Morita. Erano della stessa generazione, lui e il direttore. Uno aveva fatto carriera, l’altro si era fermato a capo redattore. La loro amicizia era invece cresciuta per tutti e due con costanza. Detto volgarmente quando il direttore era nella merda, quella vera, chiamava Morita e in segreto si vedevano al solito posto, dove potevano allentare la cravatta e ruttare.
Insomma, il trasferimento dalla sede storica in questo meraviglioso grattacielo triangolare era stato un piccolo grande trauma per tutti, ma adesso Hirose, mentre entrava con al collo il nuovo badge, fra i colleghi vedeva prevalere sul rancore la curiosità per come avrebbero lavorato e vissuto dentro a quel modernissimo triangolo bianco e nero.
- Morita è uscito, torna nel tardo pomeriggio.
A quella risposta Okada avrebbe voluto uccidere Tomita, la segretaria di redazione, neanche più fotterla sulla scrivania mettendole una penna rossa in un orecchio e una blu nell’altro come aveva fantasticato per anni. No, semplicemente farla alzare, portarla sul tetto e buttarla giù con un calcio allo stomaco. Però invece di trascinarla per il polso destro e farle sbattere la testa sui gradini degli otto piani che li separavano dal cielo, ha detto:
- Ho capito, grazie. Mi avverta appena rientra.
Al contrario per Hirose quelle parole – Morita è uscito, torna nel tardo pomeriggio – erano state un sollievo, delle carezze, un cuscino di piume. Aveva tutto il tempo per preparare un file come piaceva al capo, bello pieno zeppo di numeri.
Qualche ora dopo i due compari vengono invitati a sedersi e aspettare nell’ufficio del capo redattore. L’ufficio di Morita è pieno di scatoloni e posacenere. Un brutto segno, abbiamo avuto tre mesi per traslocare. Il capo non sopporta il disordine, la confusione. Il capo sta lavorando a un’inchiesta allora, una tosta. Ci sediamo o aspettiamo in piedi? Okada si guarda intorno a bocca aperta, come fanno i bambini quando fissano qualcosa. Non dice niente.
Rimaniamo in piedi. Osserviamo.
Dietro la scrivania una grande vetrata e la visione a precipizio su una delle arterie della città. Le vertigini. Hirose soffriva di vertigini. Se ne era accorto qualche anno fa in vacanza. Forse non c’è posto peggiore per scoprire che soffriamo di vertigini: il ponte di Tanpani a 3.752 metri di altezza. Un ponte forse non lo si potrebbe chiamare, piuttosto una zattera di legno sospesa nel nulla. Era stato a metà di quel ponte di legno messo a marcire nel vuoto, al centro della catena dell’Annapurna, che il cuore di Hirose aveva preso a pompare con violenza mentre sudava freddo. Non sapeva cosa fare, non sapeva dove guardare.
- Le punte degli scarponi, guarda le punte e vai avanti. Forza.
Era la voce di Okada che camminava dietro a lui. Era un ordine. Per Hirose c’era solo una cosa da fare, obbedire, perché obbedire vuol dire fidarsi di chi, quell’ordine l’ha dato. Adesso però la situazione in quell’ufficio sul vuoto era diversa e Hirose non poteva dare ordini, poteva con rapide occhiate chiedergli di fidarsi e di farla l’inchiesta.
Sulla faccia del compare, però, riposava tranquilla l’assenza. Okada ogni tanto, quando la situazione si faceva difficile, aveva un’arma a disposizione: andare via, lasciare davanti a te solo il corpo e una faccia attenta che sembra ascoltarti e qualche volta annuisce con gli occhi. Lui però non c’è. Chissà dov’è. Era inutile tentare di riportarlo qui, anche strattonarlo, non serviva. Anzi ti guarderebbe di brutto come se lui stesse veramente ascoltando quello che dici. Lasciandoti così più disorientato di prima.
Pochi minuti e inizierà il tramonto. Morita ama lavorare presto al mattino, si alza alle cinque, ma al tramonto smette di lavorare. La sera è tempo di bere, mangiare, lavarsi e dormire. Ogni sera da oltre 40 anni. Il ritmo della felicità, l’appuntamento immancabile con il centro del mondo. Hirose cominciava a vederla male la situazione, forse era meglio prendere Okada per un braccio e scappare adesso che era ancora possibile rinviare l’appuntamento a domani mattina.
Pensava, ma rimaneva immobile. Come sul ponte sospeso in Nepal. Forse era davvero meglio andare a casa, era stanco, aveva i piedi gonfi. Ormai sta per fare buio.
Quando si volta per vedere se il compare è di nuovo qui, si trova davanti Morita. Come ha fatto a non sentirlo entrare? Okada è ancora in piedi davanti alla vetrata, ancora a bocca aperta.
- Cosa fate? Mi aspettate in piedi? Su, sedetevi.
Il capo si siede sulla nuova poltrona e si accende una sigaretta che dopo un paio di boccate lascia morire nel posacenere sulla scrivania, nuova anche quella. Ha la faccia di un uomo soddisfatto della dura giornata di lavoro che sta concludendosi. Il momento peggiore per presentare una nuova inchiesta.
Tutti e due rimangono zitti e lo guardano. Il capo tira fuori il telefonino e gli dice: – sì, ho dato un’occhiata al file che mi avete mandato e non so cosa dire. Certo i numeri sono impressionanti, ma questo professore deve avere avuto qualcosa di strano, era un tipo quanto meno singolare. Okada tu cosa ne dici?
Lo Zippo che Okada, con una sigaretta spenta fra le labbra tenta di far funzionare, è una copia, un falso vero, come lo chiama lui. Si tratta di uno Zippo realmente fabbricato in Pennsylvania, ma poi preso a martellate e con sopra incise delle parole e dei numeri, per farlo assomigliare a una reliquia della guerra combattuta in Vietnam. Lo Zippo abbandonato sul campo di battaglia dai soldati americani, in Vietnam è il souvenir preferito dai fumatori. Adesso però quel falso cimelio che Okada ha comprato a Saigon, una decina di anni fa, è rimasto senza pietrina e così Morita gli allunga il suo, di accendino. Anche questo è uno Zippo, ma autentico, d’argento con le iniziali del capo e di sua moglie. Un regalo di matrimonio dei colleghi giornalisti, un’idea del direttore, anzi di colui che sarebbe diventato il direttore del giornale. Quello sì che era un vero trofeo di guerra, una guerra con la vita, combattuta e vinta da Morita e sua moglie. Ne avevano fatti, educati e laureati quattro di figli.
- Non so quanto strano fosse lo straniero – dice Okada – di sicuro mi sembrano più strani tutti questi giapponesi che passano il loro tempo libero a studiare una lingua straniera. Sembra un’epidemia. E se viene fuori che questo professore era finito nei guai, e che il suicidio non è stato davvero una scelta? Magari è stato spinto o forse è semplicemente scivolato. Il giorno in cui è morto pioveva e sappiamo che quasi il venticinque per cento dei suicidi sono incidenti.
- Chi scivola dai binari e finisce sotto il treno è quasi sempre ubriaco. Lo straniero non aveva bevuto – sottolinea Morita.
E vorrebbe aggiungere: a proposito di bere, una bella birra ghiacciata? È troppo presto, non per bere, ma per la conversazione appena iniziata, perché lo sa che questi due se fanno un’inchiesta è un successo. E allora dice: – forse ne dovrei parlare con il direttore, di mezzo non ci sono solo i giapponesi che studiano le lingue, ma anche uno straniero morto e poi in quel modo.
- Proviamo con il blog.
È Hirose che ha parlato e aggiunge: – Proviamo con il blog usato anche per l’ultima inchiesta. Partiamo dall’opinione dei nostri lettori, quelli più fedeli che ci scrivono regolarmente. Lo chiediamo a loro il perché, anzi i due perché. Possiamo iniziare questo fine settimana.
- Volete pubblicare l’inchiesta nell’inserto del fine settimana, mi sembra di capire. E quindi invitare i nostri a lettori a passare il sabato e la domenica a pensare perché un bianco si sia ammazzato, nonostante tutto il successo che aveva avuto?
- No, non proprio, perché il bianco ci serve solo come esca, il pesce da prendere sono i lettori, farli ripensare a cosa fanno del loro tempo libero, creare una discussione
Morita mentre ascoltava si era girato verso la vetrata. Le ombre stavano risucchiando gli ultimi raggi di sole. Era ora di lasciare l’ufficio.
- Facciamo così, iniziate con il blog, ma per il supplemento del fine settimana ci devo pensare. Va bene?
Sì, dopotutto andava bene. Era un pareggio quello fra i due compari. Okada era contento perché al blog di fatto ci avrebbe pensato Hirose, contento anche lui perché aveva ricevuto l’ok per iniziare l’inchiesta.
つづく






