Calendario di Burogu, Settembre 2014

E` pronto il mese di Settembre 2014 !

Terminata, o quasi, la calda estate giapponese, si torna a scuola e al lavoro accompagnati naturalmente dal Calendario di Burogu!

Immaginea

Come sempre due pagine di calendario, una con i giorni e le festivita` (giapponesi) ed un`altra con un`immagine “alternativa”.

Buon Settembre! :)

Settembre 2014
Retro Settembre 2014

Lavorare per l’università

In questi ultimi due anni la mia vita è cambiata, da qui non si scappa. E, devo dire che, il cambiamento mi ha resa felice (e ha insegnato come sopravvivere con poche ore di sonno a notte, ma questa è un’altra storia).
Però ho continuato a sentire la mancanza di qualcosa: anche se può sembrare strano, mi mancava quella sensazione di smarrimento, che ti prende poco prima di cominciare una giornata piena di impegni, e che ti lascia, a fine giornata, con la gioia derivata dall’essere riuscita ad arrivare indenne fino alla fine. Insomma, mi mancava il lavoro! Ma come riuscire a riprenderselo?
O meglio, come potevo trovare un lavoro che mi permettesse di coprire anche le spese per l’asilo nido? Eh sì, perché in questi anni la nostra famiglia si è ingrandita, e le necessità quotidiane sono molto cambiate.


E mentre mi chiedevo come agire l’occasione è venuta a cercarmi: un amico, sapendo che ero ferma, mi ha passato un’informazione fondamentale. Nella mia zona un insegnante di italiano aveva appena abbandonato, e cercavano un sostituto. Il lavoro era come quello che avevo già svolto altre mille volte, ma la sede era diversa… Non la solita scuola di lingua, né una lezione privata, si trattava addirittura di un’università!


Allora non restava che abbandonare tutti i dubbi, sistemare alcuni problemi logistici, e buttarsi in questa nuova avventura.

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Anche la collocazione era di estremo interesse: già abituata alla vita di campagna, mi si chiedeva un nuovo spostamento in una zona ancora più rurale. Un viaggio in treno di circa un’ora (per dare un’idea: da casa nostra a Osaka impiego circa 35 minuti), una quantità di campi coltivati come non ne avevo mai visti prima, e una quiete incredibile. Io che non sono una grande fan delle megalopoli non avrei potuto sperare in qualcosa di meglio.IMG_5809

 

E così è cominciata: una grande sala, con tanti sconosciuti vestiti in modo elegante, e un responsabile che parla, ci spiega le aspettative dell’università nei nostri confronti, ci suggerisce come insegnare la nostra materia, cercando di interessare gli studenti, e ci spiega ancora tante altre cose. E tutto in un formalissimo giapponese, con le mie gambe che continuano a tremare dopo aver realizzato di essere l’unica insegnante straniera in un gruppo compatto di 256 individui!!
Poi, finalmente, le persone cominciano a rilassarsi, qualcuno viene a presentarsi, e arriva il nostro pranzo (un meeting degli insegnanti con pranzo incluso, non mi era mai capitato!). Entusiasta, dopo essermi scusata per quanto sto per fare (temo di cominciare ad assimilare fin troppo la cultura giapponese, povera me), tiro fuori il mio cellulare e scatto una foto a cotanta magnificenza.


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E allora i miei vicini di tavolo, e anche qualche altro insegnante seduto altrove, cominciano a parlare con me, riempiendomi di consigli utili e chiedendo notizie sulla mia provenienza geografica e sui miei hobby (“Sardegna? Mai sentita, mi spieghi dov’è?” – “Ti piace il calcio? Ho avuto per anni il signor …. come vicino di casa: era un ex giocatore della nazionale giapponese” e così via). Il ritorno a casa, dopo questo primo impatto, avviene in un’atmosfera – quasi – da sogno: sto davvero per entrare a far parte di una realtà del genere?

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Dopo aver capito che i miei colleghi di lavoro non erano poi tanto male, mi restava un altro punto importante da approfondire: i miei studenti! Il loro numero, tanto per cominciare….
“Sono quaranta, forse qualcuno di più, in base ai dati raccolti fino al tuo arrivo”.
“Bene!” (Mentre la mia testa continua a chiedersi come riuscire a gestire una classe così numerosa).

E così passa un’altra settimana e mi ritrovo davanti all’ingresso dell’università, con una borsa piena di libri e una bella tremarella. Il mio unico indizio è il programma adottato dall’insegnante che ha appena lasciato il lavoro: dovendo cercare un sostituto in fretta, i responsabili dell’università hanno già fornito lo stesso programma alla ditta che deve stampare gli annuari per gli studenti (a me hanno detto che “tanto potrai modificarlo durante il periodo in cui terrai il tuo corso”).

Mi hanno dato qualche informazione preliminare: questi studenti sono molto impegnati, e quindi non devo dare compiti da svolgere a casa (ehm…), sono molto seri e non mi capiterà assolutamente di vederli maneggiare un cellulare o simili.

Arrivo fino alla mia classe (quarto piano di un caseggiato, completamente privo di ascensore) e aspetto di incontrare le persone a cui dovrò insegnare (in sedici lezioni) a parlare in italiano.
E loro arrivano, piano piano e in piccoli gruppi. Ho un lunghissimo elenco di cognomi scritti in kanji (aiuto!!), ma per fortuna l’appello si svolge compilando un fogliettino con nome, numero di matricola e nome del corso (e loro, per pietà, compilano tutto in katakana per aiutarmi nella lettura).
Sono giovanissimi! Tranne due eccezioni, l’età media è di diciannove anni

E sono davvero particolari, ognuno a modo suo: c’è il ragazzo sempre sorridente, che dorme appoggiato al banco per gran parte della lezione, c’è la ragazza che disegna caricature sul retro delle schedine di presenza, ancora c’è il perfezionista, che non capisce poi molto della lezione, e passa il tempo a dire che scrivo male (in giapponese, sigh…), la ragazza timidissima che non alza mai lo sguardo dal suo foglio e risponde con una voce impercettibile, I fidanzati che coprono a vicenda le loro assenze, e così via.

Quanto capiscono delle mie lezioni? Difficile dirlo con esattezza, dipende moltissimo dal loro grado di interesse e dalla partecipazione a quanto facciamo. In ogni caso lo scoprirò molto presto, il test finale li attende alla meta’ di settembre!!

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Non vi svelo come andrà a finire il mio primo corso universitario: non lo so e non potrò saperlo fino a fine settembre. Ma vi lascio con qualche osservazione su tutto l’insieme.
Lavorare in Giappone non è mai semplice, pur conoscendo la lingua e continuando a proporsi alle varie istituzioni che interessano. Quando si comincia qualcosa di nuovo bisogna cercare di mettere da parte le paure, e partire con spirito d’avventura: qualche volta andrà bene, altre volte no, ma ogni esperienza rappresenterà un arricchimento professionale e una grande soddisfazione.
E – lungo la via – mai dimenticarsi di apprezzare tutte le piccole cose che riuscite a individuare, e che permettono di conferire a tutto l’insieme una connotazione maggiormente positiva.
Se vi state chiedendo quali sono state quelle piccole sorprese che mi hanno aiutata a ambientarmi in questi mesi di corso ve lo dico volentieri: colleghi serissimi ma gentili, pazienti e sempre disponibili, che mi hanno introdotta nel “meraviglioso” mondo della burocrazia universitaria giapponese. Inoltre, quando sono andata al colloquio pre-assunzione, appena arrivata alla stazione, ho scoperto che esisteva un Mister Donut proprio lì! Di fronte a quello spettacolo ho deciso che dovevo avere questo lavoro, e così è stato, ahah!!IMG_5936

30 anni fa (ovvero i documenti segreti della diplomazia giapponese)

Non saprei se categorizzarli sotto la pomposa dizione di “Segreti di Stato”, ma di fatto anche il Giappone, o meglio il suo Ministero degli Esteri, passati 30 anni di regola rende pubblici i documenti diplomatici fino a quel momento vincolati dall’obbligo di segretezza. La prima volta nel 1976, appunto più o meno a trent’anni dalla fine della seconda guerra mondiale. I documenti precedenti sono già consultabili presso il Japan Center for Asian Historical Records – National Archives of Japan (http://www.jacar.go.jp/).

Ebbene, il 24 luglio è stata desecretata una serie di documenti (86) che, se non altro per la loro capacità di riproiettarci indietro nel tempo ma anche farci percepire quanto da quegli eventi dipendono molte delle condizioni e delle tematiche odierne, meritano – forse – un po’ d’attenzione. Qui il link al loro riassunto (in giapponese) http://www.mofa.go.jp/mofaj/files/000046129.pdf

Il più sfizioso è sicuramente quello che risponde a una domanda che forse qualcuno si è già posto: l’Imperatore e l’Imperatrice posseggono un passaporto? (cioè: le Loro Altezze Imperiali vengono giudicate da un organismo di controllo idonee o meno a viaggiare all’estero? Devono sottoporsi a una trafila di controlli, anche se solo di forma, per entrare in un paese straniero?).

Ovviamente no. Però il problema il Ministero degli Esteri e l’Ente della Casa Imperiale se lo erano posto, in occasione del primo viaggio all’estero del “Tenno”, in Europa, nel 1971. Le note scambiate conclusero però che sarebbe stato gravemente inappropriato in rispetto del “sentimento tradizionale del popolo giapponese” 伝統的な国民感情から見て「」極めてふさわしくない.

Come nota di colore, magari si potrebbe aggiungere che di quel viaggio, a preoccupare le autorità giapponesi fu soprattutto l’Olanda in quanto nei confronti del Giappone vigeva un approccio quanto meno caustico. Ad esempio? Beh, per certa stampa il fatto che il programma per l’Imperatore prevedesse una visita allo zoo e quello per la sua consorte una visita a una pinacoteca, lasciava intendere che Sua Altezza Akihito preferisse le scimmie a Rembrandt.

Ma la carne al fuoco, a fine anni ’60 inizi ’70 era ben altra.

Imperatore Hiroito e consorte mentre ammirano nel '59 il "Ritratto di fanciulla giapponese", di Edmond Aman-Jean

Imperatore Hiroito e consorte mentre ammirano nel ’59 il “Ritratto di giapponese”, di Edmond Aman-Jean, nell’appena inaugurato Museo Nazionale di Arte Occidentale di Ueno.

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Il Sahōshū (作法集) ovvero il manuale di condotta e buone maniere aziendali ( di Matteo Scaravelli)

Molti lettori italiani di Burogu avranno di sicuro sentito parlare anche in Occidente, e la maggior parte delle volte in termini spregiativi e denigratori, del cosiddetto “toyotaismo”/ “aziendalismo” nipponico. Il concetto di appartenenza ad un gruppo (in giapponese shozoku 所属) risulta in effetti radicato a tal punto in questa società da dare spesso origine a dettagliate codificazioni comportamentali, sahōshū appunto, che ogni neoassunto in una ditta del Sol Levante ha il dovere di digerire nei primi mesi di attività lavorativa. Premettendo che vi sono molte eccezioni e che le ditte più piccole non hanno di solito il tempo e le risorse da dedicare a simili opere di formazione interna (indottrinamento?), il sottoscritto, il quale ha dovuto anch’egli sottoporsi alcuni anni fa ad un esame in materia presso la ditta dove attualmente lavora, ha avuto di recente tra le mani un esempio di sahōshū talmente dettagliato, rappresentativo e a suo modo esilarante da ritenere addirittura un dovere condividerne alcune parti con i suoi connazionali, soprattutto con quei “novizi” che non hanno ancora vissuto a lungo qui e che si dichiarano acriticamente yamatofili.

Dovrò tacere il nome della ditta che lo ha compilato, limitandomi a dire che si tratta di un nome arcinoto a livello internazionale. Il sahōshū in questione consiste di quasi quattrocento articoli/regole distribuiti su una cinquantina di pagine e suddivisi in una dozzina di sezioni: 1) condotta al telefono 2) condotta durante i meeting con i clienti 3) come si scrive una email di lavoro… eccetera, eccetera, eccetera.

Ho qui deciso di estrapolare semplicemente una decina di questi articoli e di tradurli all’impronta in italiano. Buona lettura! Saranno graditissimi i vostri commenti.

  1. Quando arriva una telefonata in ditta dall’esterno bisogna fare a gara a chi alza per primo la cornetta. Fare aspettare un cliente al telefono è altrettanto scortese quanto farlo aspettare in una sala. Di solito si dice che bisogna alzare la cornetta al più tardi tra la fine del terzo squillo e l’inizio del quarto ma è molto meglio rispondere massimo al secondo squillo. Se poi si riesce a rispondere al primo squillo il cliente riceverà un’ottima impressione di dinamicità e voglia di lavorare da parte della ditta. Se per qualche malaugurata circostanza si fa squillare il telefono per ben quattro volte bisogna poi assolutamente scusarsi con il cliente per averlo fatto aspettare.

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Hiroshima Okonomiyaki – la ricetta

Questa è la ricetta dell’okonomiyaki di Hiroshima che mi è stata insegnata alla ditta Otafuku Sauce di Hiroshima.

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Innanzitutto per fare un buon okonomiyaki bisogna avere una buona piastra elettrica, ma va bene anche una padella resistente o un “testo” per la piadina. La temperatura della piastra preriscaldata all’inizio deve essere sui 180°C, aumentare a 250°C quando si arrostisce la carne, e poi ritornare a 180°C.

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Gli ingredienti usati nella lezione di cucina sono: 1 uovo, cavolo cappuccio affettato sottilmente, germogli di soia, un piccolo porro affettato, ikaten (fiocchi di calamari fritti essiccati), fettine di maiale sottili, una confezione di pasta fresca (udon o soba per yakisoba), salsa per okonomiyaki e alga aonori.

La quantità degli ingredienti varia a seconda dei gusti, ma in genere gli strati devono essere belli spessi, poi, cuocendo, l’okonomiyaki si assottiglia..

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