Pensieri Analogici: Analogica_Mente

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Un altro motivo per cui scatto in analogico è questo strano senso di non eterno che si ha con la pellicola. Un negativo magari dura per sempre, o magari dura più di un file digitale. Così si dice. Mah, non è questo ciò di cui mi interessa scrivere. Il fatto è che il film sta sparendo. Almeno per ora sembra che sia così e di sicuro ci son molte meno pellicole rispetto a 10 anni fa. Ogni tanto mi capita di vedere un rullino, qualcosa che non ho mai scattato e son curioso. Lo compro, lo provo, se mi piace, magari cerco di capire se la sua fine è vicina o no.

La verità è che son rimasto fregato con i Solaris. Un giorno ne ho preso uno per caso. Era ancora l’inizio di questa riscoperta analogica. Mi ricordavo la scatola, la confezione, dai tempi in cui facevo foto da ragazzo (almeno vent`anni fa). Chissà perché per uno sciocco pregiudizio pensavo non fosse granché. Cioè si lo so perché. Era nello scaffale con gli altri LOMO film e la stessa persona del negozio mi ha messo in guardia sul fatto che fosse un “Toy Film”. E vabbè, pazienza, non c’era altra scelta che mi paresse appetibile e l’ho preso. E son rimasto positivamente colpito dal risultato. I colori son davvero saturi, vivi. In particolare la resa del rosso è gradevolissima. Solitamente viene fuori davvero sparato da diversi film. Nel Solaris è saturo ma non sovra saturo, gradevole.

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E poi non so, c’è questa cosa che è della Ferrania, una ditta italiana, che mi riempie di uno stupido orgoglio campanilistico. Davvero non sono uno di quelli che vantano a priori tutto il made in italy, ma per la Ferrania c’ho sta cosa. Una sorta di cotta adolescenziale, e quindi adesso mi tocca andare in giro, sperare che esista un qualche negozio che ne ha un paio di rulli rimasti. Che quando li vedevo sino ad un paio di mesi fa nei negozi mi dicevo “ma si. È un bel film, ma lo compro dopo, oggi provo un Velvia, o un Provia, o il Portra” e così via. Ed invece, adesso non lo trovo più, perché non lo sapevo che mi sarebbe piaciuto di più rispetto ad altri, perché non lo sapevo che non lo facevano più e che la Ferrania aveva chiuso i battenti. E adesso li hanno riaperti e non vedo davvero l’ora di provare il loro “nuovo” film.Solaris 2 (2 of 5) Insomma, è questa sensazione di cose che passano, di film che spariscono, che da un aspetto romantico al tutto. I risultati? Ma si, ovvio che sono importanti, ma come sempre si dice, non è solo il posto dove vai, è anche il viaggio, e a volte il viaggio è meglio del posto. Che poi se si dice che ci piace viaggiare, ci sarà un motivo. Mica diciamo mi piace stare in un altro posto. È il viaggiare che ci attira. Ma sto divagando, anche se con un senso, perché viaggiare è, in fondo, come comprare il film, bisogna sceglierlo per l’occasione, perché pensiamo che ci sia il sole, o le nuvole, perché pensiamo che oggi faremo magari qualche ritratto in più o un sacco di verde o magari dovremo fotografare angoletti bui. Allora prendiamo qualcosa in bianco e nero e lo tiriamo a 1600, o magari facciamo che stiamo fuori al sole e alla luce e quella zona è così fascinosa, che con un Ektar viene proprio bene. È questo che manca al digitale, per me. Lo scegliere prima, la preparazione. Almeno, io lo vivo così. L’ho scritto anche altre volte.

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Che poi son sempre stato terribilmente attaccato a questo genere di cose. Quando è “uscito” il cd, nella mia piccola città dove non si trovava mai un cazzo che uscisse dal main-stream, facevo i giri dei negozi che mettevano in saldi i dischi in vinile, e ci frugavo, in quelle pile polverose, a cercare qualcosa che valesse la pena di essere comprato. E se vedevo qualche copertina o nome intrigante, cercavo di capire chi erano e che facevano. E così ho fatto anche per il solaris. Mica lo so perché. Per il fascino delle cose antiche? Vecchie? Per rimanere attaccato al passato? Non credo, se ci penso al perché mi viene in mente che son cose per le quali bisogna andare lenti, andare piano. Che correre e andare forte a me non mi è mai piaciuto.

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E così a mettere una scheda, accendere e fare 300 foto ci vuole anche una sola ora. Ma se prendo una delle mie amatissime ferraglie no. A volte sbuffo quando non riesco ad agganciare il film e ci devo provare un paio di volte, messo giù in mezzo alla strada, con la borsa per terra, attento che non ti perdi niente, che sei distratto. E tutto intorno le persone, corrono e sento che mi guardano, o forse non mi guardano, ma io sto infilando quella linguetta. Poi chiudo, poi scatto un paio di volte, che prima coprivo la lente perché tanto che vuoi che venga fuori, ma poi ho scoperto che Daido Moriyama ci ha fatto una mostra, o un libro con le foto di quando iniziava il rullino, ed alcune erano estemporanee, irreali, fantasmi di luci ed ombre. E allora lo faccio anche io, ed ogni santa volta che metto un rullino a questa cosa io ci penso. Poi chiudo, poi riavvolgo, sento che sia agganciato. Mi è capitato che arrivato a 37-38-39 e maledizione il rullino non era agganciato e ho perso tante foto. E questo solo per mettere il rullino.

Solaris 1 (5 of 7)Che poi, sta cosa che ho perso tutte le foto, mi ha anche dato una lezione di vita, che da allora porto sempre con me. Con il digitale mi arrabbiavo, sinché la foto non veniva rimanevo li, a sudare, a pensare, a modificare. Invece ora vedo quello che ho davanti, lo annuso, lo apprezzo, penso a cosa mi piace, a come faccio a metterlo su un pezzo di roba chimica da 24×36. E me lo godo, e poi scatto la foto, e a volte la foto non viene, e pazienza, intanto l’ho vissuta quella cosa, l’ho vista, me la son goduta. Io c’ero! E se ci credete bene, sennò la foto per provarlo non ce l’ho che mi si è spostata la ghiera degli ISO ed è venuta che sembra il paradiso terrestre, una roba tutta bianca che non si capisce un cazzo, ma pazienza. Non condivido la foto, perché non posso, ovvio. Ma hey, se vuoi te lo racconto, perché per provare a fotografarlo me lo sono prima studiato, me lo son goduto, l’ho visto. Solaris 2 (4 of 5)L’ho visto con gli occhi, con la mente e con il cuore, e quando ho perso il primo rullino di foto, o quella foto, maledizione, non è venuta, beh, non era poi la fine del mondo. Mi son accorto che quando le facevo con la digitale, era più l’ossessione di fermarla da qualche parte quella scena, per poi poterla ricordare, che viverla. Magari per voi non è così, ma per me si. E ho pensato a quanto fosse ridicolo vivere una cosa bella con l’apprensione di doverla immortalare per poi “godersela” una volta a casa con calma. Per poi goderne della sua riproduzione. Senza odori, senza rumori, senza vita. E quindi adesso non è più così e di tutte le foto che mi piacciono mi ricordo che ora era, se c’era freddo o caldo, se stavo bene, se il sole era caldo o il vento era gelido.

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E insomma, ecco perché la digitale è sempre più na roba pesante che rimane spesso a casa. Adesso ho preso una Ricoh GR II, e con quella mi sto divertendo. Ma questa è un’altra storia.

A proposito, la mitica Ferrania riapre i battenti tra poco! Hanno lanciato una kickstarter per raccogliere gli utlimi “spicci” e far partire la produzione di un “nuovo” film. Se volete, date uno sguardo. Io sono uno dei 500 felici possessori di uno dei rulli numerati della prima produzione! Yeah!

Sei anni di Giappone

Il tempo passa, la vita scorre e, qualche volta, non ce ne accorgiamo subito. Ma oggi è un giorno adatto per fare dei bilanci (uh se mi sentisse l’insegnante di ragioneria, quanto li odiavo da studente!!)

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Sei anni fa, in questa giornata, sbarcavo da un volo Finnair a Osaka. Non era la prima volta, ma questa era molto diversa da tutte le precedenti. Se prima ero sempre arrivata in Giappone da turista, impiegando al meglio il mio tempo limitato, questa volta avevo un margine di manovra molto più ampio.
E tutto questo grazie al mio visto di studio: una grossa etichetta, attaccata al mio passaporto, che diceva a tutti “lei per un anno (poi sono diventati diciotto mesi)” può restare qui con noi”.

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Non sapevo che cosa sarebbe accaduto dopo questa scadenza, c’era anche il rischio di tornare in Italia e ricominciare tutto da capo: lavorare, risparmiare, comprare (un nuovo biglietto) e incontrare la persona con cui dividevo (e divido) il mio cuore.

Sì, perché – giusto per essere originali – anche io sono arrivata in Giappone per motivi sentimentali. Avevo un lavoro da insegnante precaria in Italia, ma buone prospettive nella regione in cui avevo scelto di spostarmi (il Veneto). E il lavoro mi piaceva. Ma nello stesso tempo sapevo che, anche se appagante, la mia vita così non era completa.
E io volevo andare a vivere in Giappone.

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La scuola di giapponese.

Il mio primo obiettivo era quello di imparare la lingua. Avevo già fatto qualcosina per conto mio, ma ogni volta che mi fermavo in Giappone per studiare, tutto spariva come neve al sole al ritorno in Italia. Ero determinata, uno dei motivi del mio viaggio in Giappone era proprio la ricerca di una dimensione che potesse fare al caso mio: cercare di vivere in questo paese, e trovare il modo di farlo senza rinunciare alle cose che amo sia per il lavoro che per il resto.
Ma, devo dirlo, all’inizio è stata proprio dura!

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Certo, non mi mancavano le lezioni private di italiano, che mi permettevano di far pratica e di costruirmi un mio modo di insegnare adatto a uno studente giapponese. Ma non trovavo il coraggio di lanciarmi nel grande mondo del lavoro… Telefonare quando si trova un annuncio, andare a un colloquio e spiegare come mai quel posto, e nessun altro, è quello a cui aspiri da tutta la vita (si fa per dire, naturalmente).
Avevo cercato, ovviamente, di propormi alle scuole di lingua, ma con scarsi risultati: le scuole privilegiano le persone che vivono più vicine, a cui devono pagare spese di trasporto inferiori, e non c’è più questa grande richiesta di insegnanti di italiano in Giappone, come qualche anno fa.

E così non sapevo bene cosa fare…
In questo punto della mia vita entra, quasi per caso, il lavoro di insegnante di italiano online. Per puro caso, avevo trovato un annuncio su una pagina web per stranieri (
www.gaijinpot.com), e avevo inviato la mia candidatura. E così nell’arco di un paio di giorni mi rispondono, con la richiesta di fornire un mio account skype (“Skype? Ma che cos’è?!?”) per un colloquio introduttivo col titolare della ditta.

È stato, indubbiamente, il colloquio di lavoro più strano a cui abbia mai preso parte: vestita di tutto punto, a rispondere alle domande che mi arrivavano da Tokyo, semplicemente seduta a casa mia.
Il colloquio era andato bene, e dopo poco tempo ho cominciato a ricevere prenotazioni per lezioni! Non erano tantissime, ma da allora sono diventate un appuntamento fisso per le mie serate in casa. E non sottovalutiamo il benefico effetto rasserenante che esercitano sul mio conto in banca!

Certo, quel lavoro da solo non bastava, ma almeno avevo ripreso un po’ di coraggio.
Dopo il mio primo lavoro a contratto, ho trovato, quasi subito, il secondo: le circostanze sono piuttosto particolari, ma se volete vi racconto.

Per pubblicizzare la propria attività e cercare persone interessate a lezioni private di lingua, gli stranieri in Giappone si servono di una serie di siti dedicati proprio a questo settore.
Un giorno ho ricevuto quella che sembrava una semplice richiesta per una lezione privata. Il luogo era molto vicino a casa mia e ci sono andata volentieri. Però, e questa è stata la prima sorpresa, all’appuntamento si era presentata una persona vestita di tutto punto, che mi aveva invitata a definire i dettagli del mio lavoro “a scuola”. “Eeeeh? A scuola?”, “Devo aver capito male”. Mentre pensavo questo siamo arrivate davanti a una scuola di lingue!

La titolare mi ha spiegato, poi, che la ricerca di insegnanti italiani in zona non aveva dato nessun risultato, costringendoli a rivolgersi ai siti per lezioni online. Loro preferivano restare sul vago per fare una prima selezione dei candidati che intervistavano, ma continuo a pensare che il loro sistema non sia stato molto ortodosso!
Anche in questo caso il colloquio è andato a buon fine.

Ma pur avendo due contratti di lavoro, e molti studenti privati, questo non mi bastava per un visto di lavoro, e il mio visto studentesco stava per scadere!!

E allora, un po’ inaspettatamente, in casa abbiamo cominciato a parlare di matrimonio.

Dopo questa svolta, il resto della mia vita ha preso forma giorno dopo giorno: insegnante di italiano, casalinga nei ritagli di tempo, e – da due anni – mamma di un piccolo terremotino italo/giapponese.

Prima del parto il lavoro mi ha regalato dei momenti indimenticabili, soddisfazioni che mi hanno dato la spinta per non fermarmi mai, anche nei momenti di maggiore difficoltà (giusto per dire una cosa ovvia, lavorare all’estero e cercare di farlo nel campo che si preferisce, non è per niente facile).

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Ora ho nuovi motivi di soddisfazione, da accoppiare ai risultati lavorativi in netto miglioramento.
Ho imparato a conoscere il posto in cui vivo, a risolvere i problemi che qualche volta bussano alla porta, e ho fatto amicizie vere e importanti, che sono un piccolo tesoro. Parlo con gli sconosciuti, che – per un motivo che rimane ignoto – trovano naturale rivolgermi la parola per strada: questo mi succedeva anche in Italia, e da quando ha cominciato a capitare anche in Giappone mi sono sentita veramente a casa mia.

La vita è una fatica, dormo poco e sogno una giornata tutta per me, ma se qualcuno mi chiedesse “Sei felice?” io potrei rispondere solo in un modo: “si”.

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Calendario di Burogu, Ottobre 2014

E` pronto il mese di Ottobre 2014 !

Prime foglie rosse e colori dell`autunno giapponese sul Calendario di Burogu!

Come sempre due pagine di calendario, una con i giorni e le festivita` (giapponesi) ed un`altra con un`immagine “alternativa”.  Benvenuto all`autunno con Burogu!

Buon Ottobre! :)

Ottobre 2014
Retro Ottobre 2014

 

Pensieri Analogici: Osaka, le zone che non sai. Parte 3/3.

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Le lattine vengono raccolte e poi vendute, circa 80Y al chilo.

Ritorno nell’Osaka che sappiamo, mi fermo a pranzo dai miei amici al Circo Mitali`. Gli racconto la mia mattinata, e del posto in cui son stato, e che posto. A quanto pare si chiama Nishinari, mi dicono che è una zona considerata parecchio pericolosa, e non ho ragione di dubitare. Dopo anni di Giappone so bene che la percezione che si ha qui di cosa sia pericoloso o meno, è ben diversa da quella che si ha in altri posti, ma in questo caso non ne ho dubitato nemmeno un po’.

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Rientro a casa e cerco un po’ di cose su questo Nishinari. E qualcosa salta fuori. Nishinari è uno dei 24 distretti che fanno parte della città di Osaka. La zona in cui son stato viene chiamata con il suo vecchio nome, Kamagasaki. A quanto pare viene di proposito omessa dalle mappe turistiche. Almeno così era sino ad un po’ di tempo fa.

Innanzitutto i senzatetto, quanti sono? E come si posiziona il Giappone nella classifica dei senzatetto?
Per la prima domanda ho trovato un dato forse un po vecchiotto, ma tanto per avere un`idea. I senzatetto nel mondo dovrebbero essere intorno ai 100 milioni, dai 20 ai 40 milioni nelle zone urbane ed il restante nelle zone rurali. I paesi con il numero più alto sono posti come il Brasile, con 20 milioni, l`India con 78 milioni, e così via. In Giappone siamo fortunatamente lontani da quei numeri, dovrebbero essere intorno ai 25000, con circa 6000 a Tokyo e 7000 a Osaka. In Italia, tanto per far un paragone nostrano, sono circa 17000, con Roma che ne ospita da sola 7000.

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Si sa che i quartieri più poveri sono quelli dove si incontrano più facilmente persone che vivono ai margini. Ma nell`area che ho visitato erano decisamente tanti, per la mia esperienza. Mi ha dato l`idea di un vero e proprio quartiere di emarginati, un vero e proprio ghetto.

Torniamo indietro nel tempo, seguendo link, pagine notizie, sono arrivato ad un fotografo. E` il 1950 ed il giovane fotografo Seiryū Inoue (井上 青龍) si sta facendo le ossa come fotografo documentarista. Nel 1960 fa la sua prima esposizione personale, il titolo? “The Hundred Faces Of Kamagasaki”. Un reportage sulle persone che vivevano nella zona. Nel 1960 un certo Daido Moriyama approderà allo studio di Seiryū. Moriyama sarà sempre grato a Seiryū per averlo spinto sulle strade, a fotografare quello che vedeva ogni giorno, sino a sviluppare il suo inconfondibile quanto controverso stile.

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Insomma già nel 1960 Kamagasaki e Nishinari erano quartieri che ospitavano senza tetto. La maggior parte di queste persone erano lavoratori edili, approdati dalla zona rurale durante il boom dell`edilizia, l`epoca delle grandi infrastrutture. Nel 1970 si sarebbe tenuto l`EXPO a Osaka e questo attirò ancora più lavoratori. Dopo quell`evento il lavoro cominciò a scarseggiare, sempre di più. E in un modo o nell`altro, centinaia di lavoratori che nel tempo avevano abbandonato la vita di campagna per il miraggio della città, rimasero come intrappolati lì, a Kamagasaki. Le cose continuarono a peggiorare, il numero di senzatetto sembra essere aumentato di continuo da allora. Ma non ci sono solo senzatetto. A Kamagasaki c’è anche la più alta concentrazione di “daily labor” (lavoratori giornalieri) di tutto il Giappone. Si stima che circa 21000 persone vi si rechino ogni giorno a cercare il loro impiego quotidiano seguendo le interminabili code dai datori di lavoro, ogni mattina.

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Questo fa si che i prezzi della zona siano veramente bassi. Alloggi chiamati Doya, possono costare intorno ai 400-800Y per notte. Per questo motivo la zona sta attualmente diventando parecchio popolare tra i “backpackers”. In effetti ogni volta che ci sono andato ne ho sempre visto parecchi in giro.

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Non solo sono posti economici, ma anche discreti. E` possibile spesso fermarsi a dormire senza che nessuno chieda uno straccio di documento. Questo permise a Tatsuya Ichihashi, ricercato con l`accusa di omicidio dell`insegnante inglese Lindsay Ann Hawker, di rimanervi nascosto per un lungo periodo di tempo durante i suoi 31 mesi di latitanza. A Nishinari trovò lavoro in una compagnia edile e riuscì a eludere la caccia all`uomo per diversi mesi, vivendo nel più assoluto anonimato.

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La raccolta di cartoni è un altro lavoro che spesso fanno i poco abbienti. Viene pagato intorno ai 300-500Y al giorno.

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A marzo dell`anno scorso è stato presentato all`Osaka Asian Film Festival un film del regista Shingo Ota, intitolato “Fragile”. Il film e` ambientato proprio a Kamagasaki, e le autorità hanno chiesto al regista di tagliare alcune scene, determinate parole (come ad esempio Doya e qualche altra) e rimuovere tutto ciò che avrebbe potuto far riconoscere l`area di Kamagasaki. A leggere i commenti dell`autore, il film ha ricevuto forti censure nel tentativo di seppellire questa realtà`, di nasconderla sotto il tappeto insomma.

Tornando ancora una volta indietro nel tempo ho anche scoperto che Kamagasaki fu teatro di durissime rivolte e ancora più dure rappresaglie da parte della polizia. La prima nel 1961, uno dei lavoratori giornalieri venne investito da un taxi, e lasciato agonizzante sull`asfalto, l`ambulanza arrivo dopo moltissimo tempo, quando ormai non c`era più niente da fare per l`uomo. Per gli abitanti di Kamagasaki si trattava dell`ennesima discriminazione nei loro confronti, la scintilla che faceva scoppiare il bubbone ormai gonfio della sfiducia nei confronti dello Stato, dell`autorità. Gli scontri durarono due giorni e furono molto violenti. La 1961 al 1973 ci furono ben altre 21 rivolte. Un`altra degna di nota accadde ancora nel 1990 (leggete anche qui), quando saltò fuori che un poliziotto della zona intascava mazzette da una famiglia di Yakuza, nota per sfruttare i lavoratori della zona. Anche in questo caso, rivolte e sanguinosi scontri con la polizia, circa 1000 rivoltosi e 1500 poliziotti vennero coinvolti, con oltre 100 poliziotti che subirono da lievi a più gravi ferite. Interessante notare che dopo i primi momenti che videro coinvolti solamente i lavoratori giornalieri e i senzatetto della zona, si unirono alla rivolta anche gli studenti delle scuole superiori che avevano abbandonato gli studi. Per finire, una molto più recente è avvenuta nel 2008, quando a seguito di una discussione in un ristorante, un membro della comunità locale è stato prelevato dalla polizia vittima di un violento pestaggio da parte di quest` ultima. In questo caso le proteste e gli scontri durarono 6 giorni. La cosa ugualmente interessante, almeno per me, è che i motivi scatenanti riguardavano sempre e solo singole persone, ma le rivolte accorpavano insieme tutti i cittadini di Kamagasaki, accendendo la scintilla per far scoppiare il malcontento in cui si vive nella zona.

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Foto scattata all’alba a Namba.

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Per chi volesse approfondire ancora, nel 2007 venne girato un documentario, “Nishinari Mapping the Future”, della Zakka film (未来世紀, ニシナリ di Yukio Tanaka 田中幸夫 e Tetsuo Yamada 山田哲夫).

Ho messo il link a molte delle fotni che ho usato per scrivere quest`ultima parte. Ancora molte notizie le ho prese da questo blog, con un post scritto in due parti, parte 1 qui e parte due qui. Altre notizie potete trovarle da voi, ci son diversi articoli sull`argomento, stessa cosa per il video sulle rivolte che potete trovare su youtube. Una breve storia di Kamagasaki la trovate in questo pdf, le illustrazioni rendono bene l’idea di ciò che si racconta.

Il viaggio nei sobborghi di Osaka e` finito. Spero di avervi fatto scoprire qualcosa di nuovo, e sotto certi aspetti  interessante. Il Giappone è pieno di bellissimi posti, soprattutto qui nel Kansai, con Kyoto e Nara a far da protagoniste per le mete dei turisti. Dopo svariati anni di vita ad Osaka, ed aver visto tanti bei posti di questa città, guidato photowalk per oltre un anno e mezzo facendo scoprire angoletti nascosti anche a chi qui ci vive da parecchio, ho voluto raccontare qualcosa di diverso. Non mi son sentito particolarmente orgoglioso di quello che facevo, non mi son sentito per niente contento o soddisfatto quando ho finito i miei giri fotografici in quella zona, ma questi posti esistono, e forse sarò anche un pochino moralista o clichè, ma mi andava di farlo sapere anche ad altre persone. Non penso che chi venga qui come turista (ma neanche chi ci vive) debba andare a vedere con i propri occhi, ma semplicemente sapere di queste realtà credo sia importante.

Un articolo molto interessante che fa riflettere su che cosa sia giusto o meno fotografare lo trovate a questo link, vi consiglio di leggerlo.

nishinari 2 (3 of 3)Fine Parte 3.

Parte 1, Parte 2.

Il primo bianco

(puntata 36) di Michele Pinin

                                                                                   Qui lui viene trattato come un ospite

La prima volta è meglio di mattina. Magari nelle mezze stagioni, a metà settembre o in aprile. In quelle belle mattinate con il cielo azzurro, il sole forte e non troppo caldo. I giorni migliori sono lunedì, martedì e mercoledì.
Elemetti era stato fortunato e gli era successo proprio un martedì mattina. Alle otto, sulla pensilina della linea Odakyu, alla stazione di Shimokitazawa in direzione Shinjuku, aveva assistito per la prima volta al rush hour. Non aveva ancora chiara la differenza fra l’ora di punta e il rush hour, troppo pochi i giorni trascorsi dal suo arrivo sull’arcipelago.
Era vestito a festa perché era stato subito obbligato a cercare un modo per cucire il pranzo con la cena e lo aspettava un’intervista con la proprietaria di una scuola di lingue. Al contrario di molti dei suoi coetanei stranieri, non aveva una borsa di studio o soldi di famiglia, la mattina doveva alzarsi per andare a caccia di qualche ora di lezione. Il poco denaro con cui era atterrato si era sciolto come un gelato nel culo di un elefante.
Prima di arrivare aveva letto molto a proposito del rush hour, la cerimonia che si tiene la mattina nelle stazioni della capitale al comando degli annunci, dei fischietti e delle mani inguantate di bianco del personale che spinge le schiene dei protagonisti oltre le porte, dentro i vagoni. Negli articoli si riportava che per gli isolani, la parola “alienazione”, non incuteva sconforto perché l’avevano sostituita con “appartenenza”. La psicoanalisi era stata abbattuta sul nascere. Sentirsi una piccola vite di un enorme ingranaggio, non provocava depressione o tristezza, quanto la sensazione di fare parte di un destino comune. Nei treni stipati non era il caso di lasciarsi andare. Era la realtà delle cose, un fiume che ti offre due possibilità: nuotare la corrente o esserne spazzato via.
Franco non avrebbe mai pensato, quella mattina di aprile all’inizio degli anni 90, davanti alla bellezza e ferocia della cerimonia, che un giorno, quasi un quarto di secolo dopo, avrebbe scelto la seconda di alternativa. Continua a leggere