LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 2


Cominciamo col fugare un paio di (possibili) equivoci.

A dispetto del titolo, in questa serie non si vuole (e non si puote) svelare che cosa sia lo “spirito” giapponese. Non tanto perché inconoscibile (probabile ma poco… stimolante come punto di partenza), quanto perché lo scrivente nutre seri dubbi sulla sua esistenza. O meglio, nutre seri dubbi sull’esistenza di quella informe quanto fascinosa “idea” capace di convincere a scatola chiusa un pubblico di palato (fine o meno, non è importante) come quello del Maurizio Costanzo Show di cui dicevamo l’ultima volta.

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Vincent Van Gogh, “Prugno in fiore” (1887), da un originale di Hiroshige di una ventina d’anni prima… sempre che la datazione possa conservare qualche senso nel caso di stampe, quali sono gli ukiyo-e.

Il secondo possibile fattore sviante potrebbe essere un orizzonte d’attesa da parte del lettore coincidente con una carrellata di salaci e spumeggianti episodi e/o istantanee di esperienze personali o altrui, ammiccanti e ricche di verve. Niente di più sbagliato: la mia sarà un’asettica carrellata sui contenuti dei principali testi scientifici, o comunque con un intento accademico, che hanno contribuito a definire negli anni dal dopoguerra a oggi la corrente di pensiero del Nihonjin-ron.

A ulteriore avvertimento, aggiungo che non sarà nemmeno farina del mio sacco. Per il pane che sfamerà la vostra sete di sapere, i ringraziamenti vanno a Aoki Tamotsu 青木 保 (il nome dopo il cognome, come sempre d’ora in poi in questo testo, à la manière giapponese), antropologo di chiara fama e autore tra le molte altre cose di “L’evoluzione del Nihonbunka-ron” 『「日本文化論」の変容』. L’opera, suggeritami dalla Japan Foundation nel suo sempre valido sito dei consigli per gli acquisti (il flash vi costringe ad andare a cercarla in Japanese Book News→List of Recommended Works→Social Sciences→Sociology & Anthropology) è del 1990, un po’ vecchiotta forse ma uscita in un momento in cui il dibattito sul Nihonjin-ron aveva appena rallentato la sua corsa forsennata, ed era tempo di tirare le somme. Da allora, a parte alcuni fumetti di Kobayashi Yoshinori (e già sento piovere critiche) all’orecchio di un non specialista come me non è arrivato niente che avesse l’aria di essere epocale. Mi atterrò pertanto al libro di Aoki, sia nella scelta dei testi che nelle analisi. Anche perché se così non facessi, dovrei andarmi a leggere non meno di 2.000 (non è un numero inventato) papelli, tra libri, paper e articoli. Di mio potrò inserire delle improvvisazioni o poco più, ma conto lo stesso sul fatto che molti dei lettori possano riconoscere nelle idee espresse dai vari autori quelle stesse convinzioni che magari pensavamo frutto di una nostra originale osservazione, della nostra esperienza di prima mano, quando invece è probabile che il processo sia stato inverso: l’idea (o meglio l’informazione) ci è entrata in testa precedentemente, e poi noi, sul campo, ne siamo andati a caccia fino al momento in cui abbiamo creduto di riconoscerla riuscendo a piazzare un tassello in più nel puzzle della “conoscenza” di questo paese.

Attenzione: non sto dicendo che l’informazione sia necessariamente sbagliata; sto dicendo che – forse – per quella informazione, potremmo essere debitori di altri, i quali potrebbero non averla intuita da un’osservazione pura e empirica, ma scientemente elaborata per riempire una mancanza, soddisfare una sete bruciante tanto quanto la nostra di conoscenza: quella di un popolo che, costretto da un possente sviluppo economico a un continuo confronto con il mondo esterno, aveva bisogno innanzitutto di fissare i paletti di riferimento della propria identità. E la risposta, allora come oggi, non poteva provenire da cerimonie del tè, ikebana, teatro Nō o Kabuki di sorta. Nemmeno la lingua (come espressione immutabile di una continuità culturale nei secoli dei secoli) poteva aiutare, perché soggetta a mutamenti troppo repentini e di sostanza (quello latino è ormai il quarto alfabeto del Giapponese, assieme all’inifinita gamma di lemmi stranieri perfettamente metabolizzati). La risposta a quello che è “intrinsecamente” giapponese, in quanto viene tramandato e preservato della “cultura” (tra virgolette perché ancora non sabbiamo bene cosa sia) andava cercata nella vita, nella vita quotidiana.

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Celeberrima, quanto impietosa foto del 1945 che ritrae il generalissimo MacArthur a fianco di un Imperatore cui non era ovviamente più concessa l’alta uniforme di guerra. La storiografia vuole che anche gli abiti e l’espressione del generalissimo fossero stati studiati attentamente per non “umiliare”, per un messaggio soft agli occupati… abiti civili, kaki sportivo, atteggiamento dimesso… non so, giudicate voi.

Ma forse sto correndo troppo, andiamo per gradi. Anche perché i giapponesi, il confronto con l’esterno se lo sono dovuti digerire sin dai primi giorni dalla fine della guerra, nel momento di maggiore spossatezza fisica e psicologica, con un’occupazione americana durata di fatto fino al 1952. E se a capo delle forze che ti occupano hai qualcuno che, come l’onnipotente Generale Douglas MacArthur, non si fa remore nel dichiarare che è costretto a comandare su un popolo che ha l’età mentale di un dodicenne (così vuole la leggenda), eh bè, qualche domanda sulla tua identità alla fine te la porrai.

Le prime risposte, o meglio i primi suggerimenti per capire in che direzione sarebbe stato conveniente andare sono arrivati – pensate – da uno straniero, per di più americano, per di più donna.

È il momento allora di iniziare il nostro viaggio (fa molto Angela, lo so, ma come espressione è come la bicicletta, come l’ombrello: non si può migliorare) e di andare a ficcanasare nel celeberrimo “Il crisantemo e la spada” (1946), di Ruth Benedict.

(sì, dai che l’avete sentito anche solo nominare, timidoni!)

(つづく)

Lo “spirito” giapponese – 1

Lo “spirito” giapponese  – 3

Lo “spirito” giapponese – 4

9 pensieri su “LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 2

  1. Finalmente mi prendo un po’ di tempo per commentare. 🙂
    Questi tuoi post, Clementi-sama, sono tra i miei preferiti: l’argomento sociologia/cultura/antropologia mi affascina moltissimo. Non ho mai letto “Il Crisantemo e la Spada”, ma ne ho studiato degli estratti ai tempi dell’università.
    Spero di leggere presto il seguito!

  2. Per rimanere nella metafora “angelica”, sono appena arrivata. Bella la premessa gnoseologica… se ho capito bene da qui si parte per una meta che forse non esiste, seguendo l’unica traccia percorribile con le nostre forze, guidati da una musa straniera e mettendo in discussione l’origine delle nostre conoscenze… non resisto: mi accodo!

    • WordPress mi chiedeva, all’atto di approvare il tuo commento: “Si è veramente sicuri di voler far questo?” (anzi che non mi ha chiesto “di voler far ciò”, a parte l’impersonale… quello sì, gnoseologico). Bene che ti sei accodata ora. Se ti accodavi prima, prima che lo scrivessi, ti avrei rubato l’intera frase, para para. Spero di stimolarti. A tua volta, se ne avrai tempo e voglia, stimolami.

    • No, è solo il mio stile “spezzato” (nella migliore delle ipotesi) o schizofrenico, nella peggiore. Il fatto di non vedersi peggiora le cose. Ti sono grato, però, perché abituato come solo alla vacuità di FB, è una gioia constatare che in un blog come questo, le tue cose possano effettivamente venir lette anche a distanza, da quando le hai scritte. Grazie, quindi, a te. O come dicevo, quando ero in vena poetica con un mio amico, mooolto più da piccoli, “di questo, io ti ringrazio”.

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