LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 3


Cominciamo con l’introdurre un paio di concetti:

a) principio della collettività (o collettivismo)

b) cultura della vergogna

Ruth 1

Lo so, è la foto più… ovvia della Benedict, per non dire la più sputtanata (del ’37, quando la nostra aveva cinquant’anni). Ma come si fa non sceglierla…?

Ebbene, per la loro elaborazione l’immaginario occidentale sul Giappone (e con lui il nihonjin-ron) non sarà mai abbastanza grato a Ruth Benedict,  donna statunitense che ha lasciato di sé immagini che ci fanno andare col pensiero molto più alla madonna di Lourdes che a una delle prime antropologhe di statura mondiale, vittima di un attacco di cuore nel 1948 a due anni dall’uscita del suo Il Crisantemo e la spada (e lo stesso anno della sua traduzione in giapponese), e che perciò non seppe mai di aver scritto uno dei testi più longevi – se non il più longevo in assoluto – dei tanti tentativi analitici del “caso Giappone”. 

Ma andiamo per ordine.

All’epoca, per l’America, il Giappone costituiva un “caso” a monte di qualsiasi voluttà esotica, essendo il nemico contro cui stava schierano l’intero suo potenziale bellico rendendosi conto nello stesso tempo di conoscerlo, ahimè, assai poco. Per chi non ne è al corrente, diciamo subito che a fare de Il Crisantemo e la spada un unicum nel suo genere (soprattutto in virtù dei suoi riconosciuti meriti) vi è il fatto che l’autrice non ha mai messo piede sul suolo Giapponese. E del resto, come avrebbe potuto? Il libro le fu fattivamente commissionato nel giugno 1944 dagli uffici militari USA con l’obiettivo di creare un “manuale per l’uso” su Giappone e giapponesi. Ruth, che aveva già un pedigree eccellente grazie al suo Pattern of Culture del ’34 (sui nativi americani), si ingegnò con leggende, film, interviste a giapponesi residenti/naturalizzati/internati nei campi di concentramento allestiti dopo Pearl Harbour, studi, articoli di giornale, programmi radiofonici, “brani di eccentrici curiosi”, romanzi, arringhe parlamentari, rapporti dei servizi segreti ecc., riuscendo a elaborare un testo intelligente, acuto e coraggiosamente controtendenza. In un periodo in cui i media erano impegnati a trasmettere una ben determinata immagine dei Jap – le “scimmie gialle” – il relativismo culturale (approccio ovvio al giorno d’oggi, ma allora ancora un bambino in fasce) della Benedict non solo intrigava ma, come ha sottolineato un suo grande estimatore, Geertz, nell’offrire una chiave di lettura a comportamenti fino a quel momento incomprensibili, finiva per lasciare nel lettore la sensazione che la cultura “strana” fosse in realtà quella di riferimento, l’americana.

Eh sì, perché se di peccato si vuol parlare – veniale o meno, questo lo lascio alla vostra scala di valori – la ricerca della nostra antropologa è di chiaro stampo olistico, cioè in parole povere generalizza: “Il modo di dormire”, “Il modo di mangiare”, “Sesso e matrimonio”, “La virilità”, “Gli alcolici”, “Il Bene e il Male”… e per tutto il soggetto è uno solo: i giapponesi. E “i giapponesi”, le cose, le facevano strane.

Vale la pena riportare un passo sul rapporto con il sonno, giusto per offrire qualche elemento di “relativismo” a chi dà la colpa delle schiere di salaryman addormentate nei treni di Tokyo alla convulsa e defatigante società moderna nipponica (siamo con tutta probabilità nel 1944, o comunque giù di lì, e in terra americana).

Dormire, poi, è uno dei massimi piaceri per un giapponese. La si potrebbe definire come una delle loro arti più sviluppate. Un giapponese può addormentarsi come un bambino in qualunque posizione o in situazioni in cui per noi sarebbe semplicemente impossibile anche solo pensare di poter chiudere gli occhi. 

1-写真

“Il Crisantemo e la Spada” come lo si può trovare tutt’oggi in una qualsiasi libreria, non penso solo a Kinokuniya di Tokyo dove la foto è stata fatta. Ad accompagnarlo, sulla sinistra, un altro titolo, non casuale. Ma ne riparleremo.

Ecco: noi americani. Il vizio, come dicevo, è innegabile, eppure – complice anche il fatto che l’autrice ha lasciato questo mondo quasi subito dopo l’uscita del libro, privando i (pochi) detrattori di un sano dibattito accademico – i numeri (più di 350 mila copie vendute) sono là a indicare che il valore di questo studio supera di gran lunga il suo peccato originale. Se non altro perché (ancora Geertz) si stacca dal modus operandi dei suoi predecessori – cioè spiegare uno strano popolo che vive in uno strano mondo (spesso e volentieri un mondo che deve ancora conoscere lo “sviluppo”) minimizzando le stranezze come tali – e decide di fare esattamente l’opposto: accentuarle, dare loro il massimo peso.

Torniamo ai due concetti con cui abbiamo iniziato il nostro discorso. A rendere ancora più appetitoso il tutto, Ruth ebbe l’idea di giustapporre il principio del “collettività” a quello dell’individualismo, e la cultura della “vergogna” a quella del “peccato” o della “colpa” (senza per altro andare troppo a fondo nella loro analisi, il che ci consentirebbe oggi di chiamarla una… furbata).

La società (è Ruth che parla) in cui si predica l’assolutezza del principio morale e che fa affidamento sulla guida di una retta coscienza, si fonda su una cultura del peccato. Quella società invece in cui non si ravvisa la necessità di dannarsi troppo l’anima di fronte a qualche “peccatuccio”, sempre che non sia stato svelato alla comunità cui apparteniamo, e che pone l’onta davanti alla collettività come misura dell’agire umano, ebbene si fonda su una cultura della vergogna.  Un principio del genere non era e non è sicuramente appannaggio esclusivo del Giappone, come il peccato non lo è del mondo nordamericano o europeo, ma per ovvie ragioni il discorso offriva un appiglio solido e di immediata comprensione, cioè quello di cui si aveva maggiormente bisogno.

Ma la quadratura del cerchio, Ruth la ottiene nel momento in cui riesce a rendere collettivismo e vergonga interdipendenti l’uno dall’altro.

Attenzione, per collettività non si intende semplicemente che “ai giapponesi” piace fare gruppo. Un attimo e vi spiego.

Haji

Il sinogramma per “vergogna”. Lettura: haji. A chi si diletta di queste cose, diciamo che il radicale di sinistra è quello di “orecchio”, mentre la parte destra è quella di “cuore” nel senso di mente (interiore, ma non anima, mi raccomando, che da noi ha significati molto diversi). Sulla presenza del “cuore”, pochi dubbi, in quanto il sanscrito per “vergogna” indica il gravare su una persona di una ferita. Sull’orecchio, invece, le interpretazioni si fanno meno raffinate: quando uno viene sopraffatto dalla vergogna, dov’è che diventa rosso…?

Il “collettivismo”, per Ruth Benedict, è il principio essenziale su cui si basa la società giapponese. Il singolo ha il dovere di captare con la massima attenzione tutti i segnali e i suggerimenti che gli arrivano dalla collettività in modo da determinare, in seguito alla loro analisi, qual è il posto “giusto” che gli compete in seno a quella società. Il corollario che ne consegue è che lo stimolo di partenza, per il singolo, è quello che gli proviene dall’esterno, dall’occhio della gente puntato su di lui, per cui l’autocontrollo (o anche autocensura) che quel singolo esercita su se stesso non si attiva (come prevederebbe l’etica occidentale) per fedeltà a una propria morale interiorizzata, ma per evitare la “scocciatura” del rimprovero esterno. E che cos’è il rimprovero esterno se non una gogna pubblica di “vergogna”?

Voilà, il gioco è fatto.  Ben più che il timore di commettere una colpa (peccare contro un principio morale), potè il terrore di andare incontro alla vergogna (essere additato dalla gente). Ben guidato dalla vergogna, il “giapponese” si attiene al posto che la collettività ritiene per lui più confacente, mantenendo il meccanismo in equilibrio perfetto.

Se pensate che tutto ciò offra un pessimo servizio ai poveri giapponesi privati di una sana e corroborante morale in senso cristiano, ebbene siete fuori strada. Quando due anni dopo l’uscita in patria Il Crisantemo e la spada fu tradotto in giapponese, in Terra di Levante fu un’apoteosi. Complice anche l’essenziale mancanza di un reale contraddittorio, in Giappone si susseguirono recensioni e articoli entusiasti. Sotto l’occupazione di un “bruto” onnipotente come MacArthur, zotico ma indiscutibilmente vincitore, l’idea che una “straniera” (per di più americana) fosse riuscita a cogliere così nei dettagli le sfumature dell’essere giapponese, era quantomeno incoraggiante. Fonti riportano addirittura che la pubblicità si sbilanciasse al punto di recitare: “Questo è il libro che ha reso possibile il mantenimento dell’istituzione imperiale in Giappone”. E poi diciamocelo: gli si può puntare il dito contro quanto si vuole, ma una discussione incentrata su “i giapponesi” ha un fascino e un magnetismo tutto particolare, in primo luogo per i giapponesi stessi. In questo senso è nel giusto Harumi Befu (ci torneremo) quando dice che il nihonjin-ron  È ideologia.

Prima di far fruttare le intuizioni di Ruth Benedict e indirizzarle verso un’interpretazione positiva, occorreva però smaltire il senso di colpa – o di vergogna – che non poteva non fare seguito alla grande sconfitta. Che, ricordiamolo, era stata la prima. In assoluto.

(つづく)

Lo “spirito” giapponese – 1

Lo “spirito” giapponese – 2

Lo “spirito” giapponese – 4

7 pensieri su “LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 3

  1. Altro bellissimo articolo. Il discorso si fa sempre più interessante!
    “Il crisantemo e la spada”, indipendentemente dalle sue affermazioni, sembra un testo molto importante. Mi consigli di leggerlo o è meglio un testo più “moderno” e meno strumentalizzato?

    • io lessi “Il crisantemo e la spada” ormai piu di dieci anni fa e mi sembro` molto ben fatto, con tutti i limiti del caso, ma comunque una lettura piacevole

    • Beh, all’atto pratico il libro piace indistintamente a tutti, adulti e bambini. Come dicevo nell’articolo, è un unicum. Se successivamente è stato strumentalizzato (preferirei “usato”) non è certo una colpa per l’autrice, che l’ha scritto in tempi non sospetti. Quelli che hanno strumentalizzato, o che volevano essere strumentalizzati, sono venuti dopo. L’autrice era una donna intelligente, e questo è un valore a priori. Ti scontrerai magari con un’impostazione “i giapponesi fanno così, cosa che noi non facciamo”, ma il testo perfetto non esiste. Ripeto, il libro piace e mette d’accordo tutti, al di là del fatto che dica o meno la verità. Se a mano a mano che andrò avanti ti verrà voglia di leggerli tutti, i testi, beh, sarà la cosa più bella che potrei augurarmi. 🙂

      • Grazie dei consigli (a entrambi, Alberto e Alessandro)! 🙂
        Sono anni che penso di leggerlo, ma finora non ne ho mai avuta l’occasione/me ne sono sempre dimenticata. Direi che è ora, dai.
        Me lo procurerò e quando l’avrò letto vi farò sapere.
        Ciao!

  2. “Ben più che il timore di commettere una colpa (peccare contro un principio morale), potè il terrore di andare incontro alla vergogna (essere additato dalla gente).” Spiegata così, la “cultura della vergogna” non mi sembra molto lontana da una certa “cultura dell’auto-castrazione” (se posso inventare impunemente una definizione) di matrice cattolica, sorella gemella della “cultura dell’ipocrisia” (e due). E così, dal mio punto di vista “mediterraneo”, l’orecchio del sinogramma ha perfettamente senso: mi ricorda l’orecchio altrui che viene a sapere quello che si fa. Perché il peso della vergogna – se non si ha una “propria morale interiorizzata”, come dici tu – si sente solo se gli altri vengono a sapere delle nostre “malefatte”, no?

  3. Eve, grazie del commento. Mi hai dato lo stimolo per cercare altre opzioni per “orecchio-cuore”. L’orecchio è una parte morbida del corpo, per cui la vergogna è quando senti il “cuore” che ti si rammollisce… Del resto, in molti casi, delle interpretazioni delle origini dei sinogrammi son piene le fosse.
    Sul resto non ho capito bene, stavi forse proponendo che la cultura della vergogna è un principio molto più vicino a ragioni “cattoliche” di quanto non sembri in apparenza?
    (attenzione, però, che – non dico per autocastrazione ma per – ipocrisia noi abbiamo una letteratura di diverso stampo di quella giapponese, se non altro perché – se non sbaglio – prima venne hypocrisis (dal greco) e poi, adattandolo, 偽善gizen, il giapponese. Insomma: che forma potrebbe prendere una cultura dell’ipocrisia in un paese che non ne conosce (o non ne ha interiorizzato) il significato? Non necessariamente il Giappone, eh 🙂 … lo so, ho intorbidito nuovamente le acque… perdonami!)

  4. …volevo dire che tutto quel che spiegavi sotto “cultura della vergogna” mi sembrava sovrapponibile a una certa cultura nostrana che riconduco appunto a un’impostazione cattolica tradizionale (detesto generalizzare ma non so come spiegarmi). Il concetto di “cosa penserà la gente” che regola la vita di molte persone mi sembra affine al funzionamento di questo “collettivismo” di cui parla la Benedict. Sicuramente le radici, il contesto culturale sono diversissimi fra l’Italia e il Giappone, non voglio dire il contrario né banalizzare il tutto, ma, ecco, volevo dire che a me la “cultura della vergogna” non suonava come qualcosa di così alieno.
    Quanto all’ipocrisia, la citavo solo come l’altra faccia della medaglia di questa cultura del controllo “mediterranea” diciamo. Doppia faccia perché in certi contesti l’opzione che il singolo ha rispetto alle proprie scelte è: o ti comporti come vuole la regola (e quindi ti “auto-castri”) oppure violi le regole, ma senza che si sappia (quindi ti comporti in modo ipocrita). Se salta fuori che le regole le hai violate, allora scatta la vergogna. Ma non volevo fare un parallelo col Giappone su questo, non ne so nulla!
    Comunque il punto probabilmente è che per avvicinare quello che non conosciamo lo guardiamo attraverso le lenti della nostra esperienza: e così io “capisco” il tuo discorso sulla cultura della vergogna solo paragonandolo a qualcosa che mi è più vicino e che conosco già…E’ un errore, lo so, ma sono umana! Conto sui tuoi approfondimenti per spazzar via il rischio di capire fischi per fiaschi…:)

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