LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 5


C’è una frase spartiacque nella storia del Giappone contemporaneo, che a saggisti e editorialisti piace ricordare spesso:

Non è già più dopoguerra  もはや戦後ではない.

Ammorbidendo l’italiano: il dopoguerra è già alle nostre spalle.

Prendetelo alla lettera, come quando si guarda un paesaggio dal finestrino della macchina senza vederlo, e quando dagli alberi si passa ai tralicci elettrici – o dai filari d’uva ai panni stesi – ci si volta indietro cercando di recuperare tutto quello che avevamo dentro gli occhi fino a un attimo prima.

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Cosa voleva dire non essere più nel dopoguerra? Tante cose, una per tutte non avere più mercato per battute come quella della vignetta, “Nonkina Toosan” ノンキナトウサン (letteralmente “Un papà alla giornata”, o più liberamente “Che sera sera, papà”), fumetto molto popolare negli anni ’20 (a ridosso del Grande Terremoto del Kanto e Grande Depressione), ma di cui – non a caso – fu prodotto un remake cinematografico nel ’46. Di Asoo Yutaka 麻生 豊, il papà del titolo è in perenne ricerca di lavoro, ma sempre con una sua spensierata (rassegnata?), fatale “leggerezza”.
Dice:
-Ma perché non ci mettiamo a fare i ladri, una volta per tutte?
– Ma sei matto? Non siamo mica ridotti a questo punto!
Guarda qui, dove vanno a finire i ladri.
– In prigione?
Senti, ma… e in prigione, che gli fanno fare, ai ladri?
– Li fanno lavorare.
– Che invidia, mamma mia! 

La frase chiudeva l’analisi del libro bianco 1956 (che nessuno ci vieta di chiamare rapporto governativo)  sullo stato dell’economia nazionale, e suonò epocale. Non dev’essere stato uno sforzo di fantasia da poco, in un mondo così prono a evitare gli azzardi come quello della burocrazia giapponese. Ma appunto come dicevo prima, non diede inizio a nulla in quanto era già tutto in corsa, da qualche anno.

Da qualche anno (1952) non erano più gli americani a governare in Giappone. Da qualche anno (1950) la guerra di Corea aveva spinto la domanda (e l’economia) a livelli tali che si stava come gli ebrei sotto la pioggia di manna. Da qualche tempo era diventato persino più facile… viaggiare all’estero. In quei primi anni ’50 i permessi per “traversare il mare”, che fosse per ragioni di lavoro o di studio (per i viaggi di piacere si sarebbe dovuto aspettare il 1964), venivano concessi più di buon grado.

Tra i tanti che ne approfittarono ci fu anche un giovane medico, Katō Shūichi 加藤周一 (un nome che chi ha studiato nipponistica alla mia epoca si è trovato a pronunciare più del proprio), che al ritorno dai suoi viaggi in quel di Francia e Inghilterra, si ritrovò in vista del porto di Kobe, che agli occhi del futuro critico letterario apparì un po’ Marsiglia, da dove era partito, però anche un po’ Singapore, da dove era passato, insomma non proprio un porto occidentale, ma nemmeno quello di qualche colonia, piuttosto un… un ibrido, un ibrido di oriente e occidente.

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Einstein.
Che c’entra? Nulla. Solo che il 17 novembre 1922 anche lui, come Kato trent’anni dopo, approderà a Kobe partito da Marsiglia. Racconta Einstein di essere rimasto molto impressionato dall’eccitazione che percepiva tra i viaggiatori giapponesi, soprattutto donne, all’idea di poter finalmente tornare nel proprio paese. La conclusione? Un popolo attaccato alla madre patria come nessun altro. Da qui, un collegamento di idee con Kato.

Ecco il contributo, l’enorme contributo di Katō Shūichi al nostro discorso, l’elaborazione di quel concetto di “cultura ibrida” 雑種文化 che qualunque occidentale ha nelle orecchie sembrerebbe da sempre. Sì, l’idea di Giappone come locus dove “convivono due anime” è ormai patrimonio comune dell’umanità intera, ed è anche da qua che viene, dal primo importante lavoro di Katō come critico… umanista, un articolo: La cultura giapponese come ibrido “日本文化の雑種性” (1955). Anzi, no, L’ibridismo della cultura giapponese, anche se più spigoloso, mi convince perché mi sembra dia una valenza leggermente più positiva al termine “ibrido”, ed è questo l’importante ai nostri fini.

Che cosa diceva Katō alla sua gente? Che se il Giappone moderno mantiene indubbiamente caratteri propri delle nazioni orientali, ha altrettanto indubbiamente un cuore occidentale sotto il punto di vista politico/culturale/educativo ecc. Ovvio, dite? Beh, all’epoca mica tanto, soprattutto se cercate di ricordare la puntata precedente e quello che era il clima intellettuale attorno alla ricerca di una identità nazionale. Innanzitutto il punto principale: la teoria di Katō era una teoria positiva, ottimista, fresca: ai giapponesi da sempre ossessionati dall’idea della purezza grida “contaminare (che non è contaminato, NdR) è bello!”, in un momento storico in cui persino la Costituzione giapponese era stata praticamente riscritta dall'”amico” americano. Vuoi mettere il sollievo? Era dal 1853, con le “navi nere”, che il Giappone veniva continuamente contaminato da paesi puri come Francia e Inghilterra, e invece adesso scopriva che dallo spurio nascevano nuove possibilità, non teoriche o astratte, ma da assaporare e da godere sulla propria pelle – come ogni giapponese aveva la possibilità di sperimentare in quel preciso momento storico di crescita e sviluppo.

5-Kurobune

Navi nere (kuro-bune 黒舟) a go-go.
In versione dolce, modellino, manga e pronte da riscaldare.

Nessun bisogno più di combattere contro un latente senso di inferiorità nei confronti dell’esterno, perché quella che fino a quel momento poteva essere percepita come una debolezza, era invece una garanzia di ricchezza in più.

Quello che ovvio non era è che in una manciata d’anni si era passati da una negazione dell’idea di cultura giapponese, a una valutazione positiva, in linea con quel clima psicologico di sollievo che seguiva l’idea di non essere “già più” in quel dopoguerra di sofferenze e umiliazioni.

In bilico tra le tante possibilità elaborate fino a quel momento e di ritorno da quell’occidente che sarà uno dei primi a presentare nel suo paese dopo la guerra, Katō apre gli occhi al Giappone, alle bellezze della sua natura e della sua tradizione, allo straordinario progresso industriale di un popolo che non ha più perso (o che farebbe meglio a non perdere) la sua tradizione a favore di un’occidentalizzazione, ma che come caratteristica intrinseca ha proprio quello di essere ibrido, di accettare dentro di sé entrambi gli elementi. Non c’è più un “giusto” a cui puntare con fatica, il “giusto” è quello che si ha tra le mani e si sta vivendo in questo preciso istante. Rimane solo da convincersi, rilassare i muscoli, e lasciarsi portare dalla corrente verso una direzione che è la migliore che si può prendere, perché l’unica e la più naturale.

5-Lo spirito giapponese

L’evoluzione dell’ammiraglio Matthew Calbraith Perry, colui che portò le “navi nere” in Giappone, nell’immaginario nipponico: dalla versione tutto sommato innocua a “occhi pisciati” (è vero, giuro, è solo una traduzione un po’ vernacolare), a quella con spada di fattura cinese, la seiryuto 青龍刀. Sempre più sottile, la trasformazione adesso coinvolge solo la mano, ad “artiglio d’uccello”, fino a rendere manifesta la natura diabolica del soggetto.

No, decisamente non è poco, anche perché – ricordarlo non fa male – uno degli effetti (o scopi) del Nihonjin-ron, cioè il tema di tutta la nostra serie, è quello di rassicurare, dare coraggio, prevenire l’insorgere del confronto, foriero di complessi.

A regalare un’ulteriore iniezione di fiducia intervenne, due anni dopo, Umesao Tadao 梅棹忠雄 con il suo ecologismo storico 生態史観 (o Storicismo ecologico, non l’ho mai capito, se non che è veramente brutto), all’interno di un altro noto saggio: Ecologismo storico delle civiltà 文明の生態史観 (1957).

Che cosa diceva Umesao alla sua gente? Beh, più che dire, proponeva un nuovo modello di lettura delle culture umane, un nuovo incasellamento: il nostro antropologo divideva il mondo (antico) in Zona 1 e Zona 2, all’interno delle quali trovavano posto rispettivamente Giappone/Europa occidentale e Cina/India/Unione Sovietica più vari e eventuali. In altre parole, d’un tratto il Giappone si ritrovava promosso in prima categoria! Le due entità avevano in comune di trovarsi alle periferie estreme del mondo, l’una a occidente e l’altra a oriente, con favorevoli climi subtropicali e… in una parola, ecologicamente parlando, in un ambiente con caratteristiche predeterminate e condizioni storiche tali da garantire alle due popolazioni pattern di sviluppo molti simili. Al contrario Cina Russia e India, ma anche la Turchia, avevano in comune quello di essere stati grandi imperi, culle di civiltà ipertrofiche che avevano coinvolto nel loro processo di crescita e decadenza – regimi totalitari inclusi – anche tutta l’area di paesi satelliti. Europa e Giappone, proprio grazie alla loro perifericità, avevano potuto al contrario seguire uno sviluppo comune che, passando attraverso i rispettivi medioevi, li aveva condotti alla modernità.

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Perdonate, sono posseduto da Perry…
La corruzione ha completato il suo corso: il demone non si nasconde più!

Certamente “asiatico” per lingua, usi e costumi, analizzandone gli aspetti legati alla modernizzazione e l’alto grado di civiltà raggiunto, il Giappone perdeva all’improvviso tutti i suoi tratti orientali. E questo era avvenuto non copiando, ma grazie a uno sviluppo parallelo, che non era quello, ad esempio, della Cina. Rispetto all’occidente al Giappone mancavano ancora parecchi elementi e strada da fare, ma una volta avviato il motore, la macchina era in grado di procedere da sola. Il Giappone non era più solo l’Estremo Oriente, ma una sorta di Estremo Occidente, e con caratteri propri e unici, non più solo una copia, anche se ben riuscita.

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Sarà… ma a me continua a far sempre più paura questo. McArthur.

Pensate al clima di allora, soffocato da Storicismo, Materialismo storico, Modernizzazione, tutte teorie a senso unico, dove si parte da A e si arriva a B, sicuri come la morte, ugualmente per tutti, senza eccezioni… pensate al sollievo di non dover dipendere da ideologie o correnti di pensiero, o a contrapposizione oriente/occidente, con quest’ultimo sempre in posizione di vantaggio, in cima a quel processo lineare di modernizzazione che aveva sempre visto tutti gli altri dietro a rincorrere, col fiatone. Pensate anche solo alla freschezza di un approccio… ecologico, anche solo per il termine. In ecologia si osserva e si “misura” lo sviluppo e le interazioni di organismi o comunità posti in un ambiente con determinate  caratteristiche condivise. Punto. Più limpido di così! Per di più a riprova della buona novella, il metro su cui Umesao misurava il livello di sviluppo della civiltà moderna era quello del “miglior vivere” よりよい暮らし, sia nella comodità che nella qualità. Anche qui un approccio nuovo, libero dalle pastoie ideologiche, di facile e immediata verifica.

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Non ho messo ancora alcuna immagine che faccia pensare a un dopoguerra lasciato alle spalle. Metto una pezza del tutto priva di fondamento, ma che a naso dovrebbe rendere l’idea.

Allora, riassumiamo. Pur partendo da presupposti diversi, Katō e Umesao lavorano sullo stesso tavolino: comune è innanzitutto il ribaltamento di posizione nei confronti del Giappone contemporaneo, promosso a pieni voti dopo tutta la negatività accumulata nel decennio precedente. In secondo luogo l’utilizzare come parametro di verifica non teorie astratte ma il riscontro pratico di una vita quotidiana che andava, indubbiamente, migliorando a vista d’occhio.

In terzo luogo – e lo separo perché lo ritengo particolarmente importante – la comune conclusione che il Giappone si è sviluppato così a differenza di chiunque altro. Ripeto, perché secondo me è qui che inizia il vero Nihonjin-ron: per Katō il carattere ibrido della cultura Giapponese è una peculiarità riscontrabile solo in questa parte del mondo. Umesao dalla Zona 1 esclude non solo la Cina, ma anche tutte le nazioni satellite che con il Grande Impero di Mezzo sono affondate, il Sud Est asiatico, la Corea, quell’Asia che potrebbe costituire un confronto per il Giappone, che a differenza di chiunque altro ha acesso alla Zona 1, unico caso nell’intera Asia.

E qui sta il trucco, il karakuri 絡繰り si direbbe in giapponese, cioè il meccanismo “segreto” di qualcosa (spesso delle bambole meccaniche): nel suggerire parentele più o meno spinte con il modello occidentale, il Giappone si proclama nello stesso tempo più orientale che mai.

Ma a differenza di…

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“Tootoi mono”: qualcosa di prezioso.
Manifesto elettorale che esorta le donne a partecipare al primo volto democratico nel Giappone del dopoguerra, il 10 aprile del ’46.
36.878.420 aventi diritto al voto
26,582,175 votanti
72.08% di affluenza (78.52% gli uomini, 66.97% le donne)
“Su cosa si costruisce, il nuovo Giappone?
Sulla vita che emana dall’intera popolazione
Non solo quella degli uomini, quella delle donne
La forza che viene dal basso, in che cosa si manifesta?
Nel voto spontaneo del cittadino che partecipa alla politica del paese
Non solo quello degli uomini, quello delle donne
Se così sarà, sarà qualcosa di prezioso
Un voto per qualcosa che non si potrà sfilare come un geta; te stesso
Un voto per qualcosa che non si potrà svolgere come l’obi di un kimono: l’anima
Non è più il momento di contestare
Scriviamo il nome di quella straordinaria persona
che ci riempie il cuore di gioia e devozione
Scrivetelo, con la preghiera che sia lui a costruire per noi il nuovo Giappone

つづく

(Le stampe di Perry si possono ammirare presso gli Archivi Storici di Yokohama o al Kurobune-kan di Kashiwazaki, a Niigata)

Lo “spirito” giapponese – 1

Lo “spirito” giapponese – 2

Lo “spirito” giapponese – 3

Lo “spirito” giapponese – 4

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