LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 5bis


Japan

L’ente del turismo giapponese, alle dipendenze del Ministero del Territorio, Infrastrutture, Trasporti e Turismo, nel marzo di quest’anno, a due di distanza dal terremoto, ha lanciato una massiccia campagna per invogliare il turismo in terra nipponica. A leggere il titolo – lo confesso – mi sono fregato le mani: non solo la menzione dello “spirito”, ma l’idea che avrei trovato un pozzo di riferimenti all’unicità del sentire giapponese, al non detto, a un’estetica… intangibile. E invece no. Devo dire che il pamphlet è fatto molto bene, equilibrato, qualunque accenno a delle peculiarità giapponesi è ben argomentato e “delimitato”, magari facendo appello a principi del tutto accessibili come “un profondo senso di rispetto per la natura”. Qui il sito web, con tanti filmini interessanti anche per chi il Giappone l’ha vissuto molto tempo sulla pelle: http://www.visitjapan.jp/en/

Riprendere in mano l’argomento dopo tanto tempo, e in onore alla pigrizia che si concede volentieri al lettore della rete, mi costringerebbe a fare un breve riassunto delle puntate precedenti. Per non tediare anziché rinfrescare, opto per le freccine.

Il Giappone è spesso visto come un grumo di unicità (culturali, comportamentali, sociali, estetiche, chi più ne ha più ne metta) → chi decide che a quelle che in altri paesi vengono recepite come semplici “caratteristiche”, in Giappone venga aggiunto l’aggettivo di “uniche”? In teoria il recettore, cioè il mondo esterno che guarda al Giappone → Questo porta al paradosso per cui il mondo esterno, nel lamentarsi (o nel venerare) tale unicità, contribuisce attivamente al consolidamento del suo mito → Vero ma non esaustivo. Anche il Giappone ci mette (e ci ha messo) del suo, perché gli conviene → Andiamo a vedere allora da dove nasce questo movimento di pensiero che ha un nome e un cognome: nihonjin-ron 日本人論, o nihonbunka-ron日本文化論.

Il primo sguardo (1944) che ha tentato di sistematizzare l’unicità del Giappone è appunto quello di uno straniero: Ruth Benedict; da lei principi come “collettivismo” e “cultura della vergogna” → Nel dopoguerra c’è il rigetto: gli intellettuali del luogo si scatenano a contestare tutto quanto odora di genuinamente “nipponico”, in quanto emblema della rovina; imperialismo, chiusura mentale, mancanza di democrazia, sistema sociale blindato, basato su una gerarchia che ha nella famiglia la sua prima fenomenologia → forte senso di inferiorità nei confronti del mondo occidentale, all’epoca rappresentato soprattutto dagli Stati Uniti, il paese che nei fatti ha governato il Giappone fino al 1952 → con l’entrata negli anni ’50, alcuni intellettuali iniziano a teorizzare i primi tentativi di leggere le caratteristiche del pensiero/regole comportamentali/cultura/struttura sociale (e chi più ne ha più ne metta) giapponesi evidenziandone il carattere ibrido o le somiglianze con i corrispettivi occidentali →  tutto ciò inizia ad assumere connotati di “unicità” (solo in Giappone si assiste a una tale sintesi, solo il Giappone ha goduto di caratteristiche storico-ambientali che hanno reso possibile…) →  si comincia a tornare a guardare con ottimismo alle possibilità insite in un approccio “giapponese” al mondo, aggettivo ancora però tutto da definire (o da non definire, ché più indefinito è, meglio si potrà adattare alle esigenze del caso). Discover-the-Spirit-of-Japan-YouTube

La puntata si intola “bis” in quanto come argomento intende essere una coda della quinta puntata, prima di addentraci dell’ottimismo a tutto campo che dominerà fino agli anni ’70. Illustra però un momento importante, in quanto si parla finalmente di uno dei primi sguardi occidentali posati sul Giappone, dopo Benedict, e destinato a fare da apripista.

Lo sguardo è quello di Robert Neelly Bellah, che con il suo Tokugawa Religion: The Value of Pre-industrial Japan (1956) avanza un’ipotesi indubbiamente affascinante: come Max Weber aveva individuato nel protestantesimo (o meglio nel calvinismo e nel valore attribuito al reinvestire il frutto del proprio lavoro in qualcosa di produttivo) gli elementi di base di ciò che si svilupperà nel moderno capitalismo, così Bellah spiega la capacità di adattamento del Giappone alla struttura moderna e capitalistica dei paesi occidentali con la presenza in loco di una “religione”, intendendo per religione un misto di fede e di etica morale. In particolare quella legata alla casta guerriera di epoca Tokugawa (quella samurai, per intenderci), una struttura statale forte, capace di imporre scelte in maniera anche coercitiva. In altre parole, laddove viene a mancare – come nel caso giapponese – l’accumulo storico di capitali e di tecnologia sufficienti a far sbocciare una rivoluzione industriale, ebbene dovrà intervenire la politica, o meglio una forte visione politica che introduca la novità dall’alto. La “religione” giapponese – con alcuni suoi portati, come l’applicazione (勤勉) e la rimozione degli sprechi (倹約), valori genuinamente Tokugawa – avrebbe così ricoperto un ruolo essenziale nel processo di razionalizzazione economico-politica del paese.

Due i punti importanti: il fatto che la “religione” giapponese venga indicata come unica rispetto a quelle degli altri paesi dell’area (fa la sua apparizione il carattere di unicità) e che lo sguardo si pone sulla specificità giapponese in campo industriale-aziendale, che sarà quello maggiormente investigato nel periodo successivo, con tutti gli studi sul “sistema giapponese” e le ragioni del suo successo.

Ad esempio, analizzando il primo dei due punti: secondo Bellah, a differenza dal credo giapponese, le religioni di paesi come l’India o del mondo arabo non pongono la razionalizzazione in cima alle proprie priorità, con l’effetto di ostacolare, piuttosto che favorire, i cambiamenti (leggi: industrializzazione). Nonostante si possano sollevare dubbi su che cosa sia, di fatto, una “religione” giapponese, l’analisi di Bellah confluisce in quel movimento di pensiero che nell’avvicinare (invece che contraporre come avvenuto nel dopoguerra) Giappone e mondo occidentale, contribuisce ad alimentare una corrente di pensiero che guarda con ottimismo alla singolarità del caso giapponese nel mondo, ribaltando il complesso di inferiorità e il pessimismo che avevano dominato nelle menti del dopoguerra.

Lo sguardo esterno avrà un ruolo essenziale nel delineare il tracciato in cui si svilupperà il nihonjin-ron in patria, dove tale discorso servirà innanzitutto a definire – agli occhi dei giapponesi – non solo il posto che il Giappone può ambire ad assumere nel mondo, ma ancora prima a far capire chi si è, a definire la propria identità: cosa vuol dire, essere giapponese? E… è qualcosa di cui poter andar fieri o no?japan_dancer

つづく

Lo “spirito” giapponese – 1

Lo “spirito” giapponese – 2

Lo “spirito” giapponese – 3

Lo “spirito” giapponese – 4

Lo “spirito” giapponese – 5 

2 pensieri su “LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 5bis

  1. Buongiorno, La ringrazio per i suoi post,che trattano un argomento di estremo interesse , molto difficile da approfondire non vivendo la realtà nipponica ” in loco ” : La domanda che Le pongo,dopo aver letto La spada ed il crisantemo, è questa : che sviluppi/cambiamenti potrebbe prevedere nella società giapponese con l’avvento delle nuove generazioni ? Quanto i giovani ” conserveranno ” , ad esempio, le regole sociali ( giri,gimu solo per citarne alcune ) che reggono da tempo immemore ” l’ordinamento ” sociale/comportamentale nipponico ? Che mutazioni sociali rileva ?

  2. Proseguo il post precedente. Avendo vissuto il crollo della ex Unione Sovietica, ho rilevato e tuttora noto in quel paese profondi cambiamenti sociali nelle nuove generazioni,che sinteticamente posso riassumere come in una corsa sfrenata verso il ” tutto e subito ” , ovvero ” il fine giustifica i mezzi ” . In questa fase tuttora evolutiva ,che sembra rinnegare i valori sociali ” di base ” allora esistenti,ritengo che la Scuola abbia giocato e tuttora ricopre un ruolo fondamentale. Interessante sarebbe anche sapere come “si muove” l’ordinamento scolastico giapponese.La ringrazio per l’attenzione. Cordialmente: Ambrogio

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