LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 6


E finalmente iniziamo a navigare a vista. Nel senso: finalmente ci avviciniamo a concetti che sono ormai patrimonio comune sul Giappone, talmente comune che li puoi vedere colare dalle labbra di persone che di Giappone hanno un’esperienza di pochi giorni, o magari anche nessuna. Magari li hanno sentiti da qualcuno, magari no. Come per un occidentale Jesus bleibet meine Freude. Non potrai mai risalire a quando l’hai canticchiata la prima volta. È lì, radicata dentro di te, e basta.

Ebbene, che cosa si sa per certo del Giappone? Del suo consociativismo, del bisogno di fare gruppo da parte dei giapponesi, della capacità di sacrificare al gruppo tutto o più o meno tutto. Chi l’abbia teorizzato per primo è difficile da dire, più facile indicare chi ha consolidato definitivamente il concetto, l’autrice dello scritto che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario di chi guarda e ha guardato al Giappone in epoche recenti: Nakane Chie 中根千枝 e il suo Tate shakai no ningen kankei タテ社会の人間関係 (Relazioni umane in una società “verticale”), meglio conosciuto attraverso la sua celeberrima traduzione inglese di The Japanese Society (1967).

1-e58699e79c9f

E rieccola, una foto che qualcuno si ricorderà di aver già visto (Lo spirito 3). Fatta recentemente da Kinokuniya, dimostra come i testi più famosi di Ruth e Chie siano dei sempreverdi. Il “mindset” giapponese… che brutta parola.

Come spesso nei casi di ricerche destinate a sempiterna fortuna, lo scritto aveva già visto la luce qualche anno prima, nel ’64, con il titolo Nihon-teki shakai kōzō no hakken 日本的社会構造の発見 (lett. “Alla scoperta di una struttura sociale “alla” giapponese”). È proprio a quel teki, in quel “alla” che è bene fare attenzione, in quanto nel definire come è strutturata la società a cui appartiene, l’antropologa Nakane delinea l’impianto con cui d’ora in poi le teorie del nihonjin ron verranno presentate: sulla base di un carattere di assoluta unicità, legato alla loro “natura” giapponese.

Mi scuso con chi lo sa già, ma Nakane in realtà non scrive un libro per spiegare alcuni principi della società giapponese, ma esegue invece uno studio comparato tra l’esempio giapponese e quello… indiano. Nei fatti però, complice probabilmente un minore approfondimento della parte continentale, alla storia sono stati consegnati solo i principi che riguardavano il Giappone. Alla base, quello del titolo: la società giapponese come società a struttura verticale.

Attenzione, non fatevi trarre in inganno: verticale non significa gerarchia tout court; non si tratta di un principe che comanda e un villano che esegue. È piuttosto un problema di “ordine d’entrata” nell’organizzazione di appartenenza. Chi è entrato prima e chi dopo, in un ordine quindi verticale, perché chi è entrato prima è – per forza di cose – in una posizione privilegiata.

Qual è la differenza principale con quella orizzontale (nel testo, quella indiana)? Che i suoi appartenenti non considerano il loro un legame di natura contrattuale, perciò l’enfasi non viene posta sulla “qualifica” della persona, sulla sua competenza a fare questo o quello, bensì sul luogo (in senso lato) in cui ci si trova e sul comportamento più appropriato al luogo stesso.

1991cnakane

Nakane Chie, allora. Anche per me è la prima volta. Come dicevano in un film giapponese, “男かと思ったら…”. Non traduco, ché pare brutto.

Per capirsi, una persona che venga assunta ad esempio in una ditta, o entri in un’università, definisce la propria posizione all’interno della nuova struttura di appartenenza in base al suo ruolo, alla sua funzione, e come tale è in grado di percepire la struttura stessa in maniera oggettiva. Il giapponese, invece, che sia scuola, ditta o ente pubblico, pone la propria qualifica in secondo piano rispetto alla considerazione del “luogo” in cui sta, che viene percepito quindi come “il mio E il nostro”, in maniera quindi soggettiva.

La base su cui si fonda questa percezione, dice Nakane, è radicata nell’idea di ie イエ (家 , casa, nel senso di famiglia), della quale però secondo la nostra studiosa non è mai stato sottolineato abbastanza il carattere di condivisione di uno spazio (abitativo), gestione (in comune) di una comunità. Qui confluiscono ovviamente i concetti di uchi ウチ e  soto ソト, il “dentro” (appartenente) – “fuori” (non appartenente) che regolano i rapporti interni e esterni tra le varie unità, le quali essendo strutturate in una relazione padre-figlio e non fratello-fratello (di pari grado e quindi competitiva), non entrano in contrasto con gli altri gruppi (anche perché, aggiungerei, sono autoreferenziali).

Una squadra (di ricercatori o di calcio, non fa differenza) in Giappone è la squadra “di tutti”, mentre in occidente è la squadra “del leader”, della persona cioè che la guida. In questo senso – è un discorso famoso – per il gruppo giapponese l’essere guidato da un capo particolarmente geniale e carismatico non è il massimo. Al contrario, un capo incolore, mediocre diciamo, assolve in maniera migliore la funzione di non attrarre l’attenzione su di sé e lasciarla puntata sul “luogo”, sulla struttura all’interno della quale vige (in un certo senso) una forte dose di egualitarismo. Non solo: anche un “tremendous” (direbbe un inglese-parlante) portato emotivo derivato dall’esaltante sensazione di essere parte integrante di un tutto.  A conferma che “verticale” non si lega direttamente alla gestione del potere, chi possiede il reale potere in un organismo così strutturato, non è chi è in cima alla gerarchia, ma spesso qualcuno qualche gradino più in basso.  

Qual è il rischio in una società “verticale”, che pone cioè l’accento sul contenitore e non sul singolo che la compone? Innanzitutto viene sacrificato il senso critico (il gruppo non si discute). Mettere in discussione un altro membro del gruppo, significa mettere in discussione il gruppo stesso, secondo un detto giapponese per cui “chi odia il bonzo, finisce per odiare anche il Buddha” (坊主憎けりゃ釈迦まで憎い). Possiamo poi aggiungere anche un certo grado di xenofobia.

Nello stesso tempo, però, Nakane è dell’idea che il consociativismo a base verticale abbia dato un grande contributo alla modernizzazione del paese. E comunque, almeno dal punto di vista teorico, con Nakane e i suoi “verticale vs orizzontale – luogo vs qualifica” si fa un bel passo avanti rispetto alle tinte ideologiche delle precedenti teorie sul consociativismo giapponese o le accuse alla sua “feudale” struttura familiare. La chiara valenza positiva – in quanto ha favorito un progresso – che Nakane dà alla sua teoria ha contribuito in maniera decisiva alla sua fortuna. Soprattutto negli anni ’60 c’era molta richiesta di un quadro teorico che riuscisse a venire incontro al bisogno di identità del singolo: la scoperta della struttura societaria giapponese si legava alla scoperta che faceva il singolo nel momento in cui si riconosceva elemento integrante e essenziale della struttura cui apparteneva (l’azienda, ad esempio).

o0640064012072432546

Nakane Chie, oggi. Articolo del 10 luglio 2012, ed. serale. Nakane (e di Nakane, si) continua a parlare. (foto tratta da http://ameblo.jp/taka4282/entry-11299212519.html)

Da parte sua, Nakane ne era sufficientemente consapevole, tanto da dare un valore aggiunto alla sua tesi: la “verticalità” della società giapponese non può essere liquidata come una sorta di eredità di epoca medievale, come non può essere “corretta” dall’industrializzazione o dall’influenza della cultura occidentale. È bensì “qualcosa che scorre nelle vene dei giapponesi, qualcosa che – sulla base di determinate condizioni – può fare la sua comparsa o per assurdo anche non verificarsi, ma di sicuro ben radicata nella sua latenza”.

Certo, per trovare un fondamento all’identità, nulla di meglio del “sangue”. Nakane in questo fa da apripista, come anche nell’indirizzare l’attenzione alle specificità giapponesi legate alla conduzione aziendale. Anche perché nell’era del balzo in avanti economico i due discorsi sono legati. Siamo negli anni in cui gli impiegati giapponesi iniziano a mettere in massa il naso fuori dall’arcipelago, viaggiano in missione all’estero, dove sperduti e spaesati hanno bisogno di un punto di riferimento per far capire all’interlocutore di turno chi sono. Attraverso loro, il nihonjin-ron diventa un prodotto di consumo da mettere in valigia ancor prima dello spazzolino da denti.

つづく

Lo “spirito” giapponese – 1

Lo “spirito” giapponese – 2

Lo “spirito” giapponese – 3

Lo “spirito” giapponese – 4

Lo “spirito” giapponese – 5 

Lo “spirito” giapponese – 5bis

3 pensieri su “LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 6

  1. È incredibile.
    Mi complimento per la stesura del post, per la chiusa e, a dirla tutta, per ogni altro post all’interno del blog.

    Ciò che so davvero, oltre ai disegni e alle nozioni, è che sono affascinato da tutto questo. E mi piacerebbe poter parlare con l’autore – in maniera più diretta -. C’è modo di scambiarsi un contatto facebook o mail? Se sì, lascio pure qui la mia mail.

    Attendo una risposta.
    E ancora: complimenti.

  2. Buongiorno, e grazie dell’interessamento. Ovviamente nessun problema a un confronto diretto. Forse la via più discreta è scambiarci il contatto mail attraverso la messaggistica di facebook. Può cercare Alessandro Clementi e mandarmi un messaggio. Attualmente il mio avatar è il profilo di un bambino che suona il piano in controluce… il che vorrebbe evocare una vecchia copertina di un album di Bill Evans… vabbè

Lascia un commento / Leave a Reply

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...