Il primo bianco


(diciassettesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                                       anno nuovo vita nuova

Certe volte accade e invece di essere all’aeroporto, con le infradito nella borsa di paglia pronte a toccare la sabbia e sfidare l’oceano o nello Shinkansen a bere acqua minerale per combattere l’aria secca del vagone, prima di gettarti in mezzo alla neve in una pozza di acqua termale, sei in piedi davanti ai sandwich e agli onigiri del 24ore sotto casa. Ti chiedi come mai. E non c’è risposta. E’ andata così. Non sei partita. Fra tanti messaggi con allegate fotografie, orari di partenze e arrivi e numeri di telefono, di pratico non hai fatto niente, perché se la vogliamo smettere di mentire, potremmo dirci la verità. In vacanza non ci volevi andare e non sai cosa farne di tutto quel tempo. Quando ricapita che il capo si avvicina alla scrivania e con un sorriso dice: Tomita san (puntate 7 e 10) lei quest’anno ha fatto più del dovuto dal 23 al 4 gennaio è in vacanza, si diverta e si riposi. Ripetiamo più lentamente: dal 23 dicembre al 4 gennaio lei è in vacanza, si diverta e si riposi.
Puoi prendere il tempo e farne quello che vuoi. Possibilità infinite, il mondo ai piedi, tutto quello che vuoi nelle tue mani. Con un bonus intero ancora da scartare. Non cogliere l’occasione e tramutarla in una vacanza voleva dire solo una cosa: buttare via un’opportunità che si sarebbe ripresentata quando?
Ha lasciato il tempo cadere in necrosi senza addossarsene la colpa e assumersene la responsabilità. Yuka e Tomoe sono partite e lei è rimasta sola a Tokyo, nel suo appartamento come una stupida. Questa ultima parte della frase, come una stupida, era un commento che non condivideva. Aveva – diciamo così – scommesso sullo zero della roulette decidendo, detto volgarmente, di prendere del tempo per se stessa. Una di quelle frasi che ogni tanto ci ripetiamo e quando le diciamo le prime due o tre volte ci fanno sorridere, poi con il passare dei minuti ci obbligano a fare delle cose. Cosa vuole dire prendere tempo per sé stesse? Tagliarsi le unghie? Farsi fare un massaggio? Comprare un oggetto inutile o un bel regalo per qualcuno che non ci vuole bene? Anticipare il ritorno a Niigata e stare più tempo con sua madre? Andare a una mostra di fotografie e farsi invitare a cena da qualcuno? No, vuole dire non farsi queste domande, passeggiare senza una meta, e magari anticipare di qualche giorno il ritorno a Niigata, per stare più tempo non solo con sua madre ma con la sua città. Con quel freddo? Scuse per continuare a mentire.
Una cioccolata calda ci vuole, per rallentare. Anche in lattina va bene. Ne prende due con una scatola di biscotti alla vaniglia, e un paio di mini torte alle fragole da 390 yen.
Quando torna a casa, deve accendere il condizionatore ancora prima delle luci. Il freddo le palpa il sedere e la spinge in cucina, le fa aprire le lattine di cioccolata e versarne il contenuto in un pentolino, aggiungere del cacao in polvere insieme a un mezzo anzi di meno, un terzo di cucchiaio di farina e uno di zucchero; cerca di rendere densa una cosa liquida e far passare il colore da marrone fievole a scuro, da cioccolata calda di città a una di campagna. Prende il pentolino e lo mette sul gas. Può sempre aprire il PC e prenotare un biglietto per domani, destinazione ovunque. Oppure può non farlo e risparmiarsi le foto dall’aeroporto di Yuka e Tomoe.
Deve pensare a se stessa e fare delle cose per lei quindi uscire subito dalla cucina raggiungere la stanza da letto e cambiarsi.
Di nuovo in cucina, pensa a una lista di cose da fare, dovrebbe cambiare casa per esempio; gira la cioccolata calda, l’assaggia, la versa in una tazza rossa. La borsa è sul tavolo e dentro ci sono il cellulare e il tablet. Dovrebbe nasconderli, metterli da parte, chiuderli in un armadio.
Tomita si lascia andare sulla sedia e guardando la tazza rossa si domanda quanti giorni all’anno passa in quell’appartamento. Non ore o notti o qualche domenica per la stanchezza o la febbre; giornate intere. Le ore diurne. Quante volte la mattina nei giorni di vacanza o durante i fine settimana, si è alzata e non è uscita trascorrendo una giornata protetta dalle mura di casa? Si guarda intorno e davanti ha il corridoio che unisce la cucina al soggiorno. E’ tappezzato di libri. Piccoli e grandi, fumetti e no. Più della metà non li ha letti o ci ha messo mesi, poche pagine prima di dormire e alla fine una gran confusione. Guarda i libri, il pavimento e il soffitto. Poi si alza e raggiunge la finestra. Vive al 13esimo piano di un palazzo più vecchio di lei.
La sera è scesa a fare i conti con le luci della città. Sembra tutto rosso e oro, nero e bianco. Deve ammettere che di sera, Tokyo e più bella di Niigata. Si ricorda che il prossimo anno, fra pochi giorni, dovrà decidere. Qualche settimana e arriva il suo compleanno, il trentesimo. In campagna avrebbe già avuto due figli e il suo corpo dieci anni in più. Però sarebbe stata felice! Davvero? E chi lo garantiva?
Perché tutti questi pensieri all’improvviso? Non lo sa. Il nuovo anno sarà sotto il segno del cavallo. Che anno sarà? Lei un cavallo potrebbe tenerlo in quest’appartamento? Che domande sono?
E’ strano. Da quando è entrata, non ha acceso la televisione, la radio in cucina o il computer. Il silenzio ha preso a calci la musica e ha iniziato a fare come vuole. Non va bene; non è gentile il silenzio, lei non è abituata. La cucina è quasi calda, la temperatura di tutta la mansion sta aumentando; anche gli altri inquilini sono tornati a casa. Le torte da 390 yen non ha più voglia di mangiarle. E se dormisse adesso, con la cioccolata sul comodino? E se accendesse alle sei e mezza del pomeriggio di questo giorno di fine dicembre il condizionatore e la coperta elettrica? In mezzora la camera che finora è rimasta chiusa potrebbe riscaldarsi abbastanza da farla tuffare nel letto e metterla al riparo dalle decisioni.
E per tutte le vacanze, escluse le brevi incursioni al 24ore, Tomita era rimasta in casa. Non sapeva se fosse riuscita a prendersi cura di se, come si era ripromessa, aveva dormito, aveva confuso la notte con il giorno, lasciato che gli oggetti che dovevano esaurire le pile lo facessero. Si era immersa a lungo nell’ofuro che grazie al tempo a disposizione, vallate di ore, era diventato un lago dove andare nuda in canoa. Ecco solo per questa storia dell’andare nudi in canoa e forse per i maglioni e i guanti di lana grezza varrebbe la pena di fare un viaggio in Canada. Lo sanno tutti, alla fine della primavera e all’inizio dell’estate ai canadesi piace andare nudi in canoa in mezzo ai laghi e avanzare con la pagaia. E’ anche rischioso per via del buco dell’ozono e il riflesso dell’acqua del lago. Ti metti la crema – pensa – aprendo ancora una volta il rubinetto dell’acqua calda e immergendosi fino alle labbra.
Era come se si fosse ammalata o forse infortunata. L’influenza o piuttosto la slogatura di una caviglia. Comunque un impedimento, non potere uscire da casa. Ai suoi era bastata una telefonata: non posso venire quest’anno, sono malata. La madre e il padre avevano risposto: riguardati. Ore e ore a letto. L’obbligo di pensare senza agire, sacchi di domande inutili, valigie di dubbi sulle cose più importanti, il lavoro e il destino, il futuro, la solitudine, la voglia di non uscire più dalle coperte.
La verità 1: non le piaceva lavorare al giornale, non le piaceva non essere sposata, non le piaceva più l’idea di tornare a Niigata. La verità 2: andava tutto bene lo stesso. La pelle vera e quella finta, il marmo vero e quello no. Come a Maronouchi, negli uffici, nei bar e nei ristoranti degli alberghi. Te ne accorgi che il materiale intorno a te è finto, ma è contraffatto così bene che ti accontenti e ti piace. Va bene lo stesso. La verità 3: è il due gennaio, non riesci a uscire dal letto, non riesci a mangiare; non riuscirai mai più a uscire da questa casa? Forse l’idea di prima, quella di comprare un cavallo e metterlo in casa non era sbagliata, in casi disperati ti attacchi a una gamba del cavallo e ti fai trascinare fuori. La verità 4: centinaia di migliaia di persone hanno voglia di rinunciare, di dire scusate per me è troppo complicato, non riesco neanche a organizzare un viaggio io, fucilatemi. La verità 5: ha bisogno di un infermiera. La verità 6: dolori alle gambe, alla schiena per la lunga pausa. La verità 7: non fa bene bloccarsi all’improvviso, fermarsi. Non puoi bloccare un cavallo a fine corsa. La verità 8: deve mettersi qualcosa di caldo, andare al tempio e decidere cosa fare. Il lavoro al giornale la stava inghiottendo, la pagavano molto bene, senza di lei Morita non faceva più un passo. La verità 9: che noia di lavoro. La verità 10: cosa voleva in più?
Quante erano le donne della sua età che non erano ancora sposate in un giornale grande come il Corriere di Tokyo? Poteva vivere senza sposarsi? Andando al tempio avrebbe trovato le risposte a tutte queste domande o avrebbe solo preso il raffreddore?
E in ufficio a Morita, cosa avrebbe detto? Come avrebbe risposto alla domanda: cosa ha fatto di bello durante le vacanze? Come ci si aspettava che rispondesse: sono stata dai miei, quasi due settimane a casa, una meraviglia, ci volevano tutti questi giorni di riposo!
L’arte della conversazione. Prendersi in giro. Bisogna saperlo fare bene, la cosa strana è che con il passare del tempo non sempre migliori.
Quando il campanello squilla finge di non aver sentito, per prendere tempo e prepararsi. Chi è che non telefona prima e come si usava il secolo scorso, viene a trovarti senza avvertirti? Chi non ti manda prima una mail o un messaggino? Sua madre. No, ha le chiavi, avrebbe prima aperto e poi urlato tadaima! E allora deve essere un fattorino. Il secondo squillo arriva e lei non si alza, sfila il torace dalle coperte e si appoggia sui gomiti guardando la porta chiusa della camera. Il fattorino adesso dovrebbe staccare il biglietto d’avviso e farlo scorrere sotto la porta. E al fattorino il portone chi lo ha aperto? Non può essere un fattorino. Il terzo, quarto e quinto squillo le prendono i piedi e li mettono sul pavimento. Agli squilli si alternano i pugni sulla porta e una voce femminile che chiama il suo nome. Non ha bisogno di controllare chi c’è dietro la porta. Lo ha capito, è la verità 5.
Mentre apre le viene da sorridere, cerca di trattenersi e quando si trova davanti Abe san ha una smorfia sul volto, un sorriso interrotto a metà e il segno del cuscino sulla guancia sinistra. Rimangono tutte e due zitte per qualche secondo poi Tomita allunga un braccio e tira dentro l’amica che con lo sguardo la rimprovera. In mano ha due buste di plastica, devono essere pesanti a vedere dalle le braccia tese che le reggono.
– Entra che fa freddo.
Abe san l’infermiera lo fa per davvero, è il suo lavoro. È facile intuirlo anche per chi non la conosce. Basta guardare dentro le buste di plastica. Un quarto di zucca, mezzo cavolfiore, piselli e fagiolini congelati, cipolle, carote, pancetta, komatsuna, nella prima. Pane in cassetta, succo di pesca, due trance di salmone, due trance di sgombro, biscotti integrali al cioccolato, mandarini, medicinali e vitamine nella seconda. Tomita la segue in cucina, dove senza rivolgerle la parola, Abe san mette parte degli acquisti sul tavolo e il resto sul ripiano fra il gas e il lavandino, si leva il cappotto, tira fuori il coltello lungo e il tagliere. Sono amiche da quando sono nate o quasi e insieme arrivate a Tokyo hanno abitato nella stessa casa per i primi mesi. Tanti e tanti anni fa, adesso si scrivono molto però si vedono solo qualche volta e la fine dell’anno è una di quelle occasioni. Lei aveva lasciato morire il telefonino, il tablet e ignorato il PC. Ecco le conseguenze: zuppa di verdure e pesce. Non sa cosa fare e cosa dire. Abe san le rivolge la schiena e inizia a pulire le verdure. Tomita si siede, tira su le gambe, appoggia il mento sulle ginocchia e con le mani cinge le caviglie. La guarda e vorrebbe scusarsi, lo sta per fare, ce l’ha sulla punta della lingua il sumimasen; fortunatamente anche questa volta riesce a ingoiarlo e sorridere. La lascia fare, la guarda mentre prende una pentola e la riempie d’acqua. E poi a pensarci bene le è tornata la fame.

5 pensieri su “Il primo bianco

  1. sei un grande! ho divorato questi episodi, come se fossero cibi portati su piatto d’oro! bravissimo, sto apprezzando di brutto quello che stia scrivendo! davvero un bel racconto, detto in poche parole, un racconto figo! continua così!!!
    hiro

  2. Pingback: Il primo bianco | BUROGU: Occhi sull`Impero

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