Il primo bianco


(diciottesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                      i fatti della pentola li sa il coperchio

E’ ingrassato, si è fatto crescere la barba. Due conseguenze della stessa causa: la trascuratezza. Hirose questo non lo ammette, pensa che essere diventato più grosso (e non grasso) vivendo al nord, con quel freddo, è naturale. Lo stesso vale per la barba. E poi va di moda. Nella redazione del Giornale di Niigata, il quotidiano locale di proprietà degli azionisti del Corriere, gli è capitato di sfogliare l’Uomo Elegante, una di quelle riviste patinate che sono dei contenitori. Ogni servizio, ogni intervista e reportage sono scritti per pubblicizzare qualcosa che non è mai nominato. Fare un servizio sul numero sempre più alto di uomini giapponesi che si lasciano crescere, baffi, basette o pizzo, è un richiamo a prestare attenzione al proprio aspetto, alla necessità di buttare via il vecchio rasoio che gira in bagno e sostituirlo con uno nuovo che aderisca veramente alle linee del volto. E’ venuto anche il momento di cambiare la schiuma da barba. Forse è ora di comprare delle camicie diverse con un collo più alto che metta in risalto le basette o il pizzo. La sfoglia facendo finta di essere distratto e di aspettare qualcuno, mentre si chiede se non sia il caso di curarla quella barba che lascia crescere incolta. Prima di mettere la rivista sul tavolo, anche quella un satellite dello stesso gruppo editoriale, si chiede cosa sia rimasto nel giornalismo oltre alla pubblicità diretta o indiretta e alla propaganda. Iwashita, la segretaria di redazione, gli porta un tè caldo che posa sul tavolo. Anche la storia del primo bianco sotto il treno – pensa – è una forma di pubblicità indiretta alle scuole di lingue straniere e allo stesso tempo massaggia l’Ego dei lettori più conservatori: lo vedete che questi stranieri, inseriti nella nostra società, dei fuori di testa lo sono per davvero? Propaganda e pubblicità. Lo sa, non dovrebbe pensarci più a Franco Elemetti ma è stata la prima cosa che ha chiesto a Okada quando si sono seduti al tavolo vicino alla finestra, uno dei pochi, del ristorante La Foresta Nera. Lui lo aggiorna sugli ultimi risultati dell’inchiesta e poi gli chiede di cambiare argomento e di parlare di lui, di Mayuko e dei figli. Il divorzio (puntata 11) colpisce chi è parte della famiglia e chi gira intorno: gli amici e in particolare quelli che non si sono mai sposati. Diventano apprensivi, ti guardano come se fossi un cane che all’improvviso ha cominciato a perdere il pelo e ha un aspetto emaciato. Non sai cosa fare, vorresti aiutarli e non ci riesci. Hirose se ne accorge e non dice niente; Okada è preoccupato. Dietro al nuovo soprannome che ha inventato per lui, il maiale baffuto, nuota nel mare buio degli incubi. La notte sogna il compare impiccato in un Family restaurant, a mollo nelle terme con le vene lacerate, in mille pezzi con la moglie e i figli in fondo a una rupe.
Hirose mangia con appetito e sembra contento di essere a Niigata. Cerca di tranquillizzare il compare: Mayuko e io stiamo facendo la cosa giusta, lei è sempre stata più veloce, è solo naturale che abbia fatto il primo passo. Era vero questo. Era stato così anche all’inizio del loro amore, era lei che per prima lo aveva accarezzato abbracciato e all’improvviso lo aveva inghiottito, facendolo venire di getto in bocca, sulla panchina del piccolo tempio dove trascorrevano ore a parlare.
Okada si chiede se davvero il compare a Niigata si trovi bene; lui piuttosto di vivere lontano da Tokyo raccoglierebbe datteri nel deserto. Hirose gli parla del cielo e del giardino botanico della città. Insiste sul fatto che a Niigata quando guidi o cammini sei sempre circondato dal cielo. Non è solo una questione di edifici più bassi, aggiunge, è lo spazio fra le case, i negozi, gli uffici. Okada non dice niente, osserva il pesce sulla piastra, i colori dell’oceano, chiama una delle cameriere e ordina altro sakè caldo. Hirose allarga un sorriso e commenta quello che ha appena detto: guarda che non sto diventando matto, cerco di vedere delle cose che fino adesso non avevo intorno. Okada prende le bacchette e comincia a muovere i mitili, li allontana dal centro della piastra, li separa dalle verdure. Gli chiede: mi vuoi dire che a Otemachi (puntata 2) non c’è il cielo? Hirose sorride ancora una volta e risponde con una domanda: tu quando cammini lo sguardo dove lo tieni? Okada prende un hamaguri che si è aperto e poco prima che muoia lo stacca dal guscio, lo bagna nel ponzu e lo mangia. Davanti a me, gli risponde, o sul telefonino. Questo è il punto, ribatte Hirose, perché a Otemachi se vuoi vedere il cielo devi alzarlo lo sguardo, qui il cielo è ovunque. Mi capisci?
No, dice Okada, mangia qualcosa e rispondi alla mia domanda: Mayuko e i bambini, li hai persi per sempre? Hirose prende una capasanta la tiene in posizione verticale e ne scotta i bordi rotondi per farla cuocere più velocemente. Con l’indice e il pollice della mano sinistra prende sale e pepe, già mischiati in una ciotola, li mette sul mitile e lo gira e rigira. Infine ci spruzza qualche goccia di sakè sopra e lo assaggia. Buona – pensa – e aggiunge: non mi fare domande che non hanno risposte. Quanto ti fermi qui a Niigata? Se vuoi, domani ti porto al giardino botanico.
La cameriera serve il sakè, entrambi cercano di non guardarla troppo a lungo; è alta, con il viso rotondo, indossa un chimono color crema con ricamate sopra delle gru rosa, è bellissima. No, non è vero, è solo bella, ma è perfetta per l’atmosfera del locale, in sintonia con l’arredamento, le luci soffuse e il menu; la vorresti prendere da dietro, afferrandole il collo di porcellana con la mano sinistra, piegandola a novanta gradi sul tavolo, rischiando di bruciarle le guance sulla piastra.
Quest’anno ricorre il 15esimo anniversario del giardino botanico della città e in giro se ne parla molto. Di solito sono pochi gli adulti che vanno a visitarlo, esclusi gli insegnanti con le scolaresche, qualche turista e gli esperti. A Hirose hanno regalato un biglietto d’ingresso con visita guidata. Lo ha messo nel portafogli e qualche giorno prima dell’arrivo di Okada invece della solita passeggiata ha deciso di usarlo. Ha letto che i giardini botanici hanno il potere di aumentare la concentrazione; sono luoghi adatti per prendere decisioni o farsi venire nuove idee. Ha prima dato un’occhiata al volantino che gli hanno regalato insieme al biglietto. Qualche secondo e fra gli ideogrammi ha trovato quello che non si aspettava. Oltre alle consuete serre che compongono i giardini botanici, quello di Niigata ha una particolarità. Una cupola trasparente alta una trentina di metri e ancora più larga, piena di piante provenienti da paesi tropicali, deserti e paludi. Alle tre e mezzo, un’ora prima del tramonto, nella cupola ci sono solo lui e una donna che gira con un blocco da disegno e un astuccio pieno di matite colorate. Ha ringraziato la guida e le ha chiesto di lasciarlo solo. La temperatura è molto alta rispetto all’esterno e in camicia, senza il riparo della giacca, la pancia di Hirose si fa notare. Per un attimo gli sembra che qualcuna delle piante punti le foglie in alto per non guardarlo. Cammina fra fiori e piante verdi che non avrebbe mai immaginato, pensa a quanto poco tempo ha dedicato a viaggiare e quelle poche volte era finito sempre in grandi città per ammirare edifici famosi o musei. La proposta di Mayuko di mandare a studiare i bambini all’estero era una buona idea. Già dal liceo, aveva precisato; prima il grande e poi la piccola, in due paesi diversi. Mette la mano destra nella tasca dei pantaloni, tira fuori il cellulare e apre i preferiti, la sta per chiamare quando si blocca e guarda la donna a pochi metri da lui, intenta a disegnare una pianta nana. Una pianta grassa. Non sa se ridere o piangere, rimette il cellulare in tasca e continua a camminare.
Okada è impaziente e mette a cuocere anche la carne. Lo chef e proprietario del ristorante è tornato a Niigata dopo aver lavorato per più di vent’anni sulla costa orientale degli Stati Uniti. Era nel nord della costa che aveva scoperto un piatto classico della cucina americana: Surf and Turf. Aragoste e filetto di manzo, capesante e bistecche, gamberi e spiedini. Dal Maine alla Pensilvania, Shinobu Hotta aveva imparato a cucinare il pesce dell’oceano Atlantico e la carne rossa. Un giorno di qualche anno prima si era svegliato e su una di quelle riviste patinate che Hirose finge di non leggere, aveva trovato sulla copertina il nome del ristorante dove cucinava e le sue ricette. La fama improvvisa e il conto in banca gli avevano posto una domanda: e se fosse ora di ritornare a casa? Su due piedi si era risposto di no. In Giappone era tornato solo di rado per seppellire prima i nonni e poi i genitori. Ogni volta Niigata era una città diversa e la gente ormai lo metteva a disagio. Non sapeva cucinare un pranzo o una cena giapponesi. Il mestiere per cui si ritrovava famoso era stato un ripiego, una sconfitta. Negli Stati Uniti era andato con una borsa di studio per un Master in architettura. Il passato lo infastidiva e quando gli tornava in mente, si chiudeva in cucina e cercava una nuova birra, dove immergere la carne e farla diventare tenera o preparava una salsa, un condimento nuovo. Il passato gli aveva regalato uno dei segreti del successo che lo facevano interrogare sul futuro: il ponzu. Da quando era bambino, adorava il sapore dell’aceto giapponese e della salsa di soia. La testardaggine lo aveva ripagato e la sua versione di ponzu, una ricetta segreta, lo aveva riscattato dal fallimento.
Ecco perché davanti alle piastre sui tavoli della Foresta Nera, insieme alla ciotola del sale e del pepe, ci sono quattro piattini con quattro sapori diversi, due per i crostacei e i mitili e due per la carne tagliata a cubetti 5×5. Cinque centimetri in larghezza e altrettanti in altezza. Okada li mangiava con lo stesso piacere che provano i bambini quando si riempiono la bocca di cioccolatini. A Hirose piaceva vedere il compare mangiare con gusto, era un avvenimento raro; il corpo di Okada è un nodo di muscoli magri e tesi. Lo aveva visto apprezzare la cucina raramente e guarda caso solo fuori, in viaggio per lavoro, lontano dall’adorata Tokyo. Sta quasi per ricordaglielo e riaprire la discussione sulla bellezza della provincia che ti vizia e ti lascia ingrassare o meglio, diventare più robusto. Rinuncia e prende anche lui un paio di quei dadi di carne lasciati a macerare nella birra, teneri come l’incavo delle cosce della cameriera. Esagera: prende una capasanta, la posa sul cubetto di carne. Okada lo guarda dritto negli occhi, gli dice: e questa è una nuova variazione sul tema? Allora è vero che avresti dovuto fare il cuoco. Alza il coccio fumante di sakè e lo invita a fare un brindisi mentre diventa rosso perché si è ricordato che quella del cuoco era una delle cose che gli ripeteva sempre Mayuko. Hirose ci fa caso e non commenta, lo sa che il compare a volte lascia correre la lingua troppo velocemente. Okada vorrebbe chiedergli cosa ha intenzione di fare, vuole sapere di più, non osa e versa ancora da bere. Un secondo brindisi. Poi cerca di cambiare discorso:
– Cosa farai a Capodanno? Perché non torni a Tokyo?
– Non ci ho pensato, deciderò all’ultimo minuto. Non ha importanza.
Discorso chiuso. Quando la cena finisce, hanno la pancia piena e sono soddisfatti. La Foresta Nera non solo serve il loro piatto preferito, fettine di mare e cubi di terra come recita il menu, è davvero nera con le pareti di pietra scura, curve come quella di una spelonca. Una caverna dove loro due trovano riparo quelle rare volte che si trovano al nord d’inverno, circondati dalla neve. L’unico neo è che non si può fumare. Okada è meno teso, grazie al sakè e non alla conversazione. Hirose vuole offrire la cena. Quando il compare non molla e continua a sventolare la carta di credito gli ricorda che fra un paio di anni sarà lui il vice direttore e potrebbe licenziarlo. Allora Okada si mette una sigaretta fra le labbra, fa un profondo inchino e con l’accendino in mano si avvia verso l’uscita. Gran cosa l’amicizia, pensa fra sé.

5 pensieri su “Il primo bianco

    • Azzurra, certo che l’ho scritta io, anzi la sto scrivendo, cerco di scrivere una nuova puntata ogni due settimane. Grazie per i complimenti.

  1. Forse ti ho offeso, ma non era mia intenzione. Ammetto di essere piuttosto brusca nelle recensioni, infatti credo che su efp mi odino, aggiungendo il fatto che ho commentato alle due del mattino e che spesso se non sto attenta posso scrivere cose allucinanti senza accorgermene, mi sa che ho scritto proprio la cosa sbagliata. Ripeto, se ti io offeso scusami, non era mia intenzione.
    Azzurra.

  2. Pingback: Il primo bianco | BUROGU: Occhi sull`Impero

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