Il primo bianco


(ventiseiesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                         io sono nato per vivere morendo

– Il succo è che prima devi imparare qualcosa, altrimenti non ti diverti. Poi a una certa età, non ti diverti più, anche imparando qualcosa di nuovo. Allora capisci che avresti dovuto fare dei figli, almeno si sarebbero divertiti loro, al tuo posto. –
Queste le parole che Abe uscita dall’ospedale, stringendo le spalle nell’impermeabile nuovo, troppo sottile per il vento gelido che soffia dalla Siberia, si ripete cercando qualcosa sul marciapiede da prendere a calci. È difficile trovare qualcosa da calciare perché sono puliti, i marciapiedi, e non ci sono lattine o avanzi di cibo, riviste o fogli di giornale. Comunque è un bene che non ci sia niente da colpire per strada, anche questa sera indossa le babbucce di Ferragamo e si farebbe male alle dita dei piedi. Le babbucce, chi le chiama più così quelle scarpe basse, leggere, con un fiocchettino davanti? Abe non riesce ancora a credere alle sue orecchie e alle sue labbra. Il succo è. Solo un maschio poteva iniziare una frase in quel modo. Il succo di quale pianta, di quale frutto? Come si permetteva di giungere a quella drastica conclusione e giudicarla in quel modo? Quanti mesi erano stati insieme per avere il diritto di giudicarla? Ormai quasi un anno, le aveva risposto. Era ormai un anno che mischiavano i succhi. No, questo non lo aveva detto, per fortuna, almeno questa gliel’aveva risparmiata. Non resiste e scalcia l’aria fredda, la polvere che non c’è. Deve fare qualcosa, rischia l’autocombustione o di volare e scoppiare in aria come un palloncino di Disneyland.
Tira fuori il telefonino dalla tasca destra dell’impermeabile e senza controllare le chiamate o le mail, lo spegne lasciandolo scomparire nella borsa. Oyatsu: ha bisogno di qualcosa di dolce o di salato, non importa cosa, ma subito. Ancora qualche metro e prima di entrare nella stazione può rifugiarsi nel 24 ore accanto all’entrata Nord, non uno dei più belli, non dei più forniti, ma se lo farà andare bene. Come fanno a sopravvivere le persone senza i 24 ore? Ci sono ancora posti al mondo senza i 24 ore? Paesi sfortunati e disgraziati, se ci sono. Questa è una certezza. Purtroppo da qualche mese il pollo fritto va per la maggiore. Cosce, petti e crocchette, di prima e seconda classe, dorati o croccanti. In qualunque 24 ore le offerte si stanno diversificando: sono arrivate quelle per i ricchi che possono pagare decine, se non centinaia di yen in più per quello che comprano. Prima hanno iniziato a cambiare gli onigiri, mettendo dentro riso e salmone di qualità migliore, hanno aumentato il numero e la potenza delle bevande energetiche e infine con il pollo non ci sono stati limiti. La nuova frontiera sono i sandwich che in alcuni 24 ore assomigliano sempre più ai tramezzini, come quelli all’insalata di pollo, o in altri dove si punta a mettere fra le due fette di pane in cassetta qualcosa di molto grasso e nutriente o di fritto, per chi di giorno fa lavori pesanti o deve ballare tutta la notte. Abe scarta in blocco gli scaffali pieni di carboidrati e punta sui salatini e i dolcetti. Vorrebbe qualcosa di nuovo ogni settimana, specialmente questa: la settimana della fioritura dei ciliegi. Almeno sulle scatole, il rosa dei petali invade le confezioni. Nella testa, le parole di Takuma rimbombano come tamburi lontani. Il succo del discorso. Osserva i dolcetti. Lo sa che dietro al rosa, ci sono i soliti gusti con qualche colorante in più. L’unica è planare verso i biscotti, quelli per la colazione, nella speranza che alle gallette al burro, crema, panna, cioccolato e caffè abbiano aggiunto qualcosa di nuovo. Nelle mani si ritrova quelle ai lamponi e mirtilli che non sono più una novità e non sanno di niente. – Uffa – si dice – non può finire così!
È inutile controllare anche i salatini, rispetto a un paio di sere prima non possono essere cambiati molto. Bisogna agire. Passare dalla fantasia all’azione. Come il protagonista del suo libro preferito. Un segreto che non ha confessato mai a nessuno, neanche a Tomita, la sua migliore amica (puntate 17 e 21). Dal primo anno di liceo, quando lo aveva scoperto abbandonato nella biblioteca della scuola, non se ne è più liberata. Non aveva potuto parlarne neanche a sua madre perché quello era considerato un libro da uomini. Sembra strano che un’adolescente possa innamorarsi di personaggi, come dire, squilibrati, goffi e scomposti. Alla ricerca di qualcosa che non c’è, fuori dal tempo, malandati e niente affatto eleganti. Come avrebbe potuto condividere quel segreto con le compagne di medicina all’universitào con le sorelle e i fratelli? Nel tempo si è dovuta abituare a nasconderne le diverse edizioni, quelle illustrate, delicate e ingombranti allo stesso tempo. Ha dovuto chiedere a persone che non ne sospettavano il contenuto di tenere una valigia a casa loro, per un paio di settimane o al massimo un mese, inventandosi delle scuse in cui nessuno credeva. È stata presa per una mezza scema a causa di quel libro.
Un giorno, qualche settimana dopo essere arrivata da Niigata nella capitale, mentre ammirava le vetrine di Cartier, disturbata da qualcuno che all’improvviso si era messo a urlare, si è girata. Un ragazzo tutto vestito di rosso e giallo, con un megafono di plastica e un grande cartello colorato, urlava forte abbastanza da superare il rumore delle macchine all’incrocio davanti al Bunkamura. Chiedeva ai passanti di fermarsi, di rinunciare a raggiungere i luoghi dove volevano andare perché bastava seguire lui e avrebbero trovato tutto quello di cui avevano bisogno. Il miraggio si era trasformato in realtà. Un solo posto dove comprare tutto quello che volevano, dal riso alle televisioni, dal sapone per lavare i panni, ai canarini in gabbia. Tutto di Tutto! Questo urlava raschiando la gola: sempre e a qualsiasi ora, ventiquattro ore al giorno per tutto l’anno. Credetemi, venite, guardate e ammirate. Stava in piedi a qualche metro da un palazzo stretto di una decina di piani, giallo e rosso anche quello. Abe infastidita aveva dovuto cercare per qualche secondo fra le scritte dei saldi e i numeri dei prezzi scontati di decine di prodotti elencati sulle pareti prima di trovare il nome di quel negozio, supermercato, grande magazzino? Non sapeva che cosa fosse ne come chiamarlo; era la novità di cui si parlava da qualche giorno sui quotidiani, ma lei non li leggeva i giornali in quegli anni. Era giovane. Proprio in quel momento mentre si mette gli occhiali da vista, il ragazzo con il viso coperto dal megafono di plastica giallo e rosso si volta e urla il nome che lei aveva tenuto nascosto per anni e che non osava pronunciare davanti a nessuno: Don Quijote. E poi lo vede: enorme, di plastica, scritto in katakana che sporge da un finto balcone al secondo, forse al terzo piano dell’edificio alle spalle del ragazzo che urla. In quel momento si dice che ha fatto bene a cambiare città, lasciare Niigata. Anche se la capitale è abitata dalle persone più arroganti e meschine del pianeta, lei qui si troverà bene per davvero. I gioielli di Cartier perdono la loro bellezza e diventano delle sagome in bianco e nero. Se li lascia alle spalle e attraversa la strada, camminando dritta verso l’entrata del palazzo chiedendosi se una volta dentro non le toccheràballare mezza nuda su un tavolo al suono delle nacchere. A chi era venuto in mente di chiamarlo Don Quijote, quello strano contenitore dove vendevano a prezzi scontati di tutto e per tutti, giorno e notte?
Aveva avuto ragione. Non era un negozio ne tantomeno un supermercato o un grande magazzino. Era un altro mondo. Anche se i piani erano divisi secondo il tipo di merci vendute: elettrodomestici, cibo, vestiti, tempo libero, gli oggetti straripavano, buttati uno sull’altro. Abe lo chiamava un altro mondo perché l’impressione era quella che nelle pareti dell’edificio fosse nascosta una grande calamita che attirava oggetti usati da una galassia parallela, quella dell’inutilità. Accanto agli scolapasta ovali fabbricati a Taiwan potevi trovare dei dolcetti tailandesi, oppure dentro alle lavatrici russe dei manuali scritti da un cartomante cinese su come cambiare il proprio modo di pensare e comportarsi meglio con gli altri. Gli scaffali si tramutavano in fantasmi, sopraffatti dalla quantitàenorme di prodotti che erano costretti a custodire. Non si riuscivano a vedere, solo intuire. Non avendo più spazio i commessi avevano usato anche il soffitto appendendo vestiti o maschere per carnevale, popcorn multicolori e aspirapolvere ultra leggeri. Le scale mobili trasportavano avanti e indietro piante finte. Anche i bagni servivano a vendere qualcosa: i lavandini e i water che si usavano.
La prima volta che era entrata aveva provato una profonda emozione. Quella era la prova: come faceva Don Quijote nel suo romanzo preferito, era possibile passare fra i due mondi. Quello reale e quello irreale. Gli unici due a esistere davvero. Quello del sangue e del corpo che lei sapeva anestetizzare cosìbene in ospedale e quello dell’immaginazione, dell’irrealtà. Da quegli scaffali colmi la merce sceglieva te e non viceversa. Non vi era altra soluzione – una volta entrati – che lasciare fare alla merce. Tutto quello o quasi che è venduto dalla catena Don Quijote ha qualcosa in comune. Non è necessario. Non ci serve niente di quello che compriamo, sono variazioni inutili sul tema. Abbiamo un cuscino, ma qui possiamo trovarne uno a forma di culo o tette e dormirci con il naso in mezzo. Ci piacciono le mentine? Ne possiamo comprare venti tipi in più che nel nostro supermercato, a patto di fregarcene dei coloranti e non controllare dove si trovano gli stabilimenti che le producono. Come nel romanzo spagnolo, vediamo quello che vogliamo e non quello che c’è. Mulini a vento trasformati in nemici. Merendine a base di pescetti secchi e formaggio, come quelle per i cani, ma per gli esseri umani, Qualcuno ha provato ad accusare la catena di Don Quijote di non essere politicamente corretta o razzista, quando avevano messo in vendita, fra i tanti oggetti irriverenti, le mutande per gli uomini di colore, con un apposito spazio extra large sul davanti. O le maschere di Michael Jackson bianche o nere, prima o dopo le operazioni al volto per schiarire il colore della pelle. L’elenco è infinito e soprattutto lo sono i clienti. Ridono e quasi tutti a voce alta, prendono in mano questi oggetti sgraziati, esclamano: è una pazzia, chi lo comprerà? Poi escono con le buste piene. La risposta è: loro. Mulini a vento per tutti.
Questa sera Abe non sorride. Don Quijote sotto le folate di vento siberiano, si è trasformato nel castello della tristezza incantata. Le babbucce sembrano di legno e lei si muove con difficoltàin mezzo a tutta quella merce colorata. All’improvviso, come era successo tanti anni fa, davanti alle vetrine dei gioielli di Cartier, gli oggetti che la circondano perdono colore. Sono carcasse bianche e nere. L’ascensore che ha preso per cercare qualche snack nuovo, magari le orecchie di maiale alla menta che aveva trovato l’ultima volta, l’ha portata al settimo piano dove insieme alle merendine ci sono in fila dei frigoriferi trasparenti di plastica pieni di neve con dentro montagne di lattine colorate. I nuovi succhi da gustare in primavera, pieni di frutta esotica, provenienti dall’America del Sud. Questo è il mese dedicato al Brasile. Succhi di frutta che lei non ha mai sentito nominare: Maracujià, Goiaba, Cajàe di piùancora. Si avvicina ai frigoriferi e mette il naso a un millimetro dai finti vetri di plastica. Sulle lattine invece delle foto coloratissime della frutta davanti ai suoi occhi appaiono le maschere degli spettri del teatro Noh. È un’anestesista, Abe, un medico, è consapevole di quello che le sta accadendo: una giornata lunga, più stancante del solito, le discussioni con Takuma che vanno avanti da settimane, l’alimentazione scarsa e sbagliata, i doppi turni in ospedale. Tutto insieme, tutto addosso. Le manca l’aria, le mani le sudano, dovrebbe prendere subito l’ascensore e uscire; c’è una fila lunga davanti, deve fare le scale. Basta qualche gradino e si sente meglio, le sembra di riprendersi. Quando arriva al piano di sotto la pressione del sangue scende con la rapiditàe la violenza di un temporale estivo. È al piano del Fai da Te, ci sono cestini e secchielli ovunque pieni di legno e arnesi da usare in casa, martelli, pinze e cacciaviti. Abe si ripete di stare calma, respirare e cercare di uscire, raggiungere la strada. Anche la fronte le suda e la vista si appanna. Respira profondamente, non vuole cedere al panico. Lei è un medico – si ripete – si tratta di allucinazioni, nella loro forma più debole, anzi si dovrebbe dire sbarellamenti per usare un termine non appropriato, non deve spaventarsi.
Don Quijote, quando appare a cavallo, nella sua armatura scassata, senza elmo, le punta la lancia dritta al collo. Lui non spinge ma lei deve fermarsi, bloccarsi in piedi davanti a uno dei fatiscenti scaffali, altrimenti rischia di soffocare o farsi bucare la gola. Lo sguardo del cavaliere errante è di ghiaccio e l’accusa è lampante: dove sono i tuoi figli? Abe, si porta il dorso della mano destra alla fronte come volesse dire: sei solo un’allucinazione, vai via! Vorrebbe abbassare lo sguardo e svegliarsi da quell’incubo. Intorno a lei, come antiche colonne, si alzano pile di corde e funi. Ce ne sono di piccole e piùnodose o di lunghe, bianche e lisce come criniere di cavallo. Don Quijote fa una leggera pressione sulla lancia obbligandola a guardarsi intorno, forse ha fretta il cavaliere della Mancia, sembra che la incoraggi a scegliere la fune adatta alla sua impiccagione. Abe vorrebbe portarsi le mani alla gola per togliere la lancia e spingere via il cavaliere errante, liberarsi, per scappare da quel patibolo. Non c’è ne bisogno, perché all’improvviso, da dietro, sente una voce che la chiama, come la sirena dolce dell’ambulanza quando arriva per fermare il dolore, l’agonia. Quella voce la chiama e Abe lo sa che deve fare un piccolo sforzo, voltarsi e sarà libera, senza più dovere rendere conto a un matto a cavallo in mezzo a tutti quegli oggetti inutili. È Mayuko che la chiama, la compagna di corso che per amore aveva rinunciato al lavoro, alla carriera. Si ricorda ora, anche se la donna che ha davanti sembra un’anziana, grassa e vestita male, di nero dalla testa ai piedi. La stessa Mayuko che non era riuscita a passare l’esame per l’abilitazione o meglio non lo aveva voluto superare perchéaveva scelto una strada diversa. Si era sposata con Hirose (puntata 11), per amore, quando si era accorta di essere incinta del loro primo figlio. Come mai avevano smesso di telefonarsi, di incontrarsi e trascorrere insieme il pomeriggio proprio a Shibuya, dove amavano andare ai concerti, nella sala al primo piano del Bunkamura? Abe non riesce a trovare una risposta; l’importante è che Mayuko sia qui a salvarla.
つづく

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