Il primo bianco


(ventinovesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                   una volta che sbagli il primo bottone
                                                                                   tutti gli altri risultano spostati

                                                                                   
Ci sono delle cose che devi fare quando lavori al giornale. Non importa cosa o come né quando. Non hai bisogno di cercare tante motivazioni, se hai scelto di lavorare al giornale, certe cose le fai. La tredicesima e i benefit li prendi, non dici nulla, compri quello che vuoi, due volte l’anno porti la famiglia in vacanza. Sei contento. Allo stesso modo adesso, proprio ora, devi tirare diritto.
Era questo che Morita, con l’ultima mail, aveva voluto ricordare a Hirose. Però aveva sbagliato esempio. La famiglia in vacanza, Hirose, non l’avrebbe più portata; stava divorziando e proprio lui, Morita, era stato il primo a sapere la notizia. Quando la mail arriva sul telefonino e rimbalza dallo schermo negli occhi, Hirose sta per cenare. È la prima volta, dopo settimane che è riuscito a evitare di riempire la camera d’albergo (puntata 22) di stuzzichini, patatine fritte e barre di cioccolato. Al buio della stanza, questa sera la televisione riposa, mentre lui ha fatto due passi e ha raggiunto La Foresta Nera. Si è seduto e ha tirato fuori dalla borsa un libro e due giornali. Li ha messi sul tavolo, prima di sedersi. I giornali e il libro devono difenderlo dagli sguardi delle coppie sedute nel ristorante. L’ultima volta era venuto con Okada, oggi è solo. Si sente a disagio e allo stesso tempo ha voglia di cenare e non solo nutrirsi con qualcosa di impacchettato.
Prende il libro, lo sposta a sinistra del piatto di terra cotta con un movimento che non è naturale perché nello stesso tempo, con l’altra mano, la destra, solleva uno dei due quotidiani. Sta usando le due mani come se dovesse fare spazio, mettere in ordine, preparare il tavolo per il prossimo cliente. La cameriera sorride mentre si avvicina e gli dà il bentornato. Dalla brocca lascia cadere l’acqua gelata nel bicchiere e aggiunge: una serata afosa per essere il tre maggio. Il chimono che indossa è azzurro, senza disegni, mentre l’obi è cremisi. Hirose pensa di andare via, sta per alzarsi quando, non sa da dove, spunta un uomo con i baffi che prende il posto della cameriera e con un lieve inchino si presenta: piacere, Hotta Shinobu. È lo chef del ristorante (puntata 18), ha il nome scritto sulla casacca, gli sorride e non dice niente. Lo ha riconosciuto e vuole una recensione del locale sul Corriere di Niigata? Hirose non sa cosa dire. Il cuoco ha una faccia seria e dopo aver letto il titolo del libro sul tavolo, pensando di non essere visto, lo ringrazia di essere tornato e gli chiede come sta Okada. Senza aspettare la risposta di domanda ne fa un’altra. Chiede a Hirose se desidera qualcosa di particolare per la cena, visto che è da solo. No, non lo dice, visto che è da solo, non ce n’è bisogno. Hirose, prima di rispondere, lo squadra e nota che rispetto a dicembre è ingrassato. Anche lui. Sono entrambi sovrappeso e non più o meno di un paio di chili, come si ripetono sotto la doccia, quasi di cinque. La verità è che non se lo aspettava che lo chef uscisse dalla cucina per accoglierlo e decidere insieme il menù della serata. Perché è questo che Hotta Shinobu sta facendo: provare a scegliere insieme i piatti da preparare per garantire la soddisfazione di quello che crede un cliente importante. Questi – pensa Hirose – sono gli svantaggi della provincia. Nella capitale non sarebbe successo. Qui i clienti sono sempre gli stessi e lui, nonostante siano passati mesi dal suo arrivo, rimane un forestiero. È l’inviato del Corriere di Tokyo. Il quotidiano più venduto al mondo e anche il giornale proprietario del Corriere di Niigata. Se lo hanno mandato qui è per fare dei controlli, scrivere degli articoli sulla città e proporre dei cambiamenti. Tutte cose che nel cuore del Giappone, non piacciono a nessuno.
Hirose stacca gli occhi dalla pancia di Hotta Shinobu e lo sguardo cade nello spazio fra il libro e il piatto di terracotta, sulle bacchette nere, lucide. Con la mano sinistra potrebbe afferrarle e infilarle nell’orecchio destro del cuoco; poi aprire la mano e con il palmo spingerle forte, sfondando la cartilagine del padiglione auricolare e raggiungere il cervello. Lo potrebbe uccidere in meno di quindici, venti secondi. Il condizionale semplice, quando meno ce lo aspettiamo, salva la vita. Di solito, quando all’improvviso una situazione che si era annunciata tranquilla, come quella cena per sfuggire all’alluminio della carta delle patatine e della cioccolata, si rivela – in qualche modo – imbarazzante, Hirose perde il controllo (puntata 27). Questa volta è riuscito a fermarsi. Il telefonino emette il fruscio che lui ha scelto come suono per segnalare l’arrivo di una nuova mail. Deve decidere se fare aspettare lo chef in piedi davanti a lui e visualizzare la mail o no. Sotto i baffi, le labbra dello chef si muovono e le parole che escono, lo invitano a non curarsi del menù e ordinare quello che vuole. Hirose decide di obbedire e fare come Morita gli ha chiesto nella mail. Tirare diritto, fare cosa gli viene chiesto e risponde ordinando quello che veramente, in quel momento, desidera mangiare: dashichatzuche. Hotta sorride e la gioia gli riempie le mani. Un piatto che a cena, al ristorante, solo un imperatore se la sentirebbe di ordinare. Prima di girarsi e raggiungere la cucina chiede: e basta? Hirose sta controllando le mail in entrata e dopo quella di Morita c’è scritto il nome Sae Saito con sotto una parentesi: (moglie di Elemetti). Alza il volto, guarda lo chef e risponde di no e aggiunge: ho fame, ci pensi lei. Con un inchino lo chef si allontana e lo lascia in compagnia del cellulare. Morita si è opposto alla sua idea di lasciare Niigata e raggiungere l’Hokkaido (puntata 22). Non c’è fretta, ha scritto, ci sono ancora Aomori e Sendai da coprire. Ecco un verbo che i giornalisti amano usare. Coprire. Un verbo gentile, che ricorda le spalle degli amanti rimaste fuori dalle coperte. In bocca a Morita diventa un termine militare, la necessità di un rastrellamento o di un bombardamento a tappetto. Bisogna coprire Aomori, includerla nell’inchiesta.
Passa alla mail della moglie di Elemetti, la apre, c’è scritta una sola frase: quando può mi telefoni per favore. Invece di chiamarla, decide di mandare una mail a Okada per chiedere cosa è successo. Più tardi, però. Con il pollice schiaccia il tasto in alto a destra dell’apparecchio, quando il monitor diventa buio, lo infila nella tasca interna della giacca. Afferra uno dei quotidiani, quello che aveva spostato prima dell’arrivo dello chef e legge ancora una volta, sorridendo, il titolo dell’articolo scelto prima di entrare nel ristorante: a soli 19 anni strega lo stadio. Guarda la fotografia del lanciatore, la casacca e i pantaloni con i colori della sua squadra preferita: le aquile del nord est. Lui, da quando è nato, ha fatto sport unicamente a scuola, dove era obbligatorio.Ha sempre detestato lo sport. Eppure da qualche mese i lanciatori lo affascinano e ha cominciato a sfogliare le pagine del giornale dedicate allo yakyū. Leggendo la cronaca della partita può immaginare con minuzia la torsione del ragazzo, le braccia che sembrano aspirare l’aria come i reattori di un aeroplano e trasformarla in energia. La palla che vola con una velocità superiore a quella permessa in autostrada e con precisione fende l’atmosfera dello stadio. Nessuno fra i giocatori della squadra rivale è riuscito a colpirla ieri sera, nel debutto di quel ragazzino. Ha bruciato l’ossigeno nello stadio lasciando i tifosi a bocca aperta e ha mandato in panchina i battitori avversari umiliandoli. Gli piacciono la precisione, la velocità e la concentrazione dei lanciatori. Vorrebbe essere uno di loro e riuscire a zittire Morita con una risposta secca, di poche parole.
Cosa ha da perdere adesso? È a lui che il giornale ha affidato il compito di andare sul territorio, guardarsi intorno e proporre dei cambiamenti, delle nuove strategie per trasformare il Corriere in un vero giornale nazionale, in modo da poter chiudere la maggior parte dei quotidiani locali di proprietà dell’editore. Aprire sul territorio delle redazioni locali moderne, efficienti e tecnologicamente all’avanguardia. Anche in provincia la gente potrà comprare solo il Corriere perché all’interno troverà pagine dedicate al paese dove vive e non solo al capoluogo. Rivoluzionare la versione cartacea e quella digitale. È lui il lanciatore. Chi ha suggerito a Morita di parlare di territorio e non più di provincia? Di territorio e non più di capoluoghi e piccole città? Lui, Hirose. Se Morita è un allenatore esperto che sa guidare e preparare i lanciatori, lui è il più bravo. Non ha bisogno delle strategie stabilite a tavolino prima delle partite. Può decidere da solo. Conosce i battitori di tutte le altre squadre, sa come farli anticipare e colpire a vuoto, in maniera goffa, annaspando nell’aria, tentando di arrestare con la mazza uno dei suoi lanci. È così bravo che basterebbe una telefonata per decidere di cambiare squadra. Quanti quotidiani da Sapporo a Naha, lo assumerebbero? Tutti. Morita sarebbe costretto a offrirgli più soldi e non solo di prendere il suo posto, anche quello del direttore.
Il problema è che lui, senza Mayuko e i bambini, è come il pesce che è arrivato sul piatto: solo. La cameriera si sente a disagio perché quel pesce non c’è sul menu e quando lo serve non sa cosa dire. E allora a bassa voce, mormora, prego. Lui la guarda negli occhi e lei abbassa lo sguardo perché si sente in colpa. Hirose fa un cenno di assenso e la congeda. Gli hanno portato del kohada, un pesce azzurro, uno dei più piccoli; ne rimangono solo le striscioline che di solito si appoggiano sul riso per servirlo come sushi. Il riso non c’è, solo il pesce; le striscioline sono tante, otto. Con le bacchette, che sono immacolate e non puzzano di sangue, ne porta una alla bocca. Il gusto del kohada esplode e porta altri sapori che non sa definire. La marinatura è stata fatta con ingredienti che non conosce. È ottimo. Dovrebbe trovare delle parole da scrivere a Morita che abbiano il gusto di quel pesce e la precisione del giovane lanciatore. Potrebbe rispondere alla mail scrivendo, sì ho capito,salire sul traghetto e raggiungere comunque l’Hokkaido. Dichiarare guerra. Non riesce a fermare le bacchette che prendono le fettine di pesce e le portano alla bocca. Riprende a leggere la cronaca della partita e pensa che la scrittura – a volte – sia meglio della televisione. Gli sembra di sentire l’odore di terra del campo, vedere le unghie corte delle dita del lanciatore avvolte come serpi intorno alla palla.
La cameriera torna e dal vassoio fa atterrare sul tavolo tre piatti lunghi e sottili, rettangolari. Pollo bollito e spuma di umeboshi, spinaci in umido e kazuobushi, calamaro bollito servito freddo con un velo di mentaiko. I grandi cuochi a differenza di quelli bravi, sanno leggere l’anima del cliente. Hirose si lascia prendere dalla nostalgia (puntata 11) e non oppone resistenza, chiude gli occhi e diventa un granello di polvere; comincia a ripercorrere la cucina di casa, i mestoli, le bacchette lunghe per cucinare, la retina dove lasciare le verdure a riposare. Lui sarebbe dovuto diventare un cuoco, Mayuko non si era mai stancata di ripeterlo, il lavoro del giornalista non faceva per lui. Sarebbe dovuto diventare un grande chef. Non si sarebbe dovuto fare troppe domande – quante volte sua moglie glielo aveva ripetuto, quando entrambi erano ancora giovani – avrebbe dovuto fare quello che desiderava. Davvero? Se avesse fatto quello che voleva, sarebbe stato più felice? O lei e i bambini sarebbero morti? È facile usare il condizionale composto, parlare a posteriori, quando tutto è finito. Perché non gliel’avevano spiegato, quando era un ragazzo, che puoi scegliere quello che senti di fare e perché non gli hanno anche insegnato a trovare la forza per farlo? Le frasi gentili vengono dette sempre dopo su questo arcipelago. Come mai nessuno gli ha suggerito che non è necessario abbassare sempre la testa, inchinarsi e dire di sì?

つづく
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