Una balena (pescata) e 7 baie sono in festa (proverbio giapponese)


27-2-02 (1)

Bene, è giunto il momento di parlare di balene. La voglia mi è venuta dopo la lettura di un articolo, un mesetto fa, in cui riportavano…

No, ma forse è meglio fare una premessa: la Corte Internazionale di Giustizia, il 31 marzo 2014, ha emesso una sentenza con cui si impone al Governo giapponese di non rinnovare le licenze alle spedizioni di pesca “a scopo scientifico” che il Giappone conduce nel mare Antartico 2 vv. l’anno, in quanto i giudici sono giunti alla conclusione che lo scopo delle stesse non è scientifico bensì commerciale. A “citare” il Giappone, è stata l’Australia…

…e a questo punto la premessa mi tocca allargarla. 

La pesca alla balena esiste da tanto. Quella “occidentale”, alla Moby Dick, per intenderci, serviva essenzialmente a procacciarsi il grasso, usato per… ingrassare appunto (ad esempio i meccanismi degli orologi), per le lanterne ecc. A parte il pregiatissimo spermaceti dei capodogli, della balena scotennata veniva bollita la cotenna, estratto così il grasso sottocutaneo, e la carcassa sanguinolenta ributtata in mare. I giapponesi, che le balene sembra abbiano iniziato a cacciarle in epoca Edo (1604-1868), non su navi massicce ma a suon di arpioni e similzattere, quindi sudandosela parecchio, della balena invece usavano tutto, non solo le parti commestibili, ma anche peli e ossa nelle tante forme di artigianato. 2215fa30(Ah, “forse non tutti sanno che” il Commodoro Perry, costrinse a cannonate il Giappone ad uscire dall’isolamento essenzialmente in quanto gli Stati Uniti avevano bisogno di un porto d’attracco per le loro baleniere)

Nel secondo dopoguerra, quando in Giappone la situazione era veramente disperata, la carne di balena, proteica e a basso costo, ha costituito un importante salvagente, tra l’altro pienamente favorito dal GHQ, l’amministrazione americana che ha governato il Giappone fino al ‘52.

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Fritto di balena in un menu scolastico dell’epoca. 600Kcal a soli 20 yen.

Insomma, fino agli anni ’60, più o meno nessun problema per chi voleva pescare balene finché… che è successo? Di base: 

1) l’olio di balena veniva a mano a mano sostituito da altri composti chimici più efficaci (o addirittura veniva a mancare l’oggetto da ingrassare o alimentare), 

2) si scoprì l’efficacia del discorso ambientalista nel mettere d’accordo masse di potenziali elettori.

Occorre poi tenere conto di fattori esogeni: la balena è grande, molto grande, e la sua è una morte ad effetto; la balena è un mammifero come noi, e partorisce bèbè; se ferita perde una quantità di sangue impressionante; emette suoni affascinanti, e ha uno dei più pesanti cervelli tra i mammiferi: di entrambi, cervello e linguaggio, si sa molto poco, ma la tentazione di antropomorfizzare è notoriamente irresistibile (ultimamente in rete questo video va molto https://www.youtube.com/watch?v=Bo_f8mV5khg; da 2:30 in poi), da cui la sensazione che alle balene si debbano riservare più riguardi che, ad esempio, un porco da sgozzare. In breve, in linea con i nuovi umori, il mondo cosiddetto occidentale voltò rapidamente faccia lasciando soli i giapponesi, che come si sa sono molto più lenti a elaborare i cambiamenti.

Nel 1982 l’International Whaling Commission decide che i cetacei sono a rischio di estinzione e impone una moratoria alla pesca commerciale. Norvegesi e Islandesi se ne fregano, si defilano dalla Commission, e continuano a massacrare balenotteri a piacimento. Il Giappone, tanto per cambiare, non può far lo stesso perché irriterebbe gli americani (amici delle balene, alla faccia della tradizione) e non è cosa. Allora ha un’idea: se le balene non si possono più pescare in quanto a rischio estinzione, conduciamo delle ricerche per verificare in che misura, dove, come e per capire anche quando il pericolo sarà passato e si potrà riprendere la pesca. È così che nasce l’eccezione giapponese: una spedizione l’anno (dal 2005 due) in Antartico con navi d’altura, e una nel Pacifico nord occidentale (quest’ultima anche da Ishinomaki, uno dei porti maggiormente flagellati dallo tsunami del 2011 e nel cui programma di ripresa sono stati ovviamente inclusi anche i finanziamenti alla ricostruzione delle baleniere, che se la memoria non mi inganna, furono tra i primi item in agenda). 

Quante balene occorre uccidere per effettuare una ricerca scientifica come si deve? 1.035, precisano i giapponesi, non di meno, per avere un campione valido tenendo conto della vastità dell’oceano. Le balene pescate, poi, vengono dirottare sul mercato come prodotto secondario, anche allo scopo di finanziare (in parte, perché per il carico maggiore ce l’hanno i contribuenti, essendo un’iniziativa pubblica) le spedizioni. 

Ora posso tornare a dove avevo interrotto: un articolo di un mese fa, dicevo, in cui si riportava una dichiarazione del 23 ottobre 2012 di Honkawa Kazuyoshi, ancora oggi alla guida dell’Ente per la pesca, di fronte a una commissione parlamentare permanente: “la carne di balenottera rostrata (Mink Whale), preparata a sashimi, ha un aroma e un sapore eccezionali che ne fanno un prodotto pregiatissimo (…) per garantire un suo approvvigionamento regolare, le spedizioni antartiche sono assolutamente necessarie”.

La frase non è sfuggita a Peter Tomka (presidente della Corte Internazionale),  o a chi lo consiglia, tanto da essere stata riportata nella sentenza. Insomma, Honkawa è incappato in un fatale cortocircuito tra “honne” (reali intenzioni) e “tatemae” (facciata), tradendo non solo il noto andante giapponese, ma il buonsenso di chiunque abbia una nozione minima di “double standard”. 

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La linea blu è il numero di balene che le missioni scientifiche dovrebbero assicurarsi… il resto si capisce, no?

Nella sentenza avversa, però, non ha pesato solo quello. Obiezioni ad esempio sono state sollevate al fatto che vi deve essere il modo di condurre l’indagine senza uccidere gli esemplari, o che la carne di balena pescata fosse poi utilizzata per fini commerciali. Più di tutto però è stato rilevato un fatto: dei 1035 esemplari ritenuti necessari, negli ultimi anni di fatto non se cattura nemmeno un terzo. Certo, c’è la Sea Shepherd che intralcia le operazioni con le sue violente scorribande, ma è davvero tutto là? Non sarà piuttosto che, come sostengono gli australiani, a causa della contrazione del mercato di carne di balena, il Giappone abbia rimanenze di magazzino che sta cercando di smaltire con la scusa della Sea Shepherd? E se questo è vero, visto che secondo alcuni esperti (mi correggo, guai a chi ricorre agli “gli esperti”, se poi sono “alcuni”, ancora peggio: il prof. Kobayashi Masayuki, dell’ICSEAD) la contrazione è iniziata prima delle scorribande della Sea Shepherd, la conclusione logica è che le spedizioni hanno un intento commerciale, e che di conseguenza non hanno diritto di cittadinanza.

Adesso, con la sentenza negativa, ai giapponesi resta la spedizione nel nord pacifico, anche quella a rischio, visto che si è creato il precedente e le nazioni contrarie, Australia in testa, molto probabilmente non si accontenteranno. Laggiù il Whale Watching è una florida industria turistica, mentre la Sea Shepherd, grazie alle sue azioni di sicura presa emotiva, viene inondata da contributi e donazioni, anche governative. In altre parole, ormai non è più una questione “scientifica”.

Eppure stava andando tutto così bene. La popolazione di balenottere si era ripresa più che sufficientemente per riaprire la caccia…

Ma? Ecco, ma…? In realtà uno dei problemi è che il Giappone stesso, nonostante le dichiarazioni di facciata, non ha una posizione chiara.

Conviene riaprire la caccia commerciale? Come dicevamo, è probabilissimo che il Giappone abbia grosse rimanenze in magazzino da smaltire.  Se le spedizioni scientifiche dovessero tornare a essere semplici battute di pesca, ebbene non si potrebbe più attingere ai fondi statali, si tornerebbe in un regime di mercato normale, in cui l’industria delle baleniere dovrebbe bastare a se stessa. Il rischio, in altre parole, è che con la riapertura si dia nello stesso tempo il colpo di grazia all’industria della caccia alla balena. Al Giappone converrebbe infine inimicarsi buona parte della società internazionale per coprire un fabbisogno interno che non arriva alle 5.000 tonnellate l’anno?

Ma allora perché il Giappone non molla? Ovviamente qui si possono solo offrire delle ipotesi. 

Diciamo che in linea generale, non c’è niente di più irritante in politica estera che sentirsi dire da paesi esteri come ci si deve comportare. Anche davanti a un ragionamento sensato. 

Il fatto è che la campagna per la salvaguardia delle balene è entrata nella sua fase calda con tempismi sospetti proprio negli anni ’80, quando l’economia giapponese stava raggiungendo il massimo della sua aggressività. Screditando il Giappone in una questione in fondo non primaria ma di facile presa emotiva, soprattutto in America si otteneva di danneggiarne l’immagine e quindi di scoraggiare l’acquisto del prodotto nipponico. Non posso garantire che la memoria storica di questo sfondo sociopolitico sussista ancora tra i giapponesi, ma ho l’impressione che vi sia tra gli addetti ai lavori e tra una certa classe politica la percezione che qualcosa di ingiusto si stia compiendo ai danni del popolo giapponese, con relativo guizzo d’orgoglio. E allora si mette in campo la “tradizione”, visto che si tratta di scegliere tra un’estinzione sicura (quella della tradizione) e una a rischio (quella delle balene).

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Contenitore di ami ricavato dall’osso di un uccello, con decorazione ispirata alla caccia alla balena – Cultura Okhotsk (c.a. III-XIII sec.). Lo so, in teoria l’Hokkaido non era Giappone…

È pur vero che questo paese una tradizione di pesca alla balena ce l’ha. “Carne di balena non ne vedo mai al supermercato”, dicono spesso i detrattori, ma questo dipende in parte dal fatto che ce n’è meno (dalle oltre 200 mila tonnellate degli anni ’60 alle 4000 di oggi … i menu scolastici non prevedono più la bistecca fritta di balena, un classico tra i classici che pare faccia struggere di nostalgia le generazioni di quaranta-cinquantenni), e in parte da dove si va a guardare. La si trova dove la si pesca. Nel Tohoku, molti menu prevedono carne di balena, io stesso una delle poche volte che l’ho mangiata era in punta alla penisola di Bōsō, a Chiba, in quanto Wada (poco più su) è uno dei porti delle baleniere. 

Una volta in più, come per il nucleare, fattori emotivi opposti si scontrano e – apparentemente – con poche speranze di trovare un punto di conciliazione. 

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Chissà se è “tradizione” il leggendario spadaccino Miyamoto Musashi inciso da Utagawa Kuniyohsi mentre passa a fil di spada uno stupendo esemplare di balena (all’epoca un vero hit commerciale). Cosa vi avrebbe visto la gente, oggi? Bellezza?

kuniyoshi023_thumb2O crudeltà?

5 pensieri su “Una balena (pescata) e 7 baie sono in festa (proverbio giapponese)

  1. L’ha ribloggato su nejirikanzashie ha commentato:
    Non sono morta, ma stiamo finendo il trasloco e tra questo e i lavori che stiamo facendo, sono rimasta un po’ indietro con il blog, intanto beccatevi questo articolo molto interessante di Alessandro 🙂

  2. dall’articolo trapela un velato appoggio a favore della caccia alla balena. il dubbio conseguente è: chi l’ha scritto è pagato da qualche fazione nipponica favorevole alla caccia o – più probabilmente – si scrivono minchiate con posizioni impopolari solo per assumere una posizione originale? (tipo il mio amico che si metterebbe volentieri una merda in testa pur di esser l’unico a farlo)…

    • Buonasera. Rispondo perché mi ha divertito assai l’ipotesi di poter essere pagato dalla “fazione della balena”. Mi ha letteralmente spalancato nuovi orizzonti 🙂
      Curioso che l’articolo sembri pendere verso la posizione giapponese. Mentre lo scrivevo avevo la sensazione opposta. L’unico punto in cui è probabile che “trapeli” qualcosa è in effetti sulla Sea Shepherd. Confesso di avere problemi con l'”eco warrior” Captain Watson, o meglio con il suo ego, che forgiato da “the ancient wisdom of Sun Tzu with the self-discipline of Miyamoto Musashi” (lo dice lui) a tutto sembra pensare tranne che alle balene.

  3. Per venire incontro ad alcune osservazioni che ho letto qua e là, aggiungo o meglio definisco meglio un paio di punti.
    Il primo, sulla IWC che “decide” che i cetacei sono a rischio di estinzione. Ho effettivamente semplificato troppo. Diciamo così: che nell’82, l’IWC impone una moratoria sulla pesca commerciale di 13 specie di balena di grossa taglia (soprattutto balenotteri azzurri e striati, i “mink” di cui tanto golosi vanno i giapponesi) sulle c.a. 83 specie sotto osservazione, in quanto preoccupata del forte calo di popolazione osservato.
    Seconda cosa: “La popolazione di balenottere si era ripresa più che sufficientemente per riaprire la caccia”… e chi lo dice? Beh, non l’IWC che – per l’appunto, non conduce ricerche a tappeto in questo senso (le balene sono spesso e volentieri in profondità, per cui è molto complicato fare stime). Stando a sentire il Giappone (perché è quello a cui la frase si riferiva) la popolazione è sufficientemente aumentata da poter cacciare 200.000 esemplari in 100 anni senza causare particolari problemi alla tenuta della popolazione (v. link del Ministero Esteri giapponese http://www.mofa.go.jp/policy/economy/fishery/whales/iwc/population.html). E poi, basta pensarci: una moratoria, per quanto sia, non dura 30 anni. I conti si sarebbero già dovuti fare, stando ai piani iniziali, a fine anni ’80. Come dicevo, al di là dei numeri, non è una questione sc… sc… scientifica.

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