Casa in Giappone?


Dopo sei anni in un appartamentino di 54 mq, ci siamo trasferiti a fine ottobre 2014.
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La nostra prima “casa” si trovava in un mini condominio con otto appartamenti, divisi su due piani e in due blocchi diversi. Insomma, era una sistemazione abbastanza discreta, nei limiti del significato che possiamo dare a questo termine.
Come saprete, in Giappone costruiscono usando il legno per questioni anti-sismiche: questo porta spesso e volentieri a costruire case che reggono in caso di terremoto, ma hanno pareti sottili e ambienti difficili da riscaldare in inverno e rinfrescare in estate. Le costruzioni possono essere o meno recenti, perché nonostante quello che si legge esistono ancora edifici degli anni ’70 che se la cavano più che bene.
Ecco, noi abitavamo in un piccolo condominio costruito negli anni ’70.
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Le caratteristiche principali, che ci avevano convinto, erano l’estrema tranquillità del luogo, la vicinanza alla stazione e la presenza di varie strutture in zona.
L’aspetto negativo più eclatante era lo spessore delle pareti… Per darvi un’idea, io potevo aprire la finestra e stringere in mano i due lati del paramento murario della mia casa (meglio specificare che ho le mani molto piccole!). Questi muri “di carta” permettevano di sentire qualsiasi cosa succedesse al piano di sopra, così come far sentire quello che accadeva da noi alla gente che passava per strada.
Poi, immancabili in ogni casa giapponese, avevamo scarafaggi in quantità: la costruzione, come accadeva spesso in passato, poggiava su una sorta di piattaforma di legno, con uno spazio libero tra la base del pavimento e il suolo (ricavato per aiutare la circolazione dell’aria, secondo due miei studenti sessantenni). Agli scarafaggi, bontà loro, non sarà parso vero, avere a disposizione uno spazio per la ricerca del cibo aperto ventiquattro ore su ventiquattro. A noi umani, al contrario, questa convivenza forzata non piaceva molto.


Come dicevo, a fine ottobre ci siamo trasferiti.
Risparmierò (per ora) i dettagli, che saranno oggetto di un prossimo post, e mi limiterò alla descrizione della nostra nuova casa. Considerato che non siamo ancora in estate, e non abbiamo ancora avuto modo di fare conoscenza con gli scarafaggi del luogo, penso che ne verrà fuori un ritratto positivo.

Prima di tutto, non siamo in affitto, ma abitiamo (finalmente) a casa nostra.

Poi, abbiamo un sacco di spazio (anche se non è cambiato il numero delle stanze).

La casa è stata costruita negli anni ’70 – e qui non abbiamo fatto nessun passo avanti, rispetto alla sistemazione precedente – e comprendeva, all’inizio, un solo piano. Il terreno, e la casa, erano stati acquistati da una coppia con due figli piccoli, proveniente dai dintorni di Osaka, attratta dai prezzi della nostra zona e dalla vicinanza con Osaka, dove il marito lavorava.

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Mio marito è cresciuto in questa casa, e mi ha raccontato qualcosa sulle varie fasi costruttive: quando vivere in quattro, in una casa di un solo piano, era diventato troppo complicato, la famiglia aveva fatto costruire il secondo piano. Questo secondo piano era arrivato già bello e pronto, un prefabbricato che era stato fissato sul piano sottostante. E la casa aveva continuato ad esistere, e a dare rifugio alla famiglia, in questa nuova forma.
I figli sono cresciuti e si sono sistemati altrove, sono arrivati i nipoti e allora i due coniugi hanno pensato di rimettere a posto la loro casetta per ospitare figlio e famiglia (l’altro fratello preferisce vivere altrove).
E qui arriva il nostro momento: contratto di affitto in scadenza (i contratti con le agenzie immobiliari, di solito, si rinnovano ogni due anni), e spazio abitabile ridotto al minimo. Il tutto unito a un piccolo curiosone di due anni che detesta stare al chiuso (e cominciava ad aprire anche la porta di ingresso!!).
Cominciano le grandi manovre: ristruttureranno la casa dei nonni, il piano di sopra (che prima comprendeva tre camere da letto e un’ampia veranda, verrà coperto e reso abitabile, e aggiungeranno una piccola veranda in legno.
Prima considerazione: quando un giapponese ha comprato il terreno, e ci ha fatto costruito la sua casa, può farne quello che vuole.
In Sardegna, ho seguito tutto l’iter burocratico necessario alla costruzione della casa dei miei genitori (e non potevo fare altrimenti, visto che ero ancora alle superiori): commissionare un progetto, presentarlo in comune per l’approvazione, cercare i muratori che si occupino di tutto (per tacere dei collegamenti elettrici, quelli idrici e così via). In Giappone, al contrario, incaricano un impresario edile e lui si occupa di tutto.
Sono sicura che esista anche una versione della ristrutturazione della casa giapponese in cui si coinvolge un progettista e ci si affida a lui per tutti gli adempimenti collegati (contattare un’impresa edile e le varie compagnie fornitrici di servizi), ma non è stato il nostro caso: in campagna la pubblicità migliore viaggia fra i commenti dei vicini di casa, passa da una visita di cortesia nell’ufficio del falegname in cui si spiega quello che si vorrebbe realizzare e comprende una certa dose di fiducia e pazienza, da distribuire nell’arco dei mesi necessari per portare a termine il lavoro che avete commissionato.
Torniamo a noi: il nostro eroe ha accettato il lavoro e smantella tutto il piano di sopra: la struttura è composta da assi di legno, pannelli riempiti di materiale isolante, e coperti da una sorta di “carta da parati” sia all’interno che all’esterno, che riprende le caratteristiche della muratura ed è studiata appositamente per resistere alle intemperie e alle iniziative individuali di piccoli pittori in erba. Non so dire esattamente in che cosa consiste il materiale isolante: vedere quello che queste “pareti” hanno contenuto per quarant’anni mi ha lasciato un po’ interdetta, ma fino a quando funziona, meglio non farsi troppe domande, non vi pare?
Prima che fosse completata la copertura degli ambienti interni, mi sono scoperta a fissare il soffitto, e il tetto: uno spazio enorme era stato lasciato completamente vuoto!
Qui mi viene spontanea una domanda: come mai in Giappone lasciano tanto spazio tra la copertura superiore degli ambienti e il tetto? Forse si tratta di un accorgimento per isolare gli ambienti e renderli più vivibili? Oppure, soltanto di una decisione del nostro prode costruttore? Cero che mi ha stupito vedere quell’enorme spazio di risulta, che magari avrebbe potuto servire da mini soffitta (considerando il quantitativo di oggetti che i giapponesi sono in grado di ammucchiare dentro casa loro nel corso degli anni) lasciato libero e disponibile per qualsiasi animale che, in futuro, vorrà venire ad abitarci.
In questo caso sono prevenuta, e lo ammetto: mi hanno raccontato che, al momento di iniziare i lavori sul tetto, che prevedevano una nuova copertura, togliendo le tavole di legno sono venuti fuori tutti gli abitanti del sottotetto… Una colonia di topi ben nutrita, che ha manifestato il suo sdegno per lo sfratto defluendo attraverso ogni apertura disponibile in casa! Uno spettacolo che sono felice di aver perso!
Dopo quattro mesi di lavori, e nonostante il piano di sotto (destinato ai nonni) fosse ancora un cantiere, ci siamo trasferiti.
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La nostra casa comprende un ampio salone con cucina, separata dal resto dell’ambiente tramite un bancone di 2,70 m. Sul fondo del salone si trovano bagno e veranda coperta.
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Il resto è composto di un corridoio e due camere da letto, con armadi a muro in quantità.
Le pareti, come vi dicevo, sono composte di pannelli di legno riempiti di materiale isolante, e ricoperte da una sorta di “carta da parati” particolarmente resistente, che permette di attenuare umidità e odori persistenti (è ancora nuova, non so dirvi se queste caratteristiche dureranno a lungo). La veranda esterna è stata costruita con grosse assi di legno: è stabile e ben isolata, ma ovviamente non potremo mai organizzarci una festa da ballo!

Ho lasciato per ultimo i punti deboli di questa nostra sistemazione…
Prima di tutto, un lato della casa si presenta completamente privo di finestre! IMG_0751

Sì, possiamo vivere lo stesso, anche perché le finestre sono numerose sugli altri lati, ma visto che il problema interessa anche la cucina (che rimane decisamente buia anche in pieno giorno) la cosa un po’ mi dispiace.
E infine, il problema più grosso di tutti!
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Per mancanza di spazio, e nonostante il nostro prode carpentiere insistesse, abbiamo deciso di tenere la stanza da bagno in comune con i nonni. Esistono dei lati positivi, come l’esenzione da tutta una serie di pulizie che riguardano il bagno, e non avere più modo di usare l’acqua rimasta nella vasca per il bucato del giorno dopo. Ma i lati negativi pesano un po’…
Prima di tutto, la nonna utilizza l’acqua del bagno per il bucato e quindi sono escluse docce extra (come farò in estate?) e trattamenti particolari (per esempio un bagno all’europea, o un impacco per capelli con l’henné). Poi, non avere la disponibilità completa della stanza da bagno, impedisce di personalizzarla e obbliga a portare avanti e indietro le proprie cose ogni sera.
In fin dei conti, di cosa mi posso lamentare? Mi è finalmente arrivato un vero forno, qualcosa che desideravo da anni. Ora si che sembro davvero una casalinga!
A prezzo di qualche piccola rinuncia viviamo a casa nostra, la vita non è impossibile e confido nel tempo, che aiuterà ad appianare le eventuali contrarietà.
La prima versione di questa casa ha retto per più di quarant’anni, secondo voi quanto durerà la seconda? Ovviamente, noi speriamo il più a lungo possibile.
E se gli scarafaggi dovessero bussare alla nostra porta risponderò che non parlo giapponese! Magari funziona?

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6 thoughts on “Casa in Giappone?

  1. Di solito per “imbottire” l`interno delle pareti usano il “glass wool”, la lana di vetro, che pero` serve veramente a poco e si rovina anche in poco tempo… purtroppo i materiali sono quelli che sono nelle case giapponesi, lo sappiamo 😦

    • Sembrava tutt’altra cosa, così a occhio! Mah… La casa che ho conosciuto prima del restauro era fredda in inverno e calda in estate. Speriamo che il nostro intraprendente falegname abbia fatto un buon lavoro!

  2. Articolo interessante, sono ingegnere e mi occupo di strutture ed ho trovato diversi spunti tecnici, compreso quello dell’iter della pratica edilizia :). L’intercapedine nel soffitto potrebbe servire per l’isolamento termico del tetto oppure per il passaggio degli impianti? Stessa cosa per il basamento rialzato a cui si aggiungono pure motivi di impermeabilizzazione del primo solaio.

    • Grazie per il complimento. Onestamente sono molto lontana da avere una qualche conoscenza specifica, ma sono molto curiosa e mi piace capire quello che ho intorno. Nella cotruzione di una casa in questo paese ha sempre grande importanza l’esposizione: in un primo tempo pensavo che il motivo prevalente fosse la consuetudine, ma devo riconoscere che la struttura di legno si adatta perfettamente a questa consuetudine locale 🙂

  3. A me preoccuperebbe abitare in uno stabile anni 70, se non altro (da quello che mi spiegava un’agenzia un paio di anni fa) per via del fatto che sono costruiti prima del cambio della legge sulle strutture antisismiche e quindi potenzialmente “a rischio”.
    Un sistema a pantografo o smorzatori nelle fondamenta fa una bella differenza, dato che il legno viene giu’ lo stesso per quanto elastico.

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