La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Seconda parte)


Riceviamo e volentieri postiamo un testo di Pio d’Emilia, giornalista (http://www.ilfattoquotidiano.it/oriente-furioso/) e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, dal titolo: La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, una pagina inedita di storia politica e diplomatica. (seconda parte)

Il contesto storico: l’Italia nell’Estremo Oriente

Prima di affrontare la questione principale, e’ cioe’ gli eventi successivi all’armistizio del 1943 e alla  dichiarazione di guerra del 15 luglio 1945, e’ forse utile fotografare la presenza italiana in Estremo Oriente dell’epoca. Secondo dati abbastanza attendibili – corrispondenza privata tra gli ambasciatori Taliani (Pechino) e Indelli (Tokyo), entrambi poi accumunati dal triste destino di internamento e prigionia, memoriale Jannelli e altra documentazione ufficiale rinvenuta presso l’Archivio Storico del MAE – vi erano, alla vigilia dello scoppio della guerra, circa 3000 cittadini italiani in Estremo Oriente. Per la maggior parte si trattava di uomini in uniforme, qualche commerciante, una manciata di studiosi, alcuni missionari. Ma con l’attacco della Germania alla Russia, nel giugno 1941, l’interruzione delle linee marittime dal Giappone (dopo gli accordi di Tokyo con il governo fantoccio di Vichy) e la seconda infiltrazione giapponese in Asia, l’Estremo Oriente rimase praticamente isolato dal resto del mondo. In base ai risultati di questa ricerca,  gli unici italiani che dopo questa data riuscirono a raggiungere l’Estremo Oriente furono  i gia’ citati  Consigliere d’Ambasciata Pasquale Iannelli ed il dr. Michelangelo Piacentini – sorpresi dalla guerra russo tedesca mentre erano  in viaggio sulla ferrovia transiberiana[19], e l’Addetto Navale presso la stessa ambasciata, ammiraglio Balsamo, il quale, attraverso Spagna, Portogallo, Brasile ed Argentina,  riusci’  ad imbarcarsi sull’ultima nave  che dal Sudamerica salpo’ per il Giappone. In senso inverso, l’unico italiano che sia riuscito a tornare in Italia e’ stato invece l’ex console di Manila, tale Rossi, rifugiatosi in Giappone dopo la chiusura dei consolati italiani in territori USA e imbarcatosi come clandestino su un piccolo battello giapponese partito il 16 agosto da Yokohama per il Messico per caricare petrolio.

La  presenza navale italiana in Estremo Oriente era tutt’altro che irrilevante.  Sia quella militare che quella commerciale. Per quanto riguarda quest’ultima, oltre al “Conte Verde” (300 persone), vi erano il  Giuseppe Volpi, 28 Ottobre, Fujiyama e Orseolo, Cortellazzo, Carignano, Ada e una ventina di battelli fluviali che prestavano servizio sullo Yang-Tze (bandiera ed equipaggio italiani, ma capitale misto italo cinese, di una societa’, la CIN, di cui era azionista anche il colonnello Omar Principini, fondatore di alcuni “fasci” locali e addetto militare presso l’Ambasciata italiana in Manciuria. Si tratta dello stesso personaggio che ritroveremo, tra il 43 ed il 45, “incaricato d’affari” della Repubblica di Salo’ a Tokyo, dove pretese ed ottenne le “consegne” da parte dell’ambasciatore Indelli, oramai imprigionato, e dove fu trovato, al rientro delle legittime autorita’ italiane, un ingente quantitativo di oppio [20]. Tutte queste navi, allo scoppio della guerra, si rifugiarono chi nel golfo del Siam, chi in Giappone.  Il “Volpi” e il  “28 ottobre” eseguirono l’ordine di autoaffondamento, mentre il “Fujiyama” riusci’ a raggiungere il Giappone con il suo ultimo carico, forniture FIAT per lo “stato fantoccio” del Manchukuo (Manciuria). Sia il “Fujiyama” che l’ “Orseolo” che il “Cortellazzo”, continuarono per qualche tempo a fare la spola con l’Atlantico, portando carichi da e per l’Italia e la Germania (ultimo viaggio nel 1943). Anche il “Conte Verde”, dopo anni d’inattivita’, venne noleggiato dai giapponesi e utlizzato per una missione delicata assieme ad un piroscafo giapponese, l'”Asama Maru”: lo scambio di diplomatici e cittadini  inglesi e americani a Lorenco Marques, in Mozambico, con diplomatici e cittadini giapponesi. Il “Conte Verde” porto’ a termine con successo la missione, tornando poi a oziare nel porto di Shangai prima del sequestro, illegale, da parte delle autorita’ giapponesi. Sequestro che come vedremo rappresenta il “titulus” per le successive richieste di risarcimento e le azioni civile intentate contro il governo giapponese e culminate con il tentativo di pignoramento presso il Consolato del Giappone a Milano[21]. Il nostro socio prof. Takeshita Toshiaki, che attualmente insegna giapponese presso l’Universita’ di Bologna ma all’epoca dei fatti era impiegato presso il Consolato, ricorda il grande imbarazzo delle autorita’ consolari giapponesi ed il “provvidenziale” intervento risolutorio da parte di un ministro, probabilmente l’on. Aldo Moro, all’epoca ministro degli esteri. Fu proprio questa vicenda, ed altre che vedevano come protagonisti altri piccoli creditori, che spinsero il governo giapponese ad accettare, obtorto collo, l’idea di dover addivenire ad una transazione che prevedesse in qualche modo il riconoscimento dei danni ingiustamento provocato a persone fisiche e giuridiche italiane, provvedendo al risarcimento degli stessi.

 Le unita’ da guerra erano invece rappresentate da alcune cannoniere (Lepanto, Carlotto e alcune altre), da anni utilizzate per presidiare le Concessioni assieme al battaglione S.Marco (circa 500 uomini), l’incrociatore Eritrea e il Calitea (ex RAM II) che avevano lasciato Massaua dopo la perdita dell’Eritrea ed avevano raggiunto il Giappone.

Un tentativo di collegamento aereo, effettuato con un Savoia Marchetti che in due tappe era riuscito a raggiungere la Manciuria, non ebbe seguito per l’opposizione dei giapponesi, che, avendo a lungo covato il  progetto di realizzarlo in proprio,  in occasione dei due voli sperimentali impedirono persino di caricarvi della corrispondenza privata[22].

Illuminante, a proposito, il commento contenuto nel memoriale Iannelli:

“una sorda, meschina, incomprensibile opposizione che rappresento’ l’ennesimo, piccolo episodio di quanto innaturale, assurda, svantaggiosa e umiliante per noi fosse un’alleanza, mai desiderata ne’ compresa dal popolo italiano, con paesi di mentalita’ e aspirazioni assolutamente antagonistiche ed inconciliabili” [23]. E piu’ avanti: “solo in questo modo si puo’ comprendere l’esplosione, a lungo repressa, dell’odio e della rabbia covati dalla cricca militare giapponese, che peraltro, nella propaganda interna, mai aveva cessato di ripetere che l’alleanza non era con un popolo, bensi’ con un uomo….”[24]. Una posizione che troviamo confermata, come precedentemente ricordato, nel “diario segreto” di Ryochi Sasagawa, quando descrive il suo epico incontro con Benito Mussolini, avvenuto dopo l’eroica trasvolata da Osaka a Roma per l’occasione “avvolta in un romantico manto bianco”[25].

Da ultimo, ricordiamo la presenza di tre sommergibili italiani a Singapore (precisamente nel porto di Sabang), il Cappellini, il Torelli ed il Giuliani. Questi furono invece catturati dai giapponesi i quali scongiurarono un goffo e non troppo convinto tentativo di autoaffondamento[26]trasferendone poi 2 di essi (il Cappellini ed il Torelli), sotto bandiera tedesca,  nel porto di Kobe . Uno dei macchinisti del Torelli, Raffaele Sanzio, e’ tutt’ora in vita ed e’ uno dei preziosi testimoni di quegli eventi, essendo tra i pochi ad aver giurato fedelta’ a Mussolini e alla Repubblica di Salo’ ed essendo per questo stato arruolato prima con una divisa tedesca, poi addirittura giapponese, continuando la guerra fino all’ultimo e ricevendo, dopo molti anni, la cittadinanza giapponese[27].

Ma torniamo agli eventi del 1943.

La mattina del 9 settembre 1943 impiegati e funzionari dell’ambasciata italiana in Tokyo trovarono la sede circondata dalla polizia. Prima ancora di ricevere notizie ufficiali da Roma, l’ambasciatore Mario Indelli fu informato da alcuni funzionari del Gaimusho che l’Italia aveva tradito il patto tripartito e che da quel momento tutti i dipendenti dell’ambasciata, diplomatici compresi, sarebbero stati limitati nella loro liberta’ e sottoposti ad una misura che, inizialmente, era stata definita di “internamento”. Un appuntamento che l’allora ministro degli esteri giapponese Mamoru Shigemitsu aveva fissato all’ambasciatore fu annullato, senza alcuna giustificazione. Nel primo pomeriggio il ministro consigliere Pasquale Iannelli, numero 2 della rappresentanza, fu accompagnato, sotto scortta di polizia, al Gaimusho, dove il vice-ministro Shunichi Matsumoto gli mostro’ un telegramma del governo italiano datato 8 settembre ore 21:50, firmato dal generale Badoglio, nel quale si annunciava la conclusione dell’armistizio con gli alleati.     Con solenne indignazione, Matsumoto consegno’ a Iannelli la risposta – in lingua francese – del governo giapponese, rifiutando ogni commento e discussione e lasciando la stanza senza neanche salutare il rappresentante del governo italiano[28]. Fu l’inizio di un’odissea che si sarebbe conclusa solo il 15 settembre 1945, un mese dopo la resa del Giappone, quando l’ambasciatore Indelli e gli altri che nel frattempo, da semplici “internati” erano stati prima arrestati e poi deportati prima in un campo di concentramento a Denen-chofu, a Tokyo, e poi in provincia di Akita, a Kemanai, 600 chilometri a nord di Tokyo, vennero finalmente liberati.

La cronaca di quel giorno ci e’ fornita, oltre che dal gia’ citato memoriale Iannelli, da un “appunto” a firma Pio Macchi, all’epoca aiuto cancelliere, inviato in epoca successiva al direttore generale della Farnesina, Zoppi, in seguito alla richiesta di quest’ultimo di ottenere testimonianze dirette relative a quel periodo, per la ricostruzione  dei fatti e la predisposizione di un dossier per la posizione italiana che, almeno fino ai primi anni ’50, era decisamente intransigente e mirante ad ottenere un gesto non solo simbolico da parte del Giappone.

Eccone un brano  “mentre la polizia si muoveva a suo piacimento nei locali dell’ambasciata – lo ricordiamo, siamo alla mattina del 9 settembre: l’Italia ha semplicemente firmato un armistizio, ma non e’ ancora in guerra con il Giappone, n.d.r.  – un alto funzionario del Gaimusho, tale Yoshura , al tempo responsabile della sezione italiana, mi ha invitato ad un colloquio riservato. Egli mi disse che parlava a titolo privato, in spirito di amicizia e che voleva innanzitutto mettermi a parte di notizie gravissime che l’avevano raggiunto:  che il Re si trovava in stato di arresto in Sicilia, che  il Principe di Piemonte era fuggito in Svizzera e che si parlava di abdicazione. Che numerosi ufficiali si erano ribellati agli ordini di Badoglio e continuavano la guerra e che a Chiasso (sic!) si era costituito un governo provvisorio, presiueduto da Farinacci, che la Germania aveva gia’ riconosciuto e che il Giappone stava accingendosi a fare. Continuo’, offrendosi di metterci immediatamente in condizione di comunicare con esso.

Difronte al mio – che in seguito scoprii essere quello della quasi totalita’ dei dipendenti dell’ambasciata, tranne qualche indegno e triste caso – rifiuto, Yoshiura cambio’ tono e, affermando che noi avevamo compiuto atti di ostilita’, come l’autoaffondamento del Conte Verde, presto il nostro destino sarebbe passato nelle mani del ministero degli interni e della polizia”.[29]

L’internamento, in  effetti, duro’ solo 40 giorni. Poi gli italiani, vennero “affidati” alle cure del Ministero degli Interni e della onnipotente – allora come ora – polizia. Il 19 ottobre tutti gli italiani impiegati presso l’ambasciata[30], senza distinzione di rango, vennero caricati insieme ai loro familiari e condotti nei locali di un convento di francescani canadesi, a Denen-chofu, in periferia di Tokyo, dove furono imprigionati in assoluta promiscuita’, costreti a dormire per terra nella Cappella e privati non solo di ogni privilegio e immunita’ diplomatica, ma anche dei piu’ elementari diritti dei prigionieri di guerra[31]. Solo dopo oltre un anno, fu “permesso” alla Svezia – indicata sin dai primi giorni come “potenza protettrice” – di assumere concretamente  la “protezione” dei loro interessi.

Questo punto e’, evidentemente, di fondamentale importanza per  cercare di comprendere, aldila’ delle congetture e delle speculazioni politiche – rivelatesi poi errate – sia le motivazioni che hanno portato alla dichiarazione di guerra del 15 luglio 1945, sia la lunga trattativa che ha preceduto e seguito lo scambio di note del 1951. In un appunto riservato del marzo 1949, in risposta alle sollecitazioni che, da Tokyo, provenivano dal rappresentante italiano presso lo SCAP, l’Ambasciatore Blasco Lanza d’Ajeta il quale auspicava una soluzione che “nello spirito di nuova amicizia e collaborazione” non penalizzasse troppo il Giappone, il consigliere Iannelli comunica in maniera inequivocabile il suo pensiero, che giunge, per conoscenza, al ministro degi Esteri Sforza, regolarmente protocollato tra le sue carte di gabinetto, oggi consultabili:

“……in relazione ad un preteso ‘senso di colpa’ dell’Italia per la dichiarazione di guerra tardiva e di una pretesa ‘posizione psicologica” dei giapponesi di cui il governo italiano dovrebbe tener conto, mi permetto di far osservare che le inaccettabili misure di prigionia adottate nei nostri confronti risalgono al 16 ottobre 1943 e dunque molto prima della dichiarazione di guerra…..(mio corsivo,ndr)). E’ mio dovere reiterare l’opinione che un completo ristabilimento di rapporti, con l’accettazione di un ambasciatore giapponese a Roma e l’invio a Tokyo di un rappresentante italiano, il quale dovrebbe presentare le sue credenziali allo stesso sovrano che ha permesso l’umiliante detenzione dell’intera ambasciata, senza che questi  gravissimi fatti siano minimamente menzionati e senza che vi sia un’espressione formale di rincrescimento e di scuse,  non potrebbe che essere gravemente lesivo non solo della dignita’ e del prestigio dell’Italia, ma anche del Giappone, cosi’ sensibile alle questioni di decoro e di amor proprio[32] “. Il comportamento dei giapponesi, si legge in altra parte, e’ stato di una gravita’  “piu’ unica che eccezionale,  l’illecito piu’ grave contemplato dal diritto internazionale, il cui unico precedente, a nostra memoria, risale al XVI secolo, quando i sultani turchi fecero rinchiudere nelle prigioni di Yunikule gli Ambasciatori della repubblica di Venezia”[33].

Vale la pena ricordare che e’ principio universalmente riconosciuto che funzionari diplomatici, consolari e ad essi equiparati debbano godere per tutto il tempo durante il quale riesiedono sul territorio dello Stato presso il quale sono stati accreditati delle immunita’ e privilegi riconosciute dal diritto internazionale. Cio’ indipendentemente dal fatto che, in un dato momento, lo stato presso il quale sono accreditati e quello al quale appartengono si trovino in stato di tensione e financo di guerra. E’ questo uno dei principi sui quali si basa il concetto stesso di diplomazia.

Certamente e’ possibile adottare tutta una serie di provvedimenti restrittivi. Ma sempre nel rispetto della dignita’ e soprattutto nominando immediatamente una “potenza protettrice”. Condizione che i giapponesi, come e’ noto, soddisfecero solo nell’agosto del 1945, quando l’ambasciatore giapponese Shinrokuro Hidaka, arrestato dalle truppe alleate nel maggio, venne consegnato alle autorita’ italiane insieme ad altri 30 diplomatici. E infatti, solo il 2 agosto 1945, dopo due anni di detenzione illegittima e di ostentato rifiuto anche solo di affrontare il problema, il Gaimusho prende contatto con l’Incaricato d”Affari di Svezia a Tokyo, Erik von Sidow, comunicandogli che, sia pure per il momento ancora in via non ufficiale, il governo imperiale aveva deciso di trattare d’ora in poi i membri dell’ambasciata italiana come diplomatici di potenza nemica, pur non intendendo riconoscere il Governo italiano ne’ prendere atto della dichiarazione di guerra. Era tuttavia disposto ad accettare che la Svezia si occupasse degli interessi italiani in Giappone, a patto che accettasse di curare anche gli interessi del Giappone in Italia. Ciononostante, dovette passare quasi un altro mese prima che un rappresentante svedese potesse recarsi al campo di Kemanai e che l’annunciato collegamento diretto con il Ministero degli esteri fosse ripristinato. Solo il 29 agosto, ben due settimane dopo la capitolazione del Giappone, il signor Carl Gustav Kjellin giunse a Kemanai, dove verifico’  lo stato di inedia dei detenuti e constato’ che l’invio di viveri e medicinali garantito dal Gaimusho non era mai avvenuto (o meglio, non era stato consegnato ai detenuti: le casse furono infatti trovate nella gendarmeria)[34].

Ma l’avventura non era finita. Il 2 settembre le truppe americane cominciarono a sbarcare in Giappone[35]. Aerei Usa cominciarono a sorvolare i campi dei prigionieri – la cui ubicazione era perfettamente conosciuta, in modo da evitarli durante i bombardamenti – facendo cadere casse di viveri e  volantini. In uno di essi, fatto cadere sul campo degli italiani, si legge:  “le truppe alleate sono dirette verso il vostro campo per portarvi in salvo….e’ importante che rimaniate uniti, che evitiate qualsiasi atto di ostilita’ o di ritorsione contro civili o militari giapponesi e che raccogliate ogni utile informazione da utilizzare per la punizione dei criminiali di guerra…in attesa dell’arrivo delle truppe alleate, il comando del campo deve essere affidato al prigioniero piu’ anziano o piu’ alto in grado, che dovra’ a sua volta impartire alle guardie giapponesi gli ordini per la gestione quotidiana del campo”[36].

L’ambasciatore Indelli non ci  penso’ due volte. Lo stesso giorno emano’ il seguente ordine:

“Sulla base delle istruzioni ricevute dalle Potenze Alleate, la polizia giapponese ha cessato di esercitare alcuna autorita’ nei nostri confronti. Assumo pertanto il comando del campo, ed il capo degli agenti di polizia, signor Hori passa sotto i miei ordini e verra’ ritenuto responsabile per l’esecuzione degli stessi da parte degli altri poliziotti giapponesi.  Ordino inoltre al signor Hori di consegnare tutte le armi in possesso dei giapponese, gli apparecchi fotografici, gli altri oggetti a suo tempo confiscati e tutta la documentazione d’ufficio che ci concerne. Avverto che  ogni resistenza sara’ punita. Il signor Hori dovra’ inoltre procurarci, entro oggi, la miglior radio che sia disponibile a Kemanai”.  Il cambio di guardia duro’ pochi giorni: il 14 settembre un convoglio alleato giunse a Kemanai e provvide a trasferire in un lussuoso albergo nelle vicinanze di Tokyo, a Miyanoshita,  tutti i detenuti italiani. Il personale diplomatico fu immediatamente reintegrato e regolarmente accreditato presso lo SCAP.

Tuttavia, per quanto cio’ possa sembrare assurdo e inverosimile in un Giappone devastato dalla guerra e sotto occupazione americana, l’accanimento del Gaimusho contro gli italiani prosegui’. In un promemoria del 9 gennaio 1946, otto mesi dopo la resa del Giappone, l’incarico d’affari di Svezia riferiva: “Sono stato ripetutamente convocato, sino allo scorso dicembre, dal capo della sezione europea del Gaimusho sign. Toru Hagiwara, che si e’ dichiarato responsabile degli affari italiani. Lo stesso mi ha ripetutamente palesato il disappunto del suo ministero per il modo in cui gli italiani detenuti a Kemanai erano stati liberati…..in particolare intendeva protestare energicamente per il fatto che l’ambasciatore Indelli si fosse autonominato comandante del campo ed abbia impartito ordini alla polizia imperiale……il signor Hagiwara ha insistito che questa procedura di liberazione sarebbe stata scorretta, in quanto l’ambasciatore e gli altri italiani avrebbero dovuto rivolgersi al ministero degli esteri, attraverso questa legazione……”[37].

E’ interessante notare che il signor Hagiwara, inserito nel 1946 nelle liste di epurazione dello SCAP, venne riassunto nel 1952 dallo stesso ministero, concludendo la sua carriera diplomatica con il rango di ministro di prima classe presso l’ambasciata giapponese a La Paz, Bolivia, dopo aver svolto le funzioni di “addetto consolare” presso l’ambasciata giapponese a Roma, dal 1955 al 1959, senza apparentemente sollevare alcuna obiezione da parte del governo italiano, che probabilmente non si accorse del fatto.

Ma non basta. Il Ministero degli Affari Esteri giapponese, dopo il trattamento contrario ad ogni norma internazionale inflitto ai dipendenti della nostra ambasciata, non ebbe ritegno a chiedere, un mese dopo la resa  del Giappone, di internare di nuovo i diplomatici italiani “in attesa di conoscere il trattamento riservato all’ambasciatore giapponese Hidaka, accreditato presso la Repubblica di Salo'”[38].

Tra le ingiustizie lamentate dal Gaimusho, la piu’ grave sarebbe stata il sequestro d’uso di una vettura di proprieta’ dell’ambasciata, da parte del CLN.  Scrive l’incaricato d’affari svedese: “Ho fatto il possibile per far comprendere al sign. Hagiwara l’assurdita’ di questa richiesta, moralmente inaccettabile e tecnicamente impossibile, dato che i diplomatici italiani risiedono ora presso un albergo nel centro di Tokyo, frequentato dalle truppe alleate, e che essi sono stati accreditati presso lo SCAP”[39]  Ma Hagiwara non se ne diede pace. Il 17 ottobre 1945 il quartier generale alleato riceve una richiesta, a sua firma, di “reciprocita’ per il trattamento dei diplomatici giapponesi in Italia e quelli italiani in Giappone”. La risposta dello SCAP fu perentoria e, fortunatamente, decisiva:  “la questione dei diplomatici giapponesi in Italia e’ questione che non riguarda il vostro ufficio, parte di un governo   che al momento non si considera in grado di trattare o negoziare alcunche'”[40].

Dopo questa risposta, i giapponesi desistettero. I diplomatici italiani furono finalmente rimpatriati nella primavera del 1946, con la nave americana “Uruguay”, mentre quelli giapponesi qualche settimana dopo, a bordo di una nave spagnola, diretta nelle Filippine.

La vicenda, come abbiamo visto all’inizio, si ripresento’ in tutta la sua gravita’ e delicatezza a partire dal 1950, quando, dopo una serie di trattative informali, inizio’ il negoziato italo giapponese per il ripristino delle relazioni diplomatiche. La difficolta’ maggiore era, da parte italiana, rappresentata dal fatto che la situazione politica interna ed il contesto internazionale era profondamente cambiato. Gli Stati Uniti – dopo aver negato all’Italia una partecipazione sia pure diversificata a San Francisco – premettero su entrambi i Paesi per addivenire ad un trattato di pace separato, senza curarsi troppo della necessita di “curare”, moralmente, politicamente e giuridicamente, le profonde ferite.

La maggiore difficolta’ – anche questa derivante dalla mancata incriminazione dell’Imperatore Hirohito e dall’efficace opera di “maquillage storico”  per dimostrare la sua pretesa estraneita’ alla guerra[41]era costituita  dal fatto che il Giappone, anche attraverso la persona fisica dell’Imperatore, continuava ad avere gli stessi organi costituzionali, gli stessi organi amministrativi e in alcuni casi persino gli stessi funzionari che, dal 9 settembre 1943 al 14 settembre 1945 avevano privato della liberta’ personale, imprigionato e detenuto l’intero corpo diplomatico formalmente accreditato, ponendo in essere un gravissimo illecito internazionale, aggravato dall’accanimento con il quale era stato perseguito: dalle torture fisiche e mentali al diniego di assistenza medica e spirituale, dalle indebite pressioni sulle coscienze alla proibizione di qualsiasi contatto esterno, financo attraverso la Croce Rossa[42]. Anche volendo considerare i diplomatici e i cittadini italiani dei nemici (condizione questa che si verifico’ solo a partire dal 15 luglio 1945) la Convenzione di Ginevra era stata abbondantemente violata[43]Di cio’, a dire il vero, il governo giapponese non sembrava dubitare: ed infatti il punto era quale sarebbe stata la richiesta italiana in merito alle scuse e alle riparazioni. Inutile dire che anche dal punto di vista della mentalita’ giapponese, sarebbe stato inconcepibile una condotta diversa da parte di una grande nazione, che avrebbe per sempre perso credito e onore ai loro occhi. Ciononostante, il negoziato non venne condotto, da parte italiana, con l’auspicata e piu’ che giustificata intransigenza.  Anziche’ perseguire subito la questione delle scuse e del risarcimento, il governo italiano preferi’ – cedendo alle pressioni USA , come risulta dall’abbondante carteggio consultabile presso l’archivio della Farnesina – addivenire ad uno scambio di note che ponesse fine allo stato di guerra e ristabilisse le relazioni diplomatiche. Cio’ avvenne il 27 settembre 1951. L’accordo, reso esecutivo in Italia con decreto presidenziale del 20 aprile 1952, n.355 (G.U. n.99, 28/4/1952) rimandava a data successiva il regolamento delle questioni sorte tra i due Paesi, come conseguenza dello stato di guerra e come risultato di misure prese dalle Autorita’ dei due Paesi”.

Fu proprio ques’ultimo paragrafo a scatenare le vibrate proteste di alcuni dei protagonisti dei fatti. Ma come, si chiede in una lettera riservata al direttore generale della Farnesina Zoppi il consigliere Pasquale Iannelli: “la nostra detenzione non avvenne a causa dello stato di guerra, ma sin dal settembre 1943. E non ci risulta che l’Italia abbia preso misure illegittime nei confronti del corpo diplomatico giapponese”  Fatto sta che prima del  secondo scambio di note, avvenuto il 25 settembre 1952 –  che stranamente non venne convertito ne’ pubblicato sulla G.U – il governo giapponese cerco’ di porre, come contropartita, la questione di un addetto militare ucciso in un agguato nei pressi dell’Abetone dai partigiani[44]. La risposta della Farnesina fu decisa e non diede adito a replica: pur rammaricandosi dell’accaduto, si faceva notare che l’addetto militare in questione era accreditato presso la cosiddetta Repubblica Sociale Italiana, che si era recato a suo rischio e pericolo in zona di guerra e che pertanto il governo italiano non poteva in alcun modo essere ritenuto responsabile della sua morte. In ogni caso, il 25 settembre 1952, si procedeva al secondo scambio di note, che, come si diceva, ebbe minor pubblicita’ del primo .

Esso contiene  infatti l’ammissione di responsabilita’,  un atto formale di scuse e l’impegno a risarcire i danni,  anche se, nel preambolo, ci si riferisce, come era ed e’ restato costume delle autorita’ giapponesi, al solito “sfortunato manifestarsi di eventi e speciali circostanze”. Ma il governo italiano ritenne questa formula soddisfacente e si accontento’. In una serie di promemoria riservati tra la nostra ambasciata a Tokyo – all’epoca retta da Blasco Lanza d’Ajeta – si sottolinea, piu’ che l’ottenuta promessa di risarcimento, il fatto di aver scongiurato l’imbarazzante ipotesi di presentare le credenziali del nuovo ambasciatore presso lo stesso Sovrano che aveva tollerato l’arresto e l’arbitraria detenzione del suo predecessore,

. Superato l’ostacolo politico diplomatico, il negoziato per il risarcimento procedette con lentezza esasperante. Ci vollero oltre vent’anni – l’accordo bilaterale definitivo e’ del 18 luglio 1972, convertito in legge solo nel giugno 1975 – ed una serie di imbarazzanti eventi  per giungere alla definizione di questa vicenda. Con l’accordo del 1972 – al quale, come abbiamo osservato all’inizio, non fu data alcuna pubblicita’ per esplicito desiderio di ambo le parti – il Giappone si impegno’ a versare un milione e trecentomila dollari (quasi tre miliardi di lire, al cambio attuale) allo Stato italiano, il quale, a sua volta, si impegnava a distribuire tale somma, previa approvazione di una apposita legge , tra gli aventi diritto. Le cose poi andarono, come dire, all’italiana: tra gli aventi diritto c’erano quelli che avevano piu’ diritti, e forse piu’ agganci, di altri. Fatto sta che, tra le 61, salvo errore, domande presentate, solo una venne accolta.

Tuttavia, e nonostante l’accordo del 1972 preveda l’esplicita rinunci ad ogni successiva richiesta da parte di persone fisiche o giuridiche, una serie di giudizi di recente intentati in Giappone da parte di cittadini coreani, cinesi, olandesi e di altre nazionalita’ fanno ritenere che non sia completamente infondata la possibilita’, per coloro che non sono stati di fatto soddisfatti,  di adire la magistratura ordinaria giapponese.

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Allegato 1

Lettera a firma del dr. Michelangelo Piacentini pubblicata sul Nippon Times il 21 settembre 1945 e concordata con altri superstiti della prigionia inflitta ai cittadini italiani a seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943

 Tokyo, 19/9/45

 “Nella vostra edizione del 18 settembre avete dato la notizia del ritorno a Tokyo del personale dell’ambasciata italiana, reduce dall’internamento subito in conseguenza del “tradimento” del generale Badoglio.

Non potendo considerare questo un errore, ma un insopportabile avanzo della vostra propaganda, la predo di prender nota di quanto segue:

– l’Italia fu trascinata in guerra da un regime dittatoriale, esattamente come oggi anche voi sostenete a proposito del vostro paese – il cosiddetto tradimento di Badoglio altro non e’ stato che l’inevitabile ritorno ai principi della democrazia e al ruolo internazionale dell’Italia….lo stesso che voi oggi auspicate per il vostro Paese – e’ comunque curioso che voi apprezziate il ruolo del vostro Imperatore, che avrebbe anticipato la fine della guerra per evitare ulteriori distruzioni, e definiate invece “tradimento” la decisione del Re d’Italia di destituire Mussolini e affidare l’incarico di formare un nuovo governo al generale Badoglio.

– resta tuttavia da risolvere, e ci auguriamo che cio’ venga fatto al piu’ presto nelle opportune sedi, il gravissimo affronto perpretato dalle vostre autorita’ nei confronti non solo di inermi cittadini colpevoli semplicemente di non aver accettato di sottoscrivere umilianti dichiarazioni, ma persino del personale diplomatico, che non e’ stato, come avete scritto, semplicemente internato…..ma arrestato, imprigionato e tenuto incommunicato per quasi due anni, senza nemmeno consentire che una potenza straniera ne curasse gli interessi…..

M.A. PIACENTINI

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 [19]Sia Jannelli che Piacentini appresero della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia solo giunti alla frontiera  con il Manchukuo, quando si resero conto di controlli piu’ attenti del solito e soprattutto del fatto  che i russi stavano facendo scendere i cittadini tedeschi. Preoccupati per la loro incolumita’, si guardarono bene dal rivendicare la proprieta’ dei loro bagagli, che erano stati erroneamente scaricati. Solo in un secondo tempo, quando il treno  era gia’ entrato nella cosiddetta “no man’s land” (una zona cuscinetto smilitarizzata realizzata al confine tra Unione Sovietica e Manchukuo) riuscirono a convincere il macchinista giapponese – passato nel frattempo alla guida del convoglio – a fermarsi  per recuperare i bagagli che un volenteroso facchino aveva caricato su un carretto con il quale si era lanciato all’inseguimento del treno. Testimonianza del dr. Piacentini, intervista diretta con l’autore.

[20]Di questa vicenda, restata misteriosa, vi e’ ampia traccia presso l’ASDMAE, Affari Politici, 1931-45, Giappone,b.37, fasc.7 e in Affari Politici, 1945-51,Giappone,b.32,fasc.6. L’unico fatto certo e’ che al momento del rientro delle legittime autorita’ diplomatiche italiane, presso una delle casseforti dell’Ambasciata (quella dell’addetto militare dell’esercito, l’allora colonnello Guido Bertoni), fu ritrovato un ingente quantitativo di oppio (oltre 3 kg). Poiche’ per circa due anni l’Ambasciata era stata “occupata” dal colonnello Principini, autoproclamatosi rappresentante di Salo’ e come tale riconosciuto dal governo giapponese, inizialmente sembro’ legittimo sospettare che l’oppio fosse frutto di loschi traffici. Senonche’, sulla questione, assume decisiva importanza un passaggio del memoriale Jannelli – che trova conferma in una lettera della Direzione Generale degli Affari Politici del MAE del 19 luglio 1951 – in cui si avanza l’ipotesi che l’oppio fosse stato in realta’ acquistato dal colonnello Bertoni stesso, all’epoca comandante del battaglione S.Marco (che contava circa 300 uomini), e probabilmente all’insaputa dei suoi soldati, al semplice scopo di mantenere intatto il valore dei fondi in dotazione. Una sorta di investimento, dunque, nell’unico bene rifugio riconosciuto e, al momento, disponibile. Questa interpretazione viene condivisa dal dr. Piacentini.

[21]Iniziative culminate con il tentativo, nel 1969,  di far eseguire una sentenza, ottenuta dai parenti dell’armatore D’Amico, in cui si condannava il Giappone al pagamento dei danni. Ma mentre l’ufficiale giudiziario si trovava presso la sede del consolato giapponese a Milano, deciso a pignorare mobili ed altri oggetti fino alla concorrenza del debito, l’esecutivita’ provvisoria del decreto venne sospesa e non se ne fece piu’ nulla. Gli eredi D’Amico, assieme a pochi altri, vennero in seguito parzialmente soddisfatti grazie all’indennizzo corrisposto in base alla legge 7 giugno 1975, n.294, pubblicata sulla G.U. del 14 luglio 1975, n.185, esattamete trent’anni dopo la dichiarazione di guerra al Giappone.  Per ricostruire questa vicenda e’ stata preziosa la  testimonianza diretta  del prof. Toshiaki Takeshita, che ringrazio per la cortese collaborazione prestata.

[22]L’aereo, pilotato dal comandante Rossi, trasportava i nuovi codici cifrati. Ciononostante, probabilmente per evitare di dover fornire informazioni segrete per l’atterraggio, i giapponesi proibirono all’aereo di raggiungere il Giappone, bloccandolo in Manciuria. Questo e’ quanto riferisce, sulla vicenda, il dr. Michelangelo Piacentini.

[23]ASDMAE, Affari Politici, 1931-45, Giappone,b.37

[24]Ibidem

[25]Sasagawa Ryoichi, op.cit. pag.267 segg.

[26]Cfr. sul punto, Pio d’Emilia,  “L’Italiano nella giungla”, il MANIFESTO, 22 ottobre 1995 e “Raffaello il fascistello”, L’ESPRESSO, 16 nov.1995, frutto di due lunghi incontri con il sign. Raffaele Sanzio Kobayashi, ex capomacchina del Torelli, rimasto a Tokyo anche dopo la guerra e, dopo essere stato insignito di una onorificenza imperiale, divenuto cittadino giapponese.

[27]Sanzio/Kobayashi e’ stato per molti anni protagonista di una battaglia  con l’Ambasciata italiana, rifiutandosi di ricevere la corrispondenza a lui intestata e protestando per l’inserimento dei suoi due figli maschi nelle liste per la coscrizione militare, ma al tempo stesso protestando per non essere invitato, come tutti i cittadini italiani residenti a Tokyo, in occasione della Festa Nazionale del 2 giugno. A causa del suo “tradimento”, inoltre, lo Stato italiano non gli aveva riconosciuto il diritto alla pensione. Nel 1996, in occasione di una controversa visita in Giappone del segretario politico di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, feci in modo di farli incontrare, convincendo l’allora Ambasciatore Giovanni Dominedo’ ad invitare Sanzio in Ambasciata per il ricevimento ufficiale. Il segretario Fini rimase colpito dal personaggio e al suo rientro in Italia si diede da fare per ripescare la sua pratica. A seguito di questo intervento, a Sanzio e’ stato finalmente riconosciuto il diritto alla pensione, con tutti gli arretrati. Ma al momento di scrivere, per una serie di impedimenti burocratici, non ha ancora avuto la possibilita’ di incassare alcuna somma.

[28]“Memoriale Iannelli”, in ASDMAE, Affari Politici, 1931-45,Giappone,b.35

[29]Appunto a firma Pio Macchi, primo segretario, ibidem.

[30]Una quarantina di persone, alle quali si aggiunsero, pochi giorni dopo, il console generale a Kobe con la famiglia e gli impiegati (la polizia giapponese aveva gia’ violato l’archivio, impossessandosi con la forza della chiave della cassaforte e del cifrario), il console a Dairen e Herbin (Manciuria) ed il reggente del consolato di Taihoku (Formosa/Taiwan). Diverso fu il trattamento riservato ai dipendenti dell’Istituto di Cultura, che vennero riuniti agli altri “civili” italiani e sottoposti al famoso “giudizio di Dio”. Dalla parte di Mussolini si schierarono il direttore Comito e la prof.ssa Stramigioli. Per  il Re e Badoglio  si dichiararono tutti gli altri, tra i quali vi erano il dr. Michelangelo Piacentini e Fosco Maraini.

[31]Contemporaneamente, tutti gli altri  civili italiani  residenti in Giappone vennero sottoposti ad una sorta di “giudizio di Dio”. Radunati all’interno di una Chiesa, furono “interrogati”, uno per uno, da una “commissione” che si era insediata in sacrestia,  composta esclusivamente da rappresentanti della polizia, del ministero degli interni e della gendarmeria. I cittadini dovevano esprimere le loro idee religiose e politiche e, sotto la minaccia di gravi ritorsioni, venne loro chiesto di firmare una dichiarazione di adesione alla Repubblica di Salo’, il cui governo il Giappone aveva riconosciuto il 27 settembre. Il documento era stato redatto da un impiegato dell’ambasciata – autoproclamatosi segretario del Fascio di Tokyo (mai esistito prima) – ed era del seguente tenore: “In seguito ai recenti tragici eventi che hanno coinvolto il mio paese, mi dichiaro contro il comportamento del Re e contro il governo di Badoglio che hanno mancato ai piu’ solenni impegni inetrnazionali recando disonore alla Patria. Dichiaro inoltre di aderire senza alcuna riserva al nuovo governo in via di costituzione, e sotto la guida diretta del Duce”.

[32]Appunto a firma Iannelli, in ASDMAE, Gabinetto, 1943-58, Giappone, b.68

[33]Ibidem

[34]Corrispondenza di Kjellin e “memoria” inviata al governo italiano. In ASDMAE, Affari Politici, 1931-45,Giappone,b.37

[35]A differenza dei diplomatici, che dovettero attendere i primi di settembre, i prigionieri “civili” rinchiusi nel campo di Nagoya  ebbero maggior fortuna. Grazie ad una radio che erano riusciti a costruirsi e ad ascoltare regolarmente, avevano infatti appreso subito della fine della guerra e dell’imminenza del discorso dell’Imperatore. Discorso che – racconta il dr. Piacentini – venne ascoltato insieme ai giapponesi, nel campo.

[36]Messaggio del supremo comando alleato, citato dal memoriale Iannelli, in ASDMAE, AP,1931-45,Giappone, b.37

[37]Promemoria a firma di Erik von Sidow, incaricato d’affari di Svezia in Giappone, in ASDMAE,AP,1931-45, Giappone,b.37

[38]Ibidem

[39]Ibidem

[40]Ibidem

[41]Per una interpretazione un po’ piu’ credibile del ruolo e delle responsabilita’ di Hirohito, nonche’ dell’efficace “macchina” propagandistica posta in essere dallo SCAP per evitarne l’incriminazione si veda l’ultimo lavoro di Herbert P.Bix, “HIROHITO and the making of modern Japan”, Harper Collins, New York, 2000

[42]Si veda il memoriale Pestalozzi/Antag, dal nome dei due funzionari della Croce Rossa Internazionale che visitarono il campo di prigionia, in ADSMAE, AP, 1931-45,Giappone,b.37

[43]Il governo giapponese, in realta’, ha sempre cercato di  negare questo addebito. Fino al punto di entrare in palese contraddizione, negando, in un documento ufficiale del settembre 1951, che l’8 settembre 1943 avesse prodotto alcun effetto giuridico nelle realzioni tra Italia e Giappone, ma al tempo stesso sostenendo che la dichiarazione di guerra, regolarmente notificata, era stata in qualche modo superata dalla nascita del nuovo governo fascista di Salo’, che il Giappone, dopo aver inizialmente riconosciuto il governo legittimo di Badoglio, ovviamente si premuro’ immediatamentee di riconoscere. Secondo il governo giapponese dell’epoca – e siamo nel 1951, il Giappone e’ sotto occupazione ed e’ sotto stretta sorveglianza dei funzionari americani dello SCAP che infatti interverranno poi per imporre un atteggiamento piu’ ragionevole – l’Italia, dopo la nascita della Repubblica di Salo’ – era tornata a pieno titolo nazione alleata, anche se questo riacquisito status non era stato considerato sufficenti, per le autorita’ giapponesi dell’epoca, a rimuovere le misure restrittive adottate a seguito dell’armistizio. Una posizione francamente confusa, probabilmente frutto dell’esagerata solerzia vendicativa di un qualche funzionario del Gaimusho. Data l’importanza della questione, riproduco qui di seguito buona parte del documento rinvenuto presso gli archivi del Gaimusho, risalente al settembre 1951 ed indirizzato all’Ambasciatore Blasco Lanza d’Ajeta, dove si legge, in risposta alla bozza per lo scambio di note proposta dall’Italia: “…..According to the Italian proposal, the question which have arisen between the two countries as a consequence of the state of war existing between them should be solved on the basis of the principles contained in the Treaty of Peace with Japan.

The government of Japan does not find it acceptable. Japan has no obbligation to treat Italy in the same manner as the Allied Powers as provided for in the Peace Treaty. Altough the Italian Government did notify Japan through the Svedish Government under date of July 14, 1945, that Italy would be at war with Japan as from July 15, 1945, this is not believed to have accorded Italy the status of an Allied Power………..Italy has neither signed nor subsequently adhered to the United Nations Declaration, and there is no gorund to treat her as an Allied Power.Such a treatment would also be contrary to the feeling of the Japanese people………..It is thus believed that the two countries should amicably solve such questions, as sovereign equals and in conformity with internationally accepted fair practices.

In particular, regarding paragraph c) of the Italian proposal (dove si stabilisce il diritto al risarcimento dei danni subiti dalle persone fisiche e giuridiche italiane dopo il settembre 1943 e dunque prima della dichiarazione di guerra, n.d.r.) it will be seen from the foregoing observations that Japan does not find itself obligated to treat the Italian property in Japan on the same footing as Allied property. The Italian proposal refers to ‘the damage and lossescaused to the property and intersts of the Italian state and Italian nationals in Japan as a result of meauseres taken by the Japanese authorities after Semptember 8, 1943’. The Japanese Government is not informed what the date, September 8th, 1943, signifies (mio corsivo). It recalls that obn September 3,1943, the Badoglio Government concluded an armistice with the Commander in Chief of the Allied Forces which howeever does not mean that Japan and Italy came to be enemies in the strict sense of the world (sic!). Therefore, the Japanese Government merely took the view that, as a reprisal against the violation onb the part of Italy of the Tripartite Agreement of Alliance, it could subject the Italian national and property under Japanese control tomeausres similar to those against an enemy for the purpose of the prosecution of the war…….

In the meantime, Mussolini was rescued by German forces on September 12,1943, and established a Government of Fascist Republic in Northern Italy on September 23rd. The Japanese Government, which had recognized the Badoglio Government as the legitimate government, recognized instead the new Mussolini government on September 27th. Since the new government denounced as invalid the armistice concluded by the Badioglio Government, Italy regained her pre-armistice status vis a vis Japan (mio corsivo). However, the Japanese Government held that the reprisal meauseres against the armistice of the Badoglio Government should not be cancelled……….since the new Government should as a matter of principle take over all the rights and obligations that he acquired or incurred by its predecessor. In other words, the Japanese Government was of the opinion that Italy,  allied to Japan though she was,  should be treated in a special manner to the above mentioned extent (mio corsivo)………..

Regarding the coming into force of the proposed agreement, according to the Italian proposal, the said comping into force of the proposed exhange of notes is made dependant upon the exchange of the instrupments of ratificiation between the two countries after the coming into force of the Treaty of Peace with Japan. It is hoped that such a procedure will not be adopted, since there is no suc a precedent inJapan (mio corsivo)……..

It should be added the the Japanese Government……..suggest it could be more appropriated to conclude between the two countries, after the Traty of Peace has taken effect, a simply treaty of peace, such as the Treaty of Peace concluded between Italy and Cuba on June 20, 1947.  In Japan Foreign Ministry Archives, Dai-kyu-kai Kou-kai, pag.56 segg.

Vale la pena ricordare che a seguito di questa prima, seccata reazione da parte del governo giapponese, il governo italiano chiese ed ottenne che gli Stati Uniti intervenissero per ridurre a piu’ miti consigli i giapponesi. Il risultato fu efficace e pressoche’ immediato. Il 27 settembre 1951, con una successiva nota al nostro capo missione diplomatica presso lo SCAP, ambasciatore Blasco Lanza d’Ajeta, il ministro degli esteri giapponese accettava senza ulteriori indugi il testo originariamente proposto dall’Italia, ivi compreso l’impegno a risarcire, dopo l’entrata invigore dello scambio di note, i danni causati allo Stato e ai cittadini italiani a seguito delle misure prese dopo il settembre 1943. Ibidem, pagg. 58 segg.

 [44]Si tratta del vice-ammiraglio Toyo Mitsunobu, attache’ navale presso l’Ambasciata del Giappone (accreditato presso la Repubblica Sociale di Salo’) che il 10 giugno 1944, mentre viaggiava a suo rischio e pericolo in zone liberate, nei pressi di Pistoia, venne attaccato ed ucciso da un gruppo di uomini armati. Cfr. Telespresso n.3008/2246 del 23 ott. 1952 a firma Lanzi d’Ajeta, in ASDMAE, Gabinetto, 1943-58, b.68

Un pensiero su “La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Seconda parte)

  1. Complimenti a Pio d’Emilia per la dettagliata e precisa ricostruzione di eventi storici purtroppo poco conosciuti. L’unica inesattezza è il nome del Col. Principini (Omero e non Omar), che dopo la resa del Giappone si coprì di ridicolo innanzi alle Autorità alleate sostenendo di avere diritto all’immunità diplomatica quale rappresentante della RSI in Giappone.

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