Maid Café


maid

Foto da Wikipedia

(tratto da Grikon)

«Cosa c’è che non va?», chiese Adriano.

«C’è che ci hanno dato appuntamento in un meido kissaten! Nessuna persona sana di mente ci andrebbe di sua spontanea volontà, anche se magari a te potrebbe piacere», rispose sarcastica.

Adriano era perplesso. Era stato più volte in una kissaten, una sala da tè, e tutte avevano le meido, ossia le cameriere, secondo la storpiatura del termine inglese, quindi non capiva il motivo della rabbia della ragazza. Preferì però non chiedere chiarimenti.

«Per di qua». Noriko condusse l’amico in uno stretto vicolo tra due edifici, passando accanto a un ristorante specializzato in anguilla alla griglia. Il profumo fece risvegliare l’appetito in Adriano, ma la ragazza proseguì sino a giungere a un basso edificio con un’insegna in legno. Su di essa, una ragazza sorridente in stile manga era l’unico indizio di questa famosa sala da tè, secondo la mappa ricevuta da Hikaru.

Versailles no meido? La cameriera di Versailles?”, si chiese perplesso Adriano. Entrarono e seguirono l’unico corridoio. In fondo c’era un ascensore piuttosto malmesso: il bottone dell’ultimo piano non aveva numero, ma vi figurava la stessa ragazza dell’insegna. Premettero il tasto, salendo fino in cima.

Le porte si aprirono in una ampia sala con tavoli e sedie in stile Luigi XVI di plastica dorata. Il lampadario a candeliere, sproporzionato per l’ambiente, e gli specchi alle pareti illuminavano a giorno la stanza sprovvista di finestre. Molti tavoli erano occupati da avventori soli o in gruppo. Una ragazza in costume, vestita come una dama francese del passato, li accolse con cortesia.

«Bianveniù, benvenuti», disse in un francese stentato mentre accennava una riverenza sollevando il lembo della lunga gonna.«Oggi, oltre a me, Maria Antonietta, potete onorare con i vostri ordini Lady Oscar, Madame de Pompadour, Josephine e Marie. Perdonateci se purtroppo i tavoli di Oscar e Josephine sono tutti pieni», concluse con un sorriso imbarazzante e smielato. Adriano era senza parole, imbarazzato per la strana accoglienza. La ragazza parlava in keigo, in maniera deferente e cortese a tal punto che lo storico non aveva capito tutto, forse anche perché distratto dall’abbigliamento. Era vestita in modo kitsch ma non volgare, semmai storicamente inesatto, come notò la sua parte più pignola. Anche le altre ragazze che si aggiravano nel locale portavano costumi simili, una da soldato con tanto di spada e medaglie, un’altra, più minuta, indossava un costume da sguattera strappato in più punti. Emanava un’aria di fragilità e innocenza assoluta che, anche se volutamente ricercata, riusciva agli occhi di Adriano più credibile degli altri personaggi.

“Maria Antonietta” lo richiamò alla realtà: «Mio signore, ha effettuato la sua scelta?», gli chiese. Sembrava ignorare completamente la presenza di Noriko dietro di lui.

Adriano era ancora interdetto quando alle sue spalle sentì una voce che diceva: «Siamo qui per la riunione del gruppo di studio. Dovrebbero aver prenotato la saletta separata». Era Hikaru. Indossava un cappello di feltro pesantemente calato sul volto ma era senza mascherina.

«Capisco… la signorina Marie sarà felice di mostrarvi la strada e mettervi a vostro agio».

Li condussero in un’altra saletta triangolare cui si accedeva da una porta accanto alla cucina. Mentre si avviavano Adriano non riuscì a trattenersi dal far notare a Noriko che Madame de Pompadour era l’amante di Luigi XV e non XVI, di cui era invece moglie Maria Antonietta. Lo sguardo gelido di lei fu l’unica risposta che ricevette.

Anche il separé era decorato con un grande tavolo rettangolare per almeno una dozzina di persone e due specie di troni a una estremità. Già alcune persone erano sedute al tavolo principale, discutendo tra loro o leggendo manga. «Sediamoci lì nell’angolo, daremo meno nell’occhio», bisbigliò Hikaru. In pochi secondi giunse la cameriera con i menù e gli onnipresenti bicchieri d’acqua. «Okaerinasai, Goshujinsama, bentornati, miei signori», bisbigliò con una voce flebile che sembrava dovesse spegnersi al primo alito di vento. «Scegliete con calma e chiamatemi quando avete deciso. Qui ci sono le specialità del giorno. I servizi speciali sono riportati nell’ultima pagina».

«Ma in che razza di posto ci hai fatto venire?», chiese Adriano più curioso che seccato. Invece Noriko si era chiusa imbronciata in uno scocciato mutismo.

«È qui che si riunisce il gruppo di élite di Teru e Bozu. Questa è una delle mie caffetterie preferite. Nei meido kissaten le ragazze fanno di tutto per farci sentire a casa e accettati».

«Di tutto?», non riuscì a trattenersi Noriko. «Chissà quanto vi costerà!»

Il ragazzo non rispose, impegnato a studiare il menù. Adriano si guardava intorno incuriosito, sembrava di essere in un parco a tema tipo Disneyland, anche se l’età media dei “bambini” si aggirava tra i venti e i trenta anni. Poco dopo la cameriera tornò per prendere le ordinazioni in uno svolazzare di pizzi e merletti.

«Per me caffelatte con servizio speciale di mix e onighiri speciali di Versailles», ordinò Hikaru.

Noriko ordinò solo da bere e Adriano, intimidito anche se affamato, fece lo stesso.

«Non fraintendere», rispose Hikaru, indovinando i pensieri di Adriano. «Ossessionati dalle nostre passioni, noi non ci conformiamo né ci nascondiamo. La società ci disprezza, ma il sentimento è reciproco. Non c’interessa interagire con le persone del vostro mondo tridimensionale: la bidimensionalità degli anime è molto più interessante e affascinante per chi è troppo timido per parlare con ragazze in carne e ossa, alle quali risulteremmo indifferenti se non ripugnanti».

Lo sguardo seccato di Noriko sembrava fare da contrappunto all’autocritica del ragazzo che proseguì: «Qui nei meidokissa, invece, siamo ben accetti; ci sentiamo a nostro agio, nessuno ci tratta con disprezzo e assecondano i nostri interessi. Le ragazze che lavorano qui sono come angeli che si sforzano di farci sentire a casa, ci ascoltano e ci trattano da esseri umani. Nessuno di noi si sognerebbe mai di toccare queste principesse; semmai faremmo di tutto per proteggerle».

Il giapponese si interruppe quando Marie tornò con le ordinazioni.

«Ecco quello che ha chiesto, mio signore». Poi, chiedendo quanto zucchero il cliente volesse, la ragazza s’inginocchiò accanto al tavolo.

«Due per favore», rispose imbarazzato il ragazzo.

«Desidera anche il latte nella sua bevanda?»

«Sì, grazie».

Marie zuccherò la bevanda e aggiunse il latte. La ragazza girò troppo forte il cucchiaino e fece uscire alcune gocce di liquido sul piattino. Proferì alcune parole di scuse asciugando il liquido fuoriuscito con le dita. Non avendo con sé alcun fazzoletto si portò le dita alle labbra, facendo arrossire Hikaru.

“Una cerimonia degna delle migliori maestre del tè”, pensò Adriano trattenendo le risa, “chissà se tra qualche secolo anche questa forma d’intrattenimento si evolverà in un’arte sublime?”, si chiese. Nel frattempo la cameriera vestita da regina stava schiacciando il riso, preparando l’onighiri richiesto dal ragazzo…

 

 

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