Come sono arrivata fin qui?


Mi sono accorta di una cosa…
In questi anni, grazie al lavoro comune con gli altri compagni di viaggio, voi avete appreso della mia esistenza. Sapete che vivo in Giappone e che, qualche volta, vi racconto qualcosa. Pochino, in realtà, ma oggi mi sono accorta di una grave mancanza!
Non mi sono ancora presentata.


Non l’ho fatto per presunzione, direi piuttosto per una sorta di “stanchezza” che mi assale ogni volta che mi trovo a raccontare la mia storia. Ai miei occhi ho una vita comune: casa, famiglia, figlio e un lento ritorno al lavoro. Potrebbe essere uguale alla vita di tante altri italiani, sia in patria che all’estero, ma io vivo in Giappone.
In questi ultimi anni, il Giappone e’ diventato una sorta di “Terra Promessa” per gli italiani: mi è capitato di sentire, o di leggere, lo stesso tipo di ragionamento migliaia di volte… L’Italia è in crisi, non ci si trova bene, si vuole emigrare e allora… Si vorrebbe andare in Giappone.


E tutto questo senza conoscere la lingua (coraggio, quando mai si sente di persone che vivono all’estero e parlano solo in italiano? – sono esclusi gli abitanti delle enclave di lingua italiana all’estero -) e, molto spesso, senza un progetto di massima su cosa si vorrebbe fare in questo paese e in che modo si spera di riuscire. Ultimamente il livello e’ peggiorato ancora, l’importante e’ partire, e qualsiasi tipo di ricerca preventiva diventa inutile, per alcuni fastidiosa.


Ma torniamo alla mia storia.
Mi chiamo Daniela, sono sarda e ho quarantatrè anni, vivo nella prefettura di Nara, a breve distanza da Osaka ma immersa nella campagna giapponese.
Ho una laurea in lettere, vecchio ordinamento (quella che richiedeva, per qualsiasi esame, un numero spaventoso di testi da preparare), voluta fortissimamente per poter studiare quella che è sempre stata la mia passione: l’archeologia mediterranea pre-romana.
Insomma, in principio io non avevo niente a che fare con il Giappone, e i miei progetti non prevedevano niente a questo riguardo (magari una vacanza in futuro, ma “chissà.. è così lontano, e poi tutte quelle ore di aereo!”).


Pero’ e’ successo l’inaspettato: ho conosciuto un giapponese, e l’ho portato a vedere un po’ di Sardegna durante le sue vacanze di primavera. Era il lontano 2001, i giapponesi che osavano avventurarsi fino alla Sardegna erano rarissimi. Avevo chiesto una mano a una carissima amica, auto-munita, e con una grande passione per il Giappone, e mi ero impegnata per cercare di seguire i suoi consigli al meglio delle mie possibilità. Il tempo trascorso in Sardegna era stato molto breve, ma dal suo ritorno in patria questo ragazzo aveva cominciato a chiamarmi sul cellulare! Io gli ricordavo i costi, e lui mi diceva che voleva sentire la mia voce (e chi ero io per rifiutare di fare quattro chiacchere con una persona che mi incuriosiva e mi faceva sentire a mio agio?).
Le telefonate erano andate avanti per circa sei mesi, piano piano stavamo cercando metodi diversi per comunicare, e ci eravamo orientati sulla chat di msn. A quel punto, il mio giapponese decide di dichiararsi, e mi spiega che le sue telefonate sono dovute al fatto che si è innamorato di me!


Che avrebbe fatto una persona ragionevole? Lo avrebbe sicuramente ringraziato per la sua gentilezza, ma avrebbe tagliato corto pensando alla distanza, alla carenza di denaro, e all’assoluta ignoranza su paese, abitanti e cultura diversi dal mio.
Io invece no! In realtà mi ero innamorata di lui, ma per i motivi di cui sopra non osavo dire nulla, convinta che un tipo simile avesse sicuramente una ragazza al suo fianco. Mi godevo le nostre chiaccherate e mi affezionavo sempre più, pensando che in ogni caso avevo trovato una persona su cui potevo contare.
Dopo la scoperta di questo sentimento condiviso, ricordo ancora che ero andata a un incontro indetto dal mio professore di archeologia, camminando a un metro da terra, e lo avevo raccontato a un paio di amiche. Loro, ovviamente, avevano cercato di riportarmi coi piedi per terra, ma invano: ormai era troppo tardi! Pur vivendo lontani avevamo già una caratteristica in comune: eravamo due studenti universitari squattrinati…

Dopo circa sei mesi, grazie a un rimborso spese, mi ero trovata con la somma necessaria per un biglietto aereo, ed ero corsa a comprarlo. Il mio primo viaggio in Giappone, che cosa mi attendeva laggiù? Non conoscevo nessuno se non quel ragazzo che mi aveva preso il cuore, non parlavo la lingua e non avevo nemmeno a disposizione uno smartphone o altri tipi di tecnologia che mi avrebbero permesso di restare in contatto con amici e parenti. Era un salto nel buio, ma andava fatto: era necessario vedere il paese, rivedere la persona e vederlo nel suo ambiente naturale.

Il viaggio era stato fantastico! Tutti gentilissimi e molto alla mano, gli amici del mio lui che si sforzavano per parlare in inglese, tante uscite tutti insieme e tante risate. Sì, perchè a differenza di quel che pensavo, in questo paese c/è una gran voglia di leggerezza tra i giovani, e perchè un gruppo variegato di studenti universitari che ha appena terminato gli studi ha decisamente poca voglia di prendersi sul serio!!
Da quel momento in poi era cominciata la mia sfida: imparare la lingua, vivere in Giappone e capire se e cosa potevo fare in questo paese. E per questo motivo avevo cominciato a lavorare tanto, accettando qualsiasi cosa (dalla pulizia delle case altrui ai call center) e risparmiando ogni centesimo. In quel periodo avevo anche cominciato a vendere molte delle mie serie di fumetti, per arrotondare i risparmi ed arrivare al tanto sospirato nuovo biglietto per il Giappone. Nel mentre lui, il mio giapponese, faceva altrettanto. Aveva finito di studiare e si stava addentrando nel mondo dell’insegnamento: i primi incarichi non erano esaltanti, e nemmeno di lunga durata, e per questo lui arrotondava lavorando in una vetreria, a giornata. E, a forza di risparmi, riuscivamo a incontrarci una o due volte all’anno, sia in Europa che in Giappone.

A me occorreva un altro passo avanti, e finalmente ero riuscita a laurearmi, e a entrare piano piano nel mondo del lavoro. Mentre studiavo archeologia, mi ero resa conto (a malincuore) che non sarei mai riuscita a continuare: non mi pesavano eventuali sacrifici, ma non potevo permettermi nessuna sosta a questo punto. Preferivo lavorare che domandare altri soldi in casa, senza vedere niente di valido all’orizzonte. Si… ma che lavoro avrei potuto fare?


Non avevo nessun interesse per il mondo degli alberghi e della ristorazione (da cui provenivano i miei genitori), non sarei riuscita a fare l’archeologa, dovevo cercare un’altra via. E forse l’avevo trovata.
In modo un po’ rocambolesco, avevo lavorato per le vacanze studio in Inghilterra e in Irlanda. Tantissimi ragazzi, provenienti da varie zone d’Italia, che venivano divisi in gruppi e affidati a un responsabile che avrebbe badato a tutto ciò che li riguardava. Io ero una di quei responsabili. I gruppi comprendevano un buon numero di ragazzi, fino ai 17 anni, che magari avevano interesse per lo studio della lingua inglese, ma che prima di tutto avevano una gran voglia di divertirsi in ogni modo durante le loro due settimane di vacanza all’estero.


Un bel rompicapo!

Ho avuto a che fare con gruppi di ottimi ragazzi, che ricordo ancora con affetto, e con cui sono ancora in contatto, e anche con gruppi pessimi, che mi hanno fatto sudare sette camice e, qualche volta, anche piangere. E in tutto questo “minestrone” di emozioni mi sono accorta di una cosa: mi piaceva (e mi piace ancora) stare in mezzo ai ragazzi, parlare di quello che so e trovare il modo migliore per farli partecipare. Insomma, lavorando per le vacanze studio ho capito che mi piace insegnare!
E allora, dopo la laurea mi sono iscritta nelle graduatorie a esaurimento, e sfruttando il suggerimento di un’amica (“se vuoi lavorare devi andare via dalla Sardegna, e scegliere una regione con meno concorrenza”) ho scelto il Veneto.


La scelta non era stata casuale: la famiglia di mia madre vive in provincia di Vicenza, io conoscevo la zona e sapevo come muovermi. E non mi dispiaceva nemmeno conoscere meglio zie e cugini, che avevo incontrato raramente fino ad allora.
Certo, mi chiedevo che sarebbe successo alla mia storia d’amore, avevo mille dubbi ma mi trovavo di fronte a una scelta quasi obbligata.
E così sono cominciati i miei anni da insegnante precaria. Esperienza che non sarebbe stata possibile senza il supporto dei miei familiari, ma che mi ha messa veramente alla prova. Mi piaceva il lavoro, il Veneto non mi dispiaceva, ma soffrivo per la lontananza. Insomma, cosi’ non poteva continuare a lungo!


E allora ho deciso, ho raccolto tutti i miei risparmi e sono andata via dall’Italia: alla mia “veneranda” età ho ricominciato a fare la studentessa, e per di più la studentessa in un paese straniero. Non sapevo cosa mi aspettava, avevo solo delle speranze, e sono (di nuovo) partita all’avventura.
Com’è andata?

L’inizio è stato difficile, e mi sono sentita tanto sola: Il Giappone non è molto tenero con gli stranieri, la vita scorre molto in fretta e se non ci si adegua al ritmo si rischia di restare indietro. E i rapporti umani seguono lo stesso ritmo: un giorno una mia studentessa si era bloccata durante un esercizio, perchè pur capendo la lingua non riusciva a comprendere il concetto di “migliore amico” che compariva nella frase del nostro esercizio.

Trovare un amico fidato in Giappone non è per niente facile, così come trovare un lavoro: nel primo caso bisogna avere tanta pazienza, e – un giorno, quando meno te lo aspetti – un conoscente (o una conoscente) giapponese, quando tu avrai davvero bisogno di aiuto, o di una parola di conforto, ti verrà incontro. Per me è successo proprio cosi: l’anno scorso mi sono trovata in una situazione delicata: sapevo che fare, e mi muovevo per riuscire, ma avevo tanto bisogno di qualcuno con cui confidarmi. E due amiche giapponesi mi hanno teso la mano. Evento totalmente inaspettato, ormai mi ero rassegnata a incontrare soltanto giapponesi che preferiscono non sbilanciarsi mai più del dovuto.


Per il lavoro… Ci sono, per la mia esperienza, più modi per ottenere dei risultati.
Si può lavorare in autonomia, portare avanti un proprio progetto (o un sogno?) e non dipendere da nessuno (ma bisogna avere qualcosina da parte per riuscire a cominciare). Oppure si può seguire, con pazienza, la strada che si vorrebbe intraprendere, e sperare che prima o poi i risultati comincino ad arrivare. Io ho seguito la seconda strada: piccoli incarichi, nessuna speranza di visto (accettavo per il piacere e la sfida di insegnare italiano in Giappone), e tante lezioni private.

E poi c’è stata una sosta “ai box”: sono rimasta incinta e mi sono fermata per la nascita del bambino. Qualcosa di necessario, e di cui non mi pento, ma che mi ha obbligata a ricominciare ancora una volta da zero per il lavoro. I mesi passavano, e io stavo ad aspettare una chiamata dalla scuola per cui avevo lavorato. Pero’ non arrivava nulla… E allora mi sono informata (erano passati due anni dal parto): un bambino piccolo mi rendeva poco affidabile, e allora la scuola preferiva continuare ad avvalersi di un’altro insegnante!! E tutto questo senza nessuna necessità di comunicazione diretta, nonostante avessi firmato un contratto con loro.
Ancora una volta senza lavoro e senza speranza di ottenerlo in tempi brevi. Mi ripetevo che “si, era una cosa buona perchè avrei potuto passare tanto tempo con mio figlio”, ma mi stavo preoccupando.

Ed ecco che un amico mi viene in soccorso: mi parla della possibilità di un lavoro, per una istituzione importante, e mi suggerisce di provare.

Non so come, non so perchè, ma faccio un colloquio con loro e mi comunicano che vado bene! Da qui comincia la mia risalita: nonostante ogni cosa mi sembri di una difficoltà sovrumana, e nonostante i sensi di colpa galoppanti che mi assalgono ogni volta in cui mi trovo a dover lasciare mio figlio all’asilo, ricomincio a lavorare sul serio!! Da allora sono passati ormai due anni accademici: in questo nuovo anno sono stata riconfermata all’università per la terza volta, e ho trovato altri incarichi. Il bambino ha due anni di più, e lasciarlo e’ sempre difficile, ma vedo che lui si diverte all’asilo, o con la nonna, e questo aiuta parecchio.

Ho scritto un vero papiro, quindi mi sembra il caso di concluderlo con un piccolo riassunto.
Sono una persona normale, non una dura ma sicuramente dotata di grande costanza. Nella vita ho faticato a trovare la mia strada, forse perchè il mio entusiasmo mi ha permesso di apprezzare strade diverse, tutte ugualmente valide, e mi sarebbe piaciuto riuscire a non abbandonarle (ma per l’archeologia non ho ancora rinunciato).
Sono socievole, e curiosa. Mi piace imparare cose nuove e non parto mai dall’idea di essere quella che “ne sa di più”. Mi affeziono facilmente, e fatico a comprendere il modo di fare della gente che mi cerca quando ha bisogno e sparisce non appena cessa lo stato di necessita’. Temo di essere piuttosto ingenua ma spero almeno di essere stata utile.
Per fortuna, per ogni persona da poco che capita di incontrare ci sono persone reali che, qualche volta anche a distanza, sanno illuminare le mie giornate. Insomma, la vita è bella anche con tutte le sue contrarietà e i momenti difficili. Basta non rassegnarsi, e non mettere da parte i propri sogni.

3 pensieri su “Come sono arrivata fin qui?

  1. Il suo articolo mi è piaciuto molto per la sua sincerità e la sua spontaneità (e ho anche apprezzato molti dei suoi precedenti articoli). Auguri! Enrico

  2. L’importante è non arrendersi! La tua storia è proprio un bell’esempio, ti auguro il meglio. E facci sapere se vi sposate!!! 🙂

  3. Mi sono appena imbattuto in questo sito e gia’ mi sono innamorato, Brava sincera e molto semplice nel descrivere spaccati di vita.
    Forse ti capisco perché ho familiari Sardi.

    Continuero’ a seguirti sono da poco tornato dal Giappone per una vacanza e ci sono un sacco di cose che avrei piacere di approfondire.

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