Condannati a morte e dintorni

Su Asahi Shinbun è uscito un articolo interessante che non solo fa il punto della situazione sui detenuti  in attesa di esecuzione, ma chiarisce anche una domanda “capitale”: perché i condannati a morte in Giappone restano in cella in una condizione sospesa anche per decenni? È solo un gioco crudele?

(la nota e spesso criticata politica di comunicare l’esecuzione solo la mattina stessa è in teoria intesa a accorciare il più possibile lo stato di panico conseguente alla consapevolezza che si sta per morire, anche se il fatto che si è prossimi al momento viene lo stesso suggerito da dettagli e procedure sui quali non mi addentrerò in questo breve articolo)

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Per “Gakideka”(lo sbirro moccioso), manga di grande successo negli anni 70 di Yamagami Tatsuhiko, pronunciare sentenze di morte (死刑 shikei) era un marchio di fabbrica

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Sgranocc’ Sgranocc’, ovvero breve excursus sul “Gari Gari-kun”, il ghiacciolo più venduto in Giappone

C’era una volta un produttore di dolciumi, la azienda casearia Akagi di Saitama, a nord di Tokyo, che a seguito del primo shock petrolifero, nel 1970 si ritrovò a dover alzare i prezzi dei suoi prodotti, e in particolare quello di una granita che era il suo vero e proprio portabandiera: la “Akagi shigure” 赤木しぐれ, la “breve pioggia di fine autunno della Akagi”- Il problema fu che le grandi aziende rivali rimandarono il rialzo lasciando sola la Akagi con vendite in picchiata e serissimi problemi di bilancio.

Per rilanciarsi, mise allo studio un nuovo prodotto, una granita che i monelli potessero gustare con una mano sola mentre si dilettavano nei loro giochi: un ghiacciolo di granita tenuta assieme da un composto di gelatina… che però finiva per sfaldarsi nella confezione, provocando reclami su reclami. E così nel 1981 si arrivò al prodotto finale: una granita avvolta da una copertura di ghiacciolo, il “gari gari”, onomatopea per “sgranocc sgranocc” a cui si aggiunse il “kun” (appellativo familiare – di genere solitamente maschile – che il giapponese pospone a nomi di bambini o di compagni/colleghi).960c5f49

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“Lo voglio, guarisci!” (o della lebbra in Giappone)

“Una volta, monaci, qui a Rajagaha, Suppabuddha il lebbroso era il figlio di un ricco usuraio. Mentre veniva accompagnato in un parco, vide Tagarasikhi il Buddha Solitario che andava in cerca di elemosina in città. Nel vederlo, pensò: ‘Chi è quel lebbroso errante?’ Dopo aver sputato e irriverentemente girato intorno sulla sinistra di Tagarasikhi il Buddha Solitario, andò via. Come risultato di quell’azione si consumò nell’inferno per molti anni, molte centinaia di anni, molte migliaia di anni, molte centinaia di migliaia di anni.”

(Il lebbroso, kutthi sutta, da Udāna o “detti solenni del Buddha”)

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L’imperatrice Komyo 光明皇后 (701-760), modello leggendario di virtù buddista, si dice che abbia lavato il corpo di mille sudditi presso i bagni del tempio Hokke-ji 法華時 di Nara. Caso volle che il millesimo fosse un lebbroso, che chiese gli venissero lavate le suppurazioni  delle piaghe. Komyo non solo lo lavò, ma succhiò con la sua stessa bocca il liquido purulento. In quel momento il corpo iniziò a emanare luce e il lebbroso si rivelò essere  il Buddha Akshobhya (da “Le 69 stazioni di posta sulla strada Kisokaido” 木曾街道六十九次之内 di Utagawa Kuniyoshi 歌川国芳).

La notte del 1 agosto 1951, nel villaggio di Kikuchi (prov. di Kumamoto), qualcuno solleva la zanzariera sotto cui dormiva un ex impiegato dell’ufficio di salute pubblica e suo figlio per introdurvi un candelotto di dinamite acceso. Il candelotto esplode solo parzialmente ferendo leggermente l’impiegato e il bambino (giudicati guaribili in circa una settimana). Ad essere arrestato è Fujimoto Matsuo 藤本松夫, all’epoca ventinovenne, che viene condannato a dieci anni di reclusione per tentato omicidio e detenzione illegale di  materiale esplosivo. Inutili la procalamazione di innocenza di Fujimoto e il ricorso nei tre gradi di giudizio.

 

L’anno dopo, il 16 giugno, Fujimoto evade dal centro di detenzione. Tre settimane più tardi il corpo senza vita dell’impiegato di cui sopra viene trovato con i segni di venti pugnalate. Continua a leggere

TOBAKU, o dell’azzardo in Giappone

   Tempo di scommesse, in Giappone. Ricollegandomi idealmemte all’ultimo post sugli yakuza (maschile e plurale, come mi sta facendo riflettere una persona di cui dire “mi fido” sarebbe svilente) non penso di aver bisogno di fonti inoppugnabili per poter affermare con discreta sicurezza che ai giapponesi, il gioco d’azzardo, piace da morire. E da morire, in alcuni casi è da prendere alla letttera.  

Poniamoci una domanda basilare: perché il gioco d’azzardo è proibito dalla legge? La risposta più semplice è: per il divertimento che garantisce, per l’adrenalina che è capace di mettere in moto. Un popolo che abbia la possibilità di dedicarsi liberamente al gioco d’azzardo è un popolo che lavorerà di meno, e un lavoratore in meno significa anche introiti fiscali minori, lo spauracchio per eccellenza di qualunque stato, antico o moderno.

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Una (quasi) poesia al giorno (3)

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Sul destino Continua a leggere