I soliti idiomi 2

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Ed eccoci all`appuntamento che tutti attendono come una toilette libera dopo aver bevuto 5 pinte di birra: i soliti idiomi, oggi in formato un po` ridotto dal momento che ne ho trovati solo tre. Del resto il tre è un numero primo, elegante, raffinato e pure caro al sommo Dante, dal momento che indica la Trinità! (Che poi la fanno tanto lunga ma io ho sempre visto solo Trinità e Bambino, il terzo chi è?)

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(Diapositiva di repertorio della Santa Trinità)

Tornando a noi, proprio ora mi  è  venuta in mente una canzone di Marina Massironi dedicata al numero perfetto tre e presentata durante uno spettacolo di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ecco una parte del testo:

Tre sono i 4 moschettieri……prima Dartagnan non c’era.
Tre sono i 7 nani……dopo che è crollata la miniera.
Tre sono i buchi nel sedere……di Cicciobombo cannoniere.
Tre sono i buchi nella pancia……di Cicciobombo andato in Francia.

Tre donne al bigamo infedele,
tre sensi al sordo raffreddato,
tre sono le ruote della Volvo,
parcheggiata in un quartiere malfamato!

Ma comunque, bando alle ciance, veniamo al punto e via con gli idiomi!

5 – La gatta frettolosa ha fatto i micini ciechi

C`era una volta una gatta che aveva una macchia nera sul muso, viveva in una soffitta che, se la memoria non mi inganna, era a due passi dal mare. Comunque, questa bella gattina aveva un difetto: era molto frettolosa. Purtroppo per lei, questo difettuccio le costò assai caro, dal momento che, divenuta madre, si trovò i micini ciechi. Ah natura, pianse certamente la gatta,  perché non rendi poi quel che prometti? Perché di tanto inganni i figli tuoi?

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(Immagine di repertorio di Madre Natura che non manitene ciò che promette)

Ma qui non ci sono gatte, non ci sono gattini ipovedenti, non ci sono soffitte e soprattutto non ci sono mari. Siamo a Tokyo nel 2014 e ci sono solo dei lavori. Sorprendentemente, questi lavori non risultano essere eseguiti con la duvuta perizia. Perché non sono stati eseguiti a regola d`arte? Chi non ha fatto le kakunin (確認 – conferme) del caso? E soprattutto, che cosa c`entra quella gatta con la macchia nera che vive nella soffitta? Apparentemene sono domande senza risposta, almeno per le persone normali. Ma non per gli investigatori della mobile di Mitaka. Loro conoscono il mestiere, la società, la natura umana e la natura felina; lavorano duro, sono instancabili e non hanno orari. Ed è grazie al loro lavoro investigativo fatto di notti in bianco, ore e ore di pedinamenti, posaceneri pieni e (soprattutto) bottiglie di grappa vuote che giungono alla soluzione del caso. La gattina ha fatto i micini ciechi perché è frettolosa, così come i lavori sono stati svolti male perché sono stati fatti di fretta. Nel loro rapporto verrà infatti usato il modo di dire “急いでいる仕事をしそんじる” (“isoideiru shigotowo sonjiru”), il cui significato è appunto “i lavori fatti velocemente non vengono bene”.

6 – Fregarsi con le proprie manine sante

Ai ragazzi della mobile, oltre alla ragione per cui i lavori sono stati svolti con i piedi (“with the feet” direbbe il mio amico Filippo d`Edimbirgo, che saluto con affetto), non sono sfuggiti coloro che, avendo scientemente agito senza perizia, hanno offeso l`intera umanità! Ebbene sì, lo dico senza alcuna esitazione (quasi con arroganza), costoro si sono fregati con le loro stesse medesime mani, si sono scavati la fossa, si sono preparati il cappio, hanno offerto la gola al boia come miti agnellini! Se fossero delle anatre, invece che nuotare libere, gioconde e felici nel laghetto del parco Inokashira, trascorrerebbero le loro futili giornate tagliando con le loro zampette (o con le ali, dipende dai punti di vista) dei porri da degustare come ottimo condimento quando verranno mangiate. Le anatre! Ecco dove volli, fortemente volli, andare a parare! Le anatrelle selvatiche, le stesse citate anche da Mori Oogai (uno scrittore dell`ottocento che pare fosse stato molto bravo a cucinare l`anatra all`arancia) in un noto romanzo!

Questi bipedi piumati sono essenziali per introdurre   il proverbio “かもねぎをしょってくる” (“kamonegiwo shottekuru” – cioè più o meno “anatra che prepara i porri da usare come contorno quando verrà mangiata”) che appunto significa “fregarsi con le proprie manine sante”. Mi spiegano poi dalla regia che questi proverbio viene utilizzato soprattutto per coloro che, credendosi particolarmente furbi e arguti, commettono una leggerezza e si fanno buggerare. Ad esempio, uno che si siede al tavolo a giocare a poker con Trinità convinto di vincere, oppure i messicani che tentano di prendere a sganassoni Bambino credendo di impressionarlo, sono fulgidi esempi di anatre che preparano i porri per il contorno di quando verranno sbafate, nonché  modelli di inaudita importanza per l`attuale gioventù, ahimè sempre più dedita ai piaceri della carne, alla lascivia e ad attività ben poco formative come ad esempio fumare la droga.

7 – Il fuoco nelle unghie

Ebbene sì, mi rendo conto che molti di voi si sorprenderanno, tuttavia dopo validi esperimenti posso dimostrare che se ci si da fuoco alle unghie non si prova una sensazione piacevole. Credetemi sulla parola, dal momento che l`articolo che sto scrivendo per la rivista “Science” per dimostrare questa mia scoperta (si intitolerà “please, do not put the fire under your unghies”) uscirà solamente il prossimo 30 febbraio. Del resto si sa, già i nostri antenati, uomini saggi e pii, sapevano che le unghie non andavano prese a martellate (come del resto lo dimostra la ben nota “martellata sulle unghie”)

Anche qui nel lontano arcipelago giapponese fin dai tempi antichi vi e` la tradizione  di usare questa straordinaria immagine per descrivere una situazione alquanto spiacevole. Il significato non ha però nulla a che fare né con il dolore fisico, né con il dolore dell`anima, ma invero si riferisce a questioni più tragicamente materiali, vale a dire la assai spiacevole penuria di quattrini. Ah, quanto sa di sal lo pane altrui! Quanto e` duro calle il salire e scendere per le altrui scale! Diceva Dante molti secoli fa, e quanto aveva ragione! (Lo so che non c`entra nulla, pero` ho pensato che se butto lì una citazione colta la gente pensa che sono intelligente)

Comunque, tornando a noi, il modo di dire a cui mi riferisco e` “つめに火をもとす” (“tsumeni hiwo motosu”, letteralmente “vivere di stenti”, “non avere soldi” oppure semplicemente “essere tirchi”.)

つめに火をともすのような暮らしをする。 (Vivere una vita in povertà.)

Oppure:

彼はつめにに火をともす人なのでお金を使いません。 (Lui non spende soldi perché è tirchio”)

In pratica, chi è tirchio ha le unghie che bruciano. E ciò è un`innegabile verità! Se pensiamo alla persona più tirchia del mondo, ci viene in mente Paperon de Paperoni giusto? E Paperon de Paperoni le ha le unghie? No amici, non le possiede! E questo a mio avviso non ha nulla a che vedere con il suo status di papera, quando piuttosto con il fatto che le sue unghie, una volta rigogliose e robuste, sono state bruciate dalla sua tirchieria!

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I soliti idiomi 1

“La bellezza di una donna allieta il volto; e sorpassa ogni desiderio dell’uomo; se vi è poi sulla sua lingua bontà e dolcezza, suo marito non è più uno dei comuni mortali.”
(Antico Testamento)

Nell`Antico Testamento (sto andando a memoria, quindi perdonatemi se non inserisco riferimenti alla citazione più precisi) si dice che anche attraverso la lingua è possibile essere belli. Ora, io non è che sono particolarmente credente (e nemmeno particolarmente bello, arguto e intelligente), tuttavia un`idea scritta nell`Antico Testamento in linea di massima dovrebbe essere corretta, no? Per questa ragione, ho pensato che per rendere più bella la mia parlantina (o almeno per renderla abbastanza accettabile) poteva essere cosa buona e giusta e fonte di salvezza cercare alcuni modi di dire giapponesi un po` particolari da poter utilizzare nella vita di tutti i giorni. Nella speranza che qualcuno di voi intervenga nel dibattito confermando, correggendo o anche totalmente smentendo le mie spiegazioni, ho deciso di pubblicare sul burogu una parte dei risultati della mia ricerca.

1 – “だめおしする”, ossia confermare per la trecentesima volta.

“確認、確認、そして確認” (“kakunin, kakunin, soshite kakunin” – “controlli, controlli e ancora controlli”) recita un noto cartellone affisso nelle migliori stazioni della Metropolitana di Tokyo al fine di rassicurare i viaggiatori circa la serietà del personale che, appunto, fa kakunin su kakunin. Kakunin come se piovesse, oserei dire.

ImageLa kakunin, il “controllo-conferma”, è un concetto che sta alla base della società. Del resto, anche Marco Polo nel suo Milione parla dell`importanza della kakunin nel Chipango. Anche solo passeggiando per le vie di questa nostra città dall`atmosfera primaverile sempre più guascona, si possono ammirare donne e uomini di tutte le età intenti ad espletare importanti kakunin di varia natura e sempre mantenendo un’aria cerimoniosamente marziale. Gli autisti fanno kakunin indicando ogni semaforo, il postino in moto fa kakunin (hidari yosh, migi yosh) prima di attraversare un incrocio di viuzze, il ferroviere fa kakunin indicando i binari…. e chi più ne ha, ne ha diceva un tale o forse no.

Comunque, esiste un livello superiore alla kakunin. Del resto, esattamente come oltre all`uomo troviamo il superuomo e come dopo il caffè beviamo l’ammazzacaffè (a proposito, in caso consiglierei un amaro Braulio, personalmente lo trovo delicatissimo), oltre la kakunin abbiamo il だめおし”, vale a dire la trecentesima conferma, l`apoteosi della kakunin, il trionfo dell’anzen (sicurezza). In altre parole la superkakunin finale!

Un esempio dell`utilizzo straordinario di questo modo di dire è:

“安全なので、メールでだめおしをしました!” = Dato che è più sicuro, ho mandato una mail (l’ennesima) di conferma.”

(Nota bene, la mail a cui mi riferisco nell’esempio non è una classica “mail di conferma”. Quella, eventualmente, sarebbe la solita e doverosa kakunin. La mail di “だめおし” è un messaggio che segue mediamente 47 telefonate, 8 telegrammi, 12 raccomandate 6 fattorini biondi di Enoshima ubriachi, un telegramma e due ore di segnali di fumo fatti con le sigarette, tutti recanti uno stesso messaggio di vitale importanza tipo “la riunione di domani è stata spostata dalle 16:00 alle 16:05. E chi ha lavorato in una kaisha sa che cosa intendo.)

2 -よこやり入れる – Delle lance infilzate nei fianchi dei tapini

Forse non tutti sanno che se si infilza un cristiano con una lancia, questi potrebbe offendersi. Del resto, da che mondo è mondo, persino nella cultura giapponese è considerato molto scortese mazzuolare dei poveri tapini con oggenti contundenti o armi da taglio. Questo aspetto della cultura nipponica è evidente anche nel modo di dire “よこやり入れる”, (“yokoyari ireru”) che letteralmente significa “infilare una lancia”. Il significato è praticamente intervenire in un discorso (senza peraltro essere stati interpellati) sparando una fesseria pazzesca o dicendo qualcosa di inopportuno.

Ad esempio, un povero impiegato che, durante una riunione con i massimi vertici aziendali, dovesse uscir fuori con un commento tanto inopportuno quanto sgradito, in una qualsiasi azienda con sede nel paese del Sol Levante potrebbe essere zittito con un “よこやり入れるな!” (“Yokoyariireruna!” – traducibile con un “Ma la smetta di interrompere!”)

3 – ちんぷんかんぷん – Ovvero “non capire un ca….volo”

Non mi piace la stazione di Shinjuku, proprio no. La trovo poco elegante, sporca, caotica e anche abbastanza difficile da capire. Anzi, diciamo proprio che non ci capisco un tubazzo e, anche se ormai ci passo diverse volte alla settimana da cinque anni, sovente mi capita di sbagliare uscita e perdermi. Del resto si sa, un asino non può mica diventare un cavallo e non si può pretendere che uno abituato ai 6 binari della stazione di Domodossola mi svolazzi semplice come una colomba (ma prudente come un serpente) tra le migliaia di uscite di Shinjuku, no? Comunque, e qui faccio outing, a Shinjuku mi perdo sempre e poi non mi ricordo mai qual è la differenza tra l’uscita nord, quella sud, quella nord… Insomma, siamo franchi, per me Shinjuku è proprio chinpunkanpunちんぷんかんぷん.

“ちんぷんかんぷんは” è un modo di dire abbastanza usato che significa letteralmente “non ci capisco una funchia”. Facendo una rapida kakunin su google ho anche scoperto che deriva da un modo di dire cinese (qualcosa come “chimputon camputon” o simili) che significherebbe “anche se vedo e anche se sento non capisco”.

Si utilizza come un aggettivo in “な”, quindi unisce versatilità a semplicità in un binomio di un’eleganza inaudita. La prossima volta che non capirete qualcosa, date retta a me, buttate lì un “ちんぷんかんぷん”, pronunciandolo magari con uno sguardo accattivante e profondo alla James Bond. Credetemi, farete un figurone da veri gentleman appena usciti da Buckingham Palace dopo aver gustato un tè in compagnia della Regina.

Image4 – お茶の子さいさい Facile… come bere un bicchiere di tè verde!

Bere un bicchiere di tè è facile. E non solo il tè: anche l’aranciata, il chinotto e persino dell’acqua incolore e insapore (cosa da evitare se avete a cuore la vostra salute, data la pericolosità dell`acqua). Io stesso medesimo, proprio ora, sto degustando un ottimo gin tonic e vi assicuro che va giù che è un piacere. Anzi, quasi quasi mo’ che finisco me ne sparo un altro alla faccia di chi mi vuole male!  Comunque sia, dalla facilità di bere una peraltro ottima tazza di te` verde possiamo ricavare il modo di dire ocha no ko saisai お茶の子さいさい, che vuol dire appunto “facile come bere un bicchiere di tè verde giapponese”.

Un esempio?
テストはお茶の子さいさいだ!(“L’esame è una passeggiata!”)

La ragazza della porta accanto…

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In Giappone, come tutti ben sappiamo, il vicino di casa standard è Totoro. Oppure, più verosimilmente, proprio come avviene in Italia possiamo avere degli studenti un po` gigioni, un`anziana impicciona, un anziano un po` noioso o una famiglia con bambini urlanti. Si può poi trovare un impiegato single, una ragazza appena assunta in qualche grande azienda o anche un miserabile insegnante dalle tasche perennemente vuote (no, non è un riferimento autobiografico). I più fortunelli però rischiano di trovarsi un esemplare talmente prestigioso e interessante che riesce ad unire in un delizioso binomio fastidiose scocciature con sublimi lezioni di sociologia e psicologia umana, vale a dire il “vicino di casa balordo”.

La doverosa premessa:

Domenica notte, il “giovin signore” è ritornato a casa dopo una serata trascorsa come al solito “a bere cognac, fumare tabacco e discutere di procaci e gentili fanciulle” in compagnia dell`esimio dottor Parisi, gia` citato in precedenza in altri interventi su questo blog e vero gentiluomo di vittoriana memoria. Comunque, rientrando nella sua magione, il giovin signore si e` spogliato della stanchezza di una lunga giornata (una bugia: in verità la notte prima era tornato a casa palesemente avvinazzato, si era buttato sul futon e aveva dormito fino alle 3 del pomeriggio, però scriverla così fa più fino) ha acceso il computer, si è preparato una tazza di tè (un tè veramente straordinerio, 318 Yen per 50 bustine all`Odakyu OX, `na roba da signori, insomma) e si è rilassato dedicandosi alla lettura di interessanti articoli su internet. Verso mezzanotte, e dopo aver gustato un bicchierino di ottimo Amaro Braulio il giovin signore è passato negli appartamenti dedicati al riposo notturno e si è accomodato nel suo morbido baldacchino, addormentandosi in un soffio. La notta sembrava trascorrere tranquilla, tuttavia verso le 3 antimeridiane il giovin signore, (che proprio nel mentre sognava di trovarsi in testa all`esercito sabaudo che il 6 settembre 1706 sconfisse le armate del Re Sole che assediavano Torino) è stato richiamato alla triste realtà da grida e rumori di varia natura provenienti dall`appartamento vicino, abitato da un uomo dalla evidentemente dubbia moralità e, tra le altre cose, evidentemente inadeguato ad acquartierarsi nei pressi della residenza tokyese di un vero gentiluomo. Grida, rumori di testate contro il muro e cose lanciate in aria si sono susseguite per una quindicina di minuti, fino a quando questo ominide di indicibile volgarità e scarso savoir faire non è sceso in strada e, probabilmente con l`aria fresca, si è finalmente calmato, proprio mentre il giovin signore stava per avvisare le guardie affinché provvedessero ad arrestare e fustigare il vigliacco attentatore della quiete notturna. Da quel momento la situazione è ritornata alla calma, o almeno il sonno pesante del giovin signore ha fatto supporre così. Comunque, il giorno dopo, il giovin signore, ha avuto modo di riflettere su questa disavventura e, in giapponese si direbbe 念のため (per prudenza), ha deciso di cercare su google “変な隣の人” (“vicino balordo”). “Oh, the umanity” è stata la sua esclamazione quando ha letto i primi esempi di vera vita vissuta offerti dal motore di ricerca! È rimasto sì basito che non ha proprio potuto esimersi dal rendervi tutti partecipi traducendo nella lingua di Umberto Smaila le testimonianze in cui si è imbattuto!

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Ecco a voi la prima testimonianza, intitolata “La balorda della porta accanto” (la storia oroginale in giapponese la potete trovare cliccando su questo interessantissimo link)

Narra un uomo che si firma come “Inquilino dell`appartamento 774” (e che noi chiameremo, per comodità, Vittorio Emanuele)

“Un mio amico abitava nell`appartamento 101, una pazzoide nell`appartamento 102 e io nell`appartamento 103. E` stato un casino! Se il mio amico (o la mia amica, non è lecito saperlo) usava l`asciugacapelli alla sera alle 9:00, la balorda picchiava contro il muro e gridava “うるさい” (che vuol dire, per non dire volgarità, qualcosa come “maledetto rompicoxxxxxi”). Comunque, dopo due mesi il mio amico (o la mia amica) ha traslocato. Un altro giorno, io stavo guardando la televisione quando ho sentito la pazzoide (che nel testo originale viene chiamata “A-ko”) che telefonava. Probabilmente era al telefono con il fidanzato. Io certo non volevo sentire, però parlava a voce alta e non potevo non ascoltare. All`inizio, la ragazza sembrava di buon umore. Ad un certo punto, il ragazzo deve averle detto che la lasciava perché lei è sbiellata di brutto e ha iniziato a gridare “ti ammazzo! Ti ammazzo! Ti ammazzo!”. Io non volevo sentire, allora ho alzato il volume della TV anche se non sono riuscito a coprire le grida della pazza. Poi, per tutta la notte la balorda ha picchiato contro il mio muro e io ho avuto un po` paura, tanto che per i due giorni successivi ho dormito a casa dell`amico sopraccitato. Su suo consiglio ho parlato del problema al padrone di casa e, quando dopo due giorni sono tornato a casa, lui mi ha fermato sulla porta e mi ha detto che la pazzoide era stata portata in un ospedale psichiatrico e quindi il problema mi è sembrato ormai risolto. MA….”


(Video che rende perfettamente l`idea del significato di “うるさい”)

…sei mesi dopo, continua a scrivere il nostro  Vittorio Emanuele….

“Un giorno torno a casa e vedo un furgone di un`azienda di traslochi e scopro che stanno entrando nella stanza 104. Non ci faccio caso più di tanto e torno a casa. Poco dopo esco per andare al combini a prendere qualcosa da mangiare e sulle scale incontro il portiere che mi comunica che la pazzoide è tornata”

E, insieme alla pazzoide e puntuali come il fiatone dopo una rampa di scale alla stazione di Shinagawa, sono tornati i problemi per il povero Vittorio Emanuele. Nel commento 873 infatti troviamo scritto:

“Due settimane dopo, era domenica. Avevo in programma di andare da qualche parte con un amico (o un`amica) e ho messo la sveglia alle 6:30. Appena è suonata, la vicina dalla camera accanto ha gridato ancora “うるさい!” (il sopraccitato “maledetto rompicxxxxxxi!” – vedere il video sopra) e pochi secondi dopo ho sentito un rumore di vetri rotti che proveniva dall`entrata. Quando sono andato a controllare che cosa era successo, ho trovato dei vetri rotti e mi sono accorto che la pazza aveva lanciato due bicchieri contro la mia porta. Dato che dovevo vedermi con il mio amico, ho lasciato tutto cosi` e sono uscito.”

E poi ancora:

“Una sera sono tornato a casa verso l`una e mi sono accorto che c`era una presenza davanti a casa. Ho sospettato che fosse la pazzoide e allora ho avuto paura e ho dormito in un internet point. Quando sono tornato ho notato che non c`era più la presenza, comunque sentivo la musichetta del timer del bagno che continuava a suonare a volume alto. Ancora mi sono preoccupato, mi sono bloccato fino a quando non ho sentito un rumore alla sua porta. Poi per alcuni giorni non è successo niente.”

La mamma della pazzoide:

“Un giorno tornando a casa incontro sulle scale una signora anziana. Faccio finta di niente e rientro a casa. Prima che possa chiudere la porta, la signora di presenta come la mamma della pazzoide. Mi chiede se c`è stato qualche problema e io le racconto di quando ha tirato i bicchieri. L`anziana però inspiegabilmente difende la figlia e dice che è colpa mia. Anche in questo caso la signora ha cambiato umore improvvisamente e non mi ha fatto una buona impressione. Comunque, alla fine, non mi sentivo a mio agio, ho risparmiato un po` di soldi e dopo due mesi ho cambiato casa.”

Ovviamente, il pazzoide ha ottime possibilità di vittoria finale, come testimonia anche questa altra testimonianza della signorina “tomatotomatotomato”, consultabile a questo link  e che vi offro con grande gaudio ed evidente 満足 (soddisfazione) dell`ex Ministro Carfagna, acciocché giammai mi possa accusare di non trattare in egual misura le testimonianze delle gentili fanciulle.

In breve questa buona fanciulla timorata d`Iddio dichiara: “Il mio vicino è un balordo pericoloso, si sentono rumori strani, a volte litiga con il partner tanto che due volte è arrivata la polizia, quindi alla fine ho deciso di traslocare. Oggi (la testimonianza è freschissima, del 30 gennaio 2014 e siamo a Tokyo) sono passata davanti all`agenzia e ho visto un annuncio probabilmente relativo al mio appartamento e l`affitto richiesto è 25.000 Yen. Io ho sempre pagato 47.000. (Un affitto molto economico a Tokyo). È normale tutto questo? È normale che a causa di un vicino balordo l`affitto cali così? Consideriamo poi che con tutte le segnalazioni che ho fatto e gli interventi della polizia che ci sono stati, il padrone non può non sapere che l`inquilino è un balordo!”

Eh no, cara la mia “tomatotomatotomato”, evidentemente il padrone non vuole perdere un cliente, oppure ha semplicemente paura di buttarlo fuori, quindi alla fine sei te che ne porti le conseguenze. Mi spiace, credimi, ma a volte l`iniquità di una vita vissuta va presa un po’ così, come arriva!

Veniamo ora al classico dei classici, diciamo “La corazzata Potëmkin” dei vicini molesti, vale a dire la lite domestica! Scrive un signore (o una signora) in questo link  che una sera ha sentito che un ragazzo e una ragazza litigavano. Ad un certo punto la ragazza ha buttato fuori il ragazzo dall`appartamento, ciò nonostante lui ha continuato a gridare e si è avvicinato alla porta con fare minaccioso. La testimone (o il testimone) ha quindi pensato che  finisse a sberle, e ha chiamato la polizia. Comunque, quando la polizia è arrivata (a occhio e croce sei ore dopo) la lite sembrava bella che finita, tanto che i poliziotti non hanno fatto niente e sono tornati in caserma.

E questa situazione apre spunti di riflessione: quando si deve chiamare la polizia? Prima che inizino a menarsi (rischiando di farsi fare un alzaculo per aver fatto perdere tempo alla polizia) o quando iniziano a volare i ceffoni, rischiando che il soggetto debole (la donna di solito) prenda un bel battuto prima dell`arrivo degli agenti?

Non è lecito saperlo. Per ora il giovin signore è alle prese solo con il suo vicino balordo, fortunatamente solitario. Questa notte potrà dormire in “tranquillitate animi”, oppure dovrà chiamare le guardie ed assistere alla fustigazione del molesto soggetto in pieno accordo agli organismi di questo nostro giudizioso Sistema Giudiziario? Anche questo non è lecito saperlo. “Non chiederti, non è lecito saperlo, quale fine abbiano pensato per me e per te gli dei, o Leuconoe, e non indagare gli oroscopi babilonesi”. Questo è l`incipit di una nota poesia di Orazio. Orazio è sempre attuale, sempre! Anche se forse, data la situazione, sarebbe più sensato sostituire “quale fine abbiano pensato per me e per te gli dei” con “in qual modo scartavetrerà i maroni il vicino del giovin signore questa notte”. Noi, in ogni caso, attendiamo fiduciosi.

Tokyo è, Tokyo non è

Ma Tokyo, che cos`è?

Un mio carissimo amico, il dottor Giuseppe Parisi, una sera in cui eravamo intenti a bere cognac, fumare tabacco e parlare di damigelle, ha pronunciato questa frase che, a mio avviso, coglie nel segno. Egli infatti ha dichiarato: <<Tokyo è, Tokyo non è, un drink e poi, ci scordiamo di noi.>>

Nessuna definizione mi pare più azzeccata e vicina alla realtà. Forse solamente il sommo Richard Benson, un amico poeta romano di una sensibilità incredibile, saprebbe fare di meglio. Alla fine Tokyo è, ma anche non è. Se Tokyo fosse, Tokyo non sarebbe. Se Tokyo fosse un treno, sarebbe uno Shinkansen che sfreccia sulla Domodossola Novara (probabilmente tra Gozzano e Orta San Giulio Bertelli), perfetto matrimonio di volpi tra tradizione e modernità. Se fosse un film, sarebbe Totò e Peppino divisi a Tokyo, divisi in quanto smarriti sulla dolce ragnatela di linee ferroviarie che disegnano un meraviglioso centrino di pizzo gigante che copre e decora l`intera città. Se fosse un giornale, sarebbe una copia de “La Padania” accartocciata sul sedile di un treno alla stazione di Lamezia Terme, un`immagine che rende esattamente l`idea di come si possa essere fuori dalla realtà ma dentro un regionale lurido allo stesso momento a tastare con mano la quotidianità e l`iniquità di una vita vissuta sempre correndo verso una meta a metà. Se fosse un frutto, come ad esempio Santa Maria Maggiore in provincia di Verbania (che i locali chiamano “Rimini della val d`Ossola oppure “grande mela” della valle Vigezzo), sarebbe un cetriolo. Un cetriolo da cui ogni singola fetta, tagliata e affidata alle dolci coccole di un tagliere, racconta un`esperienza di vita vissuta, una novità nata sui vagoni stracolmi della linea Odakyu per concludersi in un drink vomitato a terra davanti al peggiore bar di Shibuya. Se fosse un animale sarebbe una meravigliosa Fenice gialla e rossa che consuma il suo tempo volando nel cielo libera e felice e perdendo a volte qualche piuma d`orata la quale, svolazzando di casa in casa, di ufficio in ufficio, di combini in combini e di koban in koban racconta qualche storia che poi la dolce pioggia che bagna i nostri capelli arruffati alla mattina porta al grande fiume Tamagawa. Qualche storia piccola di un mondo piccolo in una piccola terra che sta tra il grande fiume (il Tamagawa appunto) e le bianche scogliere di Chiba. Se fosse un personaggio di Harry Potter sarebbe l`azzurro centauro Fiorenzo, animo romantico sempre intento a guardare il cielo stellato che accompagna i gatti che cantano sui tetti le loro nenie misteriose….

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Insomma, Tokyo è, Tokyo non è. La mia visione di Tokyo, la mia Tokyo, è diversa dalla tua, dalla sua e da quella di Tizio, Kayo (nome giapponese da ragazza) e Sempronio. Gli occhi sono un filtro, non usano photoshop e proprio come quello delle sigarette ferma il catrame, eliminano ciò che non non vogliamo vedere come una sapiente contadina tibetana in trasferta a Udine separa il grano dalla crusca. L`importante, almeno per quanto riguarda gli impianti di areazione o l`aria condizionata/riscaldamento che custodiamo nelle nostre case, è tenerlo sempre pulito se no viene la tosse.

(Per la bella fotografia si ringrazia Simone Dedola)

Le elezioni 2013 viste dal Giappone

Forse non tutti sanno che, a differenza dei nostri compatrioti in Italia, noi cittadini residenti all`estero abbiamo conservato la possibilità di esprimere delle preferenze quando esercitiamo il nostro diritto di voto. Ed è quindi per poter meglio conoscere alcuni dei candidati delle varie liste che si sono presentate nella nostra circoscrizione che siamo felici di presentare una breve intervista alla candidata per il PDL, la gentilissima Sharon Nizza.

Abbiamo letto il tuo curriculum su Facebook (a proposito, complimenti!) però vorremo conoscere anche qualche aspetto più personale se possibile. Quindi, in poche parole, chi è Sharon Nizza?

Sono nata a Milano nel 1983 e nel 2002 mi sono trasferita in Israele, dove mi sono laureata in scienze politiche e storia dell’Islam e del Medio Oriente. Mia madre è nata ad Alessandria d’Egitto e negli ultimi anni mi sono molto interessata a questa origine, viaggiando in Egitto e approfondendo lo studio del mondo arabo-mediorientale, che mi affascina incredibilmente e a cui mi sento intimamente legata. Sono tornata a vivere in Italia nel 2008, questa volta a Roma, per lavorare come assistente parlamentare, occupandomi principalmente di politica estera. Con un tributo a un gruppo musicale che amo molto, gli Almamegretta, mi definisco un po’ un’“anima migrante”…

Perché hai deciso di candidarti?

Il Pdl mi ha fatto questa offerta che reputo storica. Infatti è la prima volta che un partito propone a un candidato residente sul suolo israeliano di concorrere per rappresentare questa grande circoscrizione. In pochi lo sanno, ma in Israele vive la terza comunità di italiani per aventi diritto al voto (circa 11,000), una comunità molto vivace e attiva, con un forte legame con il paese di origine. Pur non proveniendo dalle file del Pdl, ho trovato molto importante questo gesto e ho deciso di “metterci la faccia”, come si dice. E quando dico “metterci la faccia” non uso un’espressione a caso: nelle circoscrizioni estero il sistema elettorale prevede ancora le preferenze e ciò permette all’elettore di scegliere una persona. Ho cercato quindi di parlare in modo trasversale a tutti gli elettori proprio in quanto candidato indipendente. Per me era un presupposto fondamentale quello di essere valutata per quello che dico e propongo, e per questo ho cercato anche di creare un rapporto diretto con gli elettori attraverso i mezzi di comunicazioni della nostra generazione, in primis Facebook.

Sulle schede elettorali ho notato che sei iscritta come “Sharon detta Sharon”. Potresti spiegarci il perché di questa scelta? Ci sono magari delle differenze di pronuncia tra i due “Sharon”? 

Può sembrare una cosa curiosa, ma in realtà la spiegazione è semplice: Sharon è anche un cognome e molta gente avrebbe potuto confondersi scrivendo “Sharon” invece che “Nizza”, invalidando così il voto.

Parliamo un po’ di politica. Cosa pensi del PDL e del presidente Berlusconi? 

Il Pdl è un grande partito in cui si riconoscono milioni di italiani e italiane, persone oneste, lavoratori che si identificano nelle idee e proposte del centrodestra. Facendo un confronto con altri partiti di centrodestra europei (vedi Germania o Inghilterra) credo che il Pdl debba fare alcuni passi avanti soprattutto sulle questioni riguardanti i diritti civili (ricordo il dibattito lacerante sul testamento biologico o l’annosa diatriba sulle coppie di fatto). D’altro canto, anche il nostro centrosinistra è anomalo rispetto al resto d’Europa (il Governo Prodi 2 non riuscì a portare in porto appunto la legge sui Di.Co, che comunque non era perfetta). Questo per dire che l’Italia, zoppicando parecchio, cerca di andare verso un sistema partitico maggioritario in cui si confrontano due grandi formazioni politiche, in questo caso Pdl e Pd, in cui convivono anime diverse. Ma la strada nel caso italiano è ancora lunga… Sono militante del Partito Radicale da sempre e credo molto nel concetto di trasversalità, per cui è possibile portare avanti battaglie universali sia a destra che a sinistra. Il punto è cercare di potenziare le forze riformatrici e liberali in entrambi gli schieramenti.  Su Berlusconi: è una personalità eccentrica e carismatica, un genio della comunicazione di certo. Penso anche che per la sinistra italiana la sua esistenza sia una fortuna, perché così, anche in campagna elettorale, può continuare a concentrarsi su quello che fa o dice Berlusconi e non sui problemi dell’Italia (problemi che è ridicolo imputare unicamente a Berlusconi che, degli ultimi 20 anni, ne ha governati 9. Mi chiedo, ma i governi Dini, Amato, D’Alema, Prodi 1 e 2 avranno pure delle responsabilità? Negarlo sarebbe come ammettere che sono stati ininfluenti e non credo che il centrosinistra voglia che la gente pensi così dei propri leader…). Ad ogni modo, la mia campagna è del tutto disgiunta dalla sorte politica di Berlusconi (che non è nemmeno candidato premier in questa tornata elettorale), in quanto, come dicevo prima, il sistema elettorale nelle circoscrizioni estero non influisce sui giochi interni ai fini della formazione della coalizione di governo (in particolare alla Camera dei Deputati, per la quale concorro, dove i 12 seggi votati all’estero non rientrano nel computo ai fini dell’assegnazione del premio di maggioranza. Facendo poi riferimento al singolo seggio – su 630! – espresso dalla nostra circoscrizione, esso non può essere l’ago della bilancia in questo senso. Si tratta di un seggio quasi tecnico direi, volto a dare voce alla collettività degli italiani all’estero, che spesso vivono problematiche molto burocratiche che hanno ben poco a che fare con le infinite diatribe della politica italiana, responsabili dello stallo in cui verte il nostro Paese da decenni).

Leggendo i giornali in Italia mi è sembrato di capire che queste in queste elezioni ci sarà probabilmente una scarsa affluenza e che gli indecisi sono veramente tanti. Tu che cosa diresti a un indeciso per avere il suo voto? 

Quello che accade in Italia è davvero desolante. Ma all’estero è diverso per via del discorso delle preferenze, lo ripeto. Solo 4 liste si sono presentate nella nostra circoscrizione e quindi ho invitato gli elettori a “studiare” sui vari candidati, per capire chi sono, cosa hanno fatto, cosa si propongono di fare. Se uno ha a cuore la politica, si tratta solo di 16 candidati (8 alla Camera e 8 al Senato) da “vagliare” (io così ho fatto nel 2008!). Parlando poi di una circoscrizione vasta come la nostra, che comprende 4 continenti e che esprime un solo seggio alla Camera e uno al Senato, è davvero importante che il cittadino senta di poter raggiungere il proprio candidato per presentargli le proprie istanze. Quindi agli indecisi dico: non date per scontato questo privilegio – che in Italia non c’è – di scegliere il vostro candidato! Il mio è un appello trasversale e infatti in molti anche ex elettori del centrosinistra che hanno letto le mie proposte, mi hanno scritto per sostenermi. Ne sono onorata e sento una grande responsabilità verso una circoscrizione così vasta e variegata.

Ho visto con piacere che uno dei punti del tuo programma è aiutare tutti gli italiani all’estero in tutte le pratiche “fiscali”. Dato che ad oggi i contributi che versiamo in Giappone non vengono in alcun modo riconosciuti dall’Inps, qualora fossi eletta potresti cercare di risolvere il problema? Mi rendo conto di chiedere molto perché sarebbe necessario un accordo bilaterale tra Italia e Giappone (che peraltro in passato hanno tentato di fare pur non trovando un accordo definitivo mi sembra) però in caso come penseresti di agire? 

Mi stimoli su un punto del quale mi sono già occupata nel corso della mia esperienza lavorativa in Parlamento e di grande interesse per diverse realtà della circoscrizione, tra cui Israele. Infatti, anche qui c’è questo gravissimo problema del mancato ricongiungimento dei contributi tra INPS e sistema contributivo israeliano. Ho lavorato per portare alla ratifica di un accordo bilaterale che attualemente deve solo essere applicato. Se eletta, uno dei miei primi impegni sarà  concludere questa vicenda e usarla poi come modello per risolvere la stessa questione anche in altri Paesei della circoscrizione. Buono a sapersi che ho già un referente in Giappone con cui rapportarmi in merito!

Vedo che abiti in Israele da circa 10 anni. Come ti trovi? Com’è la vita a Gerusalemme? 

Israele è un Paese estremamente dinamico e positivo. Il motivo principale per cui mi ci sono trasferita è perché volevo capire da vicino e vivere sulla mia pelle il conflitto arabo-israeliano. Ho scoperto, vedendo le cose da qui, che la realtà è lontana anni luce da quella descritta dai giornali. E’ una società con una grande coscienza civile (lo si è visto anche l’anno scorso con le grandi manifestazioni degli “indignados” che hanno occupato le principali piazze del Paese per mesi con le tende, chiedendo una maggiore equità sociale) e politica (il dibattito sul conflitto arabo-israeliano è sempre all’ordine del giorno, nessuno si sogna di marginalizzarlo, riempe i nostri quotidiani, i nostri dibattiti, le nostre scelte). Una società molto attiva, che non si è fatta abbattere dalla follia del terrorismo suicida che l’ha colpita duramente tra il 2000 e il 2005, ma che ha continuato a studiare, a inventare brevetti (grande concorrenza con il Giappone per il primato!), a fare figli (e a mandarli sugli autobus che rischiavano di esplodere, nonostante tutto, perché cosa diamine si fa? Non si va più a scuola, dagli amici, a lavorare?). A Gerusalemme senti il peso della storia camminando per le strade, ma è una città che comunque guarda al futuro. Dico a tutti di venire a vedere Israele con i propri occhi perché ne rimarranno affascinati e stupiti!

La comunità italiana a Gerusalemme com’è?

Molto vivace e attiva. La maggior parte delle attività si concentra intorno al Museo Italiano, che si trova nello stesso luogo della Sinagoga portata da Conegliano Veneto, il luogo di raccoglimento della comunità ebraico-italiana locale. E’ qui che tutti i leader italiani che vengono in visita ufficiale in Israele incontrano la collettività italiana. Poi ci sono altri luoghi di grande fermento culturale come l’Istituto Italiano di Cultura, che è coinvolto sempre in tutte le principali manifestazioni culturali del Paese. Per esempio, proprio la settimana scorsa, ha portato diversi autori eccellenti alla Fiera Internazionale del Libro di Gerusalemme, dove ho potuto incontrare un grande personaggio come il Giudice anti-mafia Giuseppe Ayala.

E in Giappone sei mai venuta?

No, purtroppo no. Ma spero di rimediare quanto prima!

Ultima domanda: secondo te che cosa possiamo fare noi residenti all’estero per sostenere i nostri connazionali in Italia? 

Gli italiani all’estero sono una grande risorsa per il nostro Paese. Hanno avuto il coraggio di fare un cambiamento, arricchendosi di un bagaglio culturale diverso. Votare è il primo requisito per mantenere il legame con il proprio Paese di origine, ma non può e non deve essere l’unico. Queste esperienze possono aiutare l’Italia a migliorare sia attraverso il confronto sia attraverso lo scambio (a livello istituzionale e di società civile). Non abbandoniamo l’Italia, specie in questo momento di crisi: dobbiamo far conoscere l’eccellenza italiana all’estero e farci da intemediari per avvicinare realtà diverse. Oggi poi, nell’era del villaggio globale, l’emigrazione può essere uno strumento di arricchimento perché ci sono molti più mezzi per mantenere i contatti in tempo reale con la realtà di provenienza e sviluppare reti di collaborazione, non necessariamente intemediate dalle istituzioni (ma di certo da esse supportate).