Australia VS Canada

Passata ormai la febbre del dolce (?) periodo di San Valentino ho pensato di proporvi questo post dal titolo facilmente travisabile per non lasciarvi a bocca asciutta.

Infatti non si tratta di discutere su quale sia la meta più ambita dagli italiani, il Paese dove potremmo trovare finalmente l’occasione della vita insieme alla pace interiore e via discorrendo pur nonostante entrambe le nazioni ospitino due fra le più grandi comunità di compatrioti espatriati, no, qui parleremo di una cosa più seria ed importante ovvero: quale fra i due paradisi del “voglio ri-farmi una vita a misura d’uomo” produca la miglior Nutella®.

Ho cominciato a pensarci quando, non tornando in Italia da quasi due anni, ho sentito la necessità psicologica di uscire almeno cinque miseri giorni dal Giappone per entrare in circoscrizione americana.

Così la mattina seguente all’atterraggio, esplorando il territorio alla ricerca di fonti di cibo economicamente sostenibili, mi sono finalmente imbattuto in un supermercato dove potermi rifornire di generi alimentari indispensabili quali birra e nachos, acqua, pane e nutella.

Si, proprio lei ed in confezioni proprio della grandezza giusta (750gr. prodotta in Canada), non come quella che vendono qui (220gr. prodotta in Australia) che mi sembra quasi mono porzione…riesci ad imbrattare tre/quattro fette di 食パン(pancarrè) che poi ti tocca tornare al ス-パ (supermercato ma scritto in giapponese per non ripetermi) a sganciare altri 400 yen minimo, se la trovi perché non è detto che ci sia sempre.

A volte un'immagine vale più mille parole..c'è da aggiungere altro?!

A volte un’immagine vale più mille parole
..c’è da aggiungere altro?!

D’altronde gli indigeni non sanno ancora « Che mondo sarebbe senza Nutella? » o meglio che lo chef della Nazionale di Calcio prepara la colazione per i campioni servendo ogni mattina latte, pane e nutella ed un po’ di frutta «..E poi vedi come corrono… », no, qui appena svegli è consuetudine scafarsi riso-pesce grigliato-zuppa di miso-uovo crudo-fagioli nattō ecc. ecc… per poi collassare in treno…

Che vuoi che ne sappiano loro dei misteriosi tanto quanto magici poteri nutritivi/antidepressivi della più famosa pasta di gianduia al Mondo?

Ecco la famigerata colazione giapponese in una foto di repertorio, o refertorio?

Ecco la famigerata colazione giapponese in una foto di repertorio, ma anche di refertorio.

Ma torniamo al contest, la differenza non si riscontra solo nelle dimensioni (che comunque, alla fine, contano) bensì anche all’interno: chissà perché (visto che essendo un prodotto globale dovrebbe avere le stesse caratteristiche anche su Marte..) ma quella Canadese conserva un aroma ed una consistenza molto più simile a quella reperibile in Italia mentre invece l’ennesimo punto a sfavore di quella Australiana è l’essere più solida e meno gustosa e, a volte, può avere anche dei piccoli difetti come il separarsi degli olii che si ricondensano in piccole sfere grigiastre sparse all’interno del barattolo… non preoccupatevi sono innocue ma fan passare la voglia di spalmare.

Per finire, come accennavo anche prima la differenza di prezzo, 7.99 $ per i 750gr della nord americana contro una cifra che oscilla dai 390 ai 690¥per i 220gr di quella oceanica.

Insomma non c’è dubbio, ad aggiudicarsi la prima posizione in netto vantaggio ed a mio giudizio insindacabile vincitore è il Canada!…peccato però che quella prodotta li non abbia mercato qui… ettepareva!

L’unica è andare a mangiarsela direttamente a Toronto facendo magari una capatina alle vicine cascate del Niagara, lasciando aperta però una porta alla terra di koala e canguri, oppure sacrificarsi per andare a comprarla dove l’ho trovata io.
Dove?

A sole tre ore e mezza dal Giappone, qui.

Saipan, Isole Marianne Settentrionali, guardando la piccola isola Managaha dalla micro beach.

Saipan, Isole Marianne Settentrionali, Micronesia, guardando la piccola isola Managaha dal luogo chiamato Micro beach.

Io che credevo, io che speravo..

Il periodo di Capodanno, si sa, in Giappone è molto sentito.

Kaisha permettendo si passa qualche giorno festeggiando insieme ai parenti (solitamente, a meno che non si sia malati impegnati di lavoro come il mio caro amico Tatsu, che fa il cuoco sottopagato, e che riposa un solo giorno all’anno..).

Così durante le “vacanze” invernali (come succede altresì per altri periodi cruciali dell’anno) si hanno delle vere e proprie migrazioni, esodi di milioni di autoctoni che si spostano da una parte all’altra dell’isola con tutti i mezzi possibili, per poter ritrovarsi e finalmente ubricarsi come leggendari pirati insieme ai propri cari invece che farlo, come al solito, in maniera grigia con i pressoché sconosciuti colleghi.

Piccola parentesi: nonostante si usino treni, autobus, aerei e navi sembra che la macchina rimanga il mezzo preferito o comunque più economico per spostarsi se si è almeno in due o più. Io stesso la uso perché mi piace guidare e mi dà un certo senso di indipendenza, ma quando capita di trovare “simpatiche” code autostradali, anche di 50 km, allora mi chiedo se non ci sia qualche errore o discrepanza nel conteggio della popolazione giapponese, perché sommando tutti quelli in coda, più quelli in viaggio con altri mezzi, quelli in viaggio all’estero, quelli che vivono all’estero, più quelli non in viaggio ed, infine, quelli che stanno lavorando e non riposano, togliendo i bambini dalle statistiche… non possono essere solo 120 milioni circa!

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Comunque, anche quest’anno io e la moglie siamo andati a trovare i suoceri che stanno a Tokyo e già che c’eravamo abbiamo deciso di andare a fare una visita/preghierina al tempio in cui ci siamo sposati. Da qui in poi vorrei finalmente arrivare al tema di questo post che, alla fine, non c’entra nulla con quanto scritto fin’ora..

Era l’ora di pranzo e sulla via del ritorno dal tempio svettava una costruzione singola in mezzo alle pianure della campagna di Kawagoe.

Un ristorante italiano.

Sarà che mio padre fu cuoco, sarà che per mantenermi durante gli studi facevo il pizzaiolo, sarà la nostalgia del gusto mediterraneo, chi lo sa, sta di fatto che ogni tanto sento un richiamo indomabile per la cucina italiana. Non che quella giapponese sia da meno per qualità e varietà oppure non mi piaccia, è solo che dopo qualche anno che si sta qui si sente il bisogno ancestrale di un’ “impepata ‘e’ cozze” piuttosto che di un Ozōni.

Tornando a bomba, era qualche anno che avevo notato il ristorante, ma ogni volta che ci passavo avevo altro da fare oppure avevo già mangiato e così mi limitavo a fantasticare sul genere di prelibatezze che sicuramente la casa serviva.

Questa volta però tutto era perfetto, dovevo fermarmi! I cartelli all’esterno con scritto “Trattoria-Pizzeria” erano irresistibili… così, parcheggiata la macchina, entrammo e l’ambiente era bello e confortevole.
Si mostrava come un vero ristorante, non era come i soliti “itarian-famiresu” (un vero e proprio “genere” inossidabile qui nell’isola dei Kami), catene di ristoranti di medio-bassa qualità che preparano una sorta di cucina italiana “idealizzata”, storpiata dal gusto americano, in salsa giapponese.

Sembrava, avete presente?, l’oasi in mezzo al deserto.
Ed invece era il solito miraggio.

Infatti dopo esattamente trentadue secondi, cioè quando mi hanno portato il menù, mi sono reso conto di essere finito dritto nella tana del “fake” e tutte le illusioni mi sono crollate addosso nel leggere quell’ammasso di parole messe a caso ma seppur dal così dolce suono italico.

io che credevo, io che speravo (3)

Leggermente confusi e sperduti abbiamo deciso di non rischiare e abbiamo ordinato le cose più semplici, una pizza margherita ed una pasta aglio e olio.

Ah sì, per la pizza ho dovuto specificare se intendevo mangiarla M o L, come con le magliette, così io ho scelto L per stare più comodo, mentre, a fianco, la boccetta di Tabasco mi guardava ammiccando insistentemente.

Quando poi ci hanno portato i piatti.. la disperazione ha preso il sopravvento limitando le mie funzioni motorie, non ho più avuto la forza di scattare foto! Ma, per rendervi partecipi a questo dolore vi racconterò come è andata :

– gli spaghetti erano praticamente in brodo e come da tradizione (?) conditi con funghi champignon, peperoni verdi e gli immancabili broccoli.

– la pizza era triste, già tagliata (un must) e completamente cruda, come mi anticipava, forse intendendo altro, la cameriera che mentre adagiava il tagliere in centro tavola diceva: – Korewa nama-pizza desu.

io che credevo, io che speravo (2)

Questo è quanto amici, perciò il mio è un monito(r): state attenti quando siete fuori e  sentite il bisogno di cibo italiano, controllatevi, reprimetelo cercando di arrivare a casa per prepararlo con le vostre mani, non fidatevi di belle costruzioni con invoglianti cartelli e magari bandiere appese, stanno diventando sempre più bravi a cammuffarsi!

E non provate a redimerli magari dando dei consigli, perchè non vi ascolteranno o magari vi correggeranno a loro volta perché, alla fine, in questi posti non si mangia italiano, si mangia “itarian”.

Ad onor del vero bisogna anche specificare che in numero molto minore rispetto ai fake sparsi per il Giappone, esistono veri e propri ristoranti di cucina italiana dove si possono mangiare proverbiali leccornie, siano esse ricette tradizionali/regionali o magari più moderne fusion.

In questi posti però (salvo eccezioni), citando il Bertelli, preparatevi a salutare alcuni Fukuzawa Yukichi.