Forse non tutti sanno che… Il Furusato Nōzei – Come pagare le tasse e ricevere in cambio prodotti tipici da ogni angolo del Giappone.

 

unnamedRagazzi, ohisashiburi de gozaimasu. Ecco a voi un articolino breve breve, scritto ampress ampress tra tanti impegni, ma che mi scappava di scrivere a tutti i costi, anche perché si avvicina la fine dell’anno solare (a cui spero vivamente che il Giappone arrivi, dati gli ultimi sviluppi geopolitici in quest’angolino di mondo), ergo, avete ancora tre mesi quasi interi per poter beneficiare delle informazioni contenute nell’articolo, il quale si autodistruggerà a fine anno come un pallone di Maradona o come a bbomb e’ Chimgiongun (che pericolosamente suona un po’ come un chitemmurt) i cui preparativi procedono speditamente nella città partenopea.

Il Furusato Nōzei, dunque. Si tratta di una simpatica iniziativa adottata dal governo nipponico a partire dal 2008. Tradotto in maniera prosaica significa “Sostegno fiscale nei confronti delle zone piu’ remote, depresse e spopolate dell’Impero nipponico”. E tradotto in maniera piu’ poetica significa “Sostegno fiscale per i nostri cari villaggi natii pieni di alberi, erba e augelli ma a cui i giovani virgulti voltarono le spalle abbandonando gli attempati genitori in lacrime e in attesa di un loro ritorno in un’estate che mai verrà”.

Adesso la smetto.

Allora, prima di tutto una domanda. Che cosa riceve di immediatamente utile o di terribilmente figo chi paga le tasse? La risposta, come Cetto insegna, è: “’Na beata minchia!”.

Ma non è così per chi decide di fare il Furusato Nōzei. Infatti, chi decide di donare una parte delle sue tasse (e soprattutto quelle che andrebbero in tasca al proprio comune di residenza, ovvero le shiminzei) a un qualsiasi comune a propria scelta, riceve in cambio un prodotto tipico della zona, ad esempio carnazza di manzo massaggiato, pesce, riso, birra, farina, miele, frutta e ogni ben di Dio proveniente da ogni parte dell’Impero. Ma non solo roba da mangiare. Anche oggetti come vestiti, soprammobili, accessori, armature da samurai a grandezza naturale (non scherzo!), esperienze come corsi di ceramica, viaggi, giri in elicottero, o addirittura buoni per incaricare addetti alla pulizia delle lapidi al cimitero. Insomma, non c’e’ che l’imbarazzo della scelta. Ecco uno dei vari link per scegliere il vostro prodotto preferito.

https://www.furusato-tax.jp/rank.html

Insomma, una gran pacchia! Ma io ho dei poteri soprannaturali da non sottovalutare, mi sono specializzato in pinotismo applicato presso l’Università di Jena e riesco a leggervi nel pensiero. Nelle vostre menti aleggia un soffio di scetticismo, voi credete che ci sia qualcosa sotto. E infatti c’è. Ma aspettate a tirarmi i pomodori. Vediamo in soldoni come funziona il sistema nel caso in cui si faccia la dichiarazione dei redditi (kakutei shinkoku – come faccio io) e quali sono le magagne.

1) C’è un limite più o meno ben definito per la somma donabile, che potete calcolare in pochi minuti nella pagina seguente, inserendo il totale dei vostri guadagni annui e il numero dei familiari divisi per fasce di età:

http://furu-po.com/simulation?utm_source=yahoo&utm_medium=cpc&utm_campaign=04

A quanto pare, meno si è in famiglia, meglio è. Per chi vuole andare a occhio, c’è anche una tabella. Forza, siore e siori, provate!! Niente paura! Chi di voi supera i 10 milioni di yen all’anno e viene massacrato di tasse, ha un’ottima occasione per vendicarsi istess’ di Django e riempirsi la dispensa!

2) Le “donazioni” vanno fatte in anticipo entro l’anno solare corrente; in pratica le tasse che di solito si pagano l’anno successivo, vengono pagate nel momento in cui si ordina il prodotto desiderato, cioè suuuubbbeto (con tono intimidatorio e accento siculo). Pochi giorni dopo l’ordinazione, il comune manda una lettera di ringraziamento alla quale è abbinato un documento ufficiale che attesta l’avvenuta donazione. I documenti ricevuti dopo le varie donazioni vanno conservati con cura e presentati al fisco al momento della dichiarazione dei redditi(da fare a cavallo tra febbraio e marzo dell’anno successivo). La detrazione fiscale avviene in parte al momento della dichiarazione dei redditi, ma il grosso della detrazione avviene a maggio/giugno, quando vi arrivano le rate della shiminzei  e kenminzei  (o tominzei o fuminzei, che dir si voglia).

3) Tutto questo, per il contribuente, ha un costo fisso pari a 2000 yen. In pratica, al momento della dichiarazione dei redditi, dall’importo totale delle donazioni vengono tolti 2000 yen. Ad esempio, donate un totale di 100000 yen, l’importo che viene scorporato come donazione (kifu) dal reddito annuale (shotoku) sarà di 98000 yen.

Certo, i duemila yen bisogna cacciarli, ma suvvia, non fate i taccagni! Che cosa sono 2000 yen di fronte a un  bisteccone di Kobe e a un bottiglione di sakè mentre vi fate un giro in elicottero sputazzando in testa ai plebei? Avanti, calcolate il vostro tetto massimo e iniziate a ordinare come se non ci fosse un domani!

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Shunkan – Attimi (1)

20 novembre 1986, ore 18:45

Tokyo. Stazione Kokutetsu di Akihabara.

Stanco, con la borsa in mano, il salaryman Toru Nakatani, 41 anni, viene spinto fuori dal treno della linea Chuo, quasi travolto dall’esplosione umana che segue l’apertura delle porte. Cammina quasi per inerzia, spinto dagli altri passeggeri e dalla forza dell’abitudine, come tutti i giorni, al rientro dal lavoro.

Il lavoro che fa non ci interessa. Sappiamo che lui deve cambiare treno tre volte per raggiungere casa sua. Non ci interessa dove abita. Ma sappiamo che abita da solo.

Sempre in piedi, appeso alle maniglie del treno. Tutti i giorni, per sempre. Sappiamo che tre anni prima, al municipio, aveva timbrato il modulo per il divorzio consensuale. Ora ricorda soltanto vagamente i lineamenti di Aya, la donna che aveva sposato. I meccanismi della mente ne stavano cancellando il ricordo. Un frammento di vita che stava sbiadendo. Anni scoloriti, come tante vecchie foto.

Camminando verso la lunga scala mobile che, in salita, conduce ai cancelletti d’uscita, Nakatani ricorda. Estate. Agosto. Secondo anno di università. Le zanzare. Una sigaretta accesa. I fuochi d’artificio lungo il fiume Kamo, a Kyoto. La notte. La folla. Lei. Natsumi. L’unica donna che avesse mai amato.

Sale sul primo gradino della scala mobile, e si ferma, appoggiandosi stancamente con il gomito sul corrimano di plastica, lasciando che la scala faccia il resto.

Alza lo sguardo. Erano passati diciassette anni dall’ultima volta che l’aveva vista. In quel momento, i suoi occhi spossati la vedono. Proprio lì, a pochi metri, sulla scala mobile in discesa. Si avvicina. Come se quel ricordo l’avesse evocata. Un fantasma che si era materializzato.

Bellissima.

Come quella sera d’agosto.

Il trucco fine e leggero, i capelli neri, leggermente mossi, un po’ più lunghi di quando era ragazza. Un cappottino marrone, leggero ed elegante. Lo sguardo fisso, la mente forse persa in qualche pensiero. Chissà. Forse anche lei sta pensando a lui, e quel pensiero incrociato aveva realizzato l’assurda coincidenza. Ma no, non poteva essere. Con tutta probabilità, lei pensa ad altro. Alle mille cose che riempiono la sua vita, certo. Anche se né Nakatani né noi lo sapremo mai.

Sappiamo invece per certo che per Nakatani il resto del mondo è sparito. In quell’attimo ci sono solo il nulla, lui, lei, una scala mobile in salita e una in discesa. Lui si è accorto di lei, la fissa incredulo. Ma lei non sembra essersi accorta di lui, la vediamo ancora assorta nei suoi pensieri. Nessuna espressione trapela dal suo viso.

La scala scende. Eccola. Si fa sempre più vicina. Forse è sposata? Forse no? Forse ha figli? Forse no? È felice? Nakatani per un attimo pensa: forse no. E un istante dopo se ne vergogna.

Sono alla stessa altezza. Si incrociano. Nakatani si illude di sentire il profumo di lei, vicinissima, la mano candida sulla cinghia nera del corrimano. Nessun anello.

Forse lei lo sta guardando con la coda dell’occhio. Si è accorta di lui.

O forse no. Lui ha un brivido. Trema. Vorrebbe sorriderle. Vorrebbe allungare la mano sulla sua, chiamarla, urlare il suo nome. Natsumi!

Ma un istante dopo lei ormai si trova dietro di lui, scende, si sta allontanando di nuovo. Il nostro eroe vorrebbe voltarsi per ammirarla un’ultima volta. Ma una forza misteriosa glielo impedisce. La paura di non poter incrociare il suo sguardo? Il rimorso di aver trascorso una lunga parte della sua vita senza di lei? Lei forse non lo aveva visto. O lo aveva visto ma non lo aveva riconosciuto. O forse lo aveva visto e lo aveva riconosciuto. Ma a un certo punto la scala mobile finisce, e Nakatani non se ne accorge.

In quel preciso istante inciampa e cade a terra. Le persone dietro di lui lo schivano, alcuni lo guardano di striscio, con disprezzo, pensandolo ubriaco, e continuando a camminare con indifferenza. Lentamente cerca di ricomporsi, raccoglie la borsa, si aggiusta gli occhiali.

E finalmente trova il coraggio di guardare giù.

Ma non la vede. Sparita.

Quasi come se non fosse mai esistita.

(G. Bertelli – 2016)

Diventa anche tu un paladino dell’Impero!

Oggi, passeggiando nei pressi di una scuola, mi sono imbattuto in una bacheca dall’aria piuttosto singolare. Vi si trovavano affissi dei poster propagandistici del Jieitai (le “forze di autodifesa nazionale” o i cosiddetti “difensori della pace” – in poche parole le forze armate giapponesi) per la “chiamata alle armi”, ovviamente rivolti agli studenti della suddetta scuola. A fianco della bacheca c’era una cassettina contenente i vari set di depliant, ognuno chiuso in una bustina di plastica. Come resistere alla tentazione di sfilarne uno e scoprirne, insieme ai nostri cari lettori del Burogu, il suo contenuto?

Le premesse sono alquanto invitanti: la busta lascia trasparire una cartellina di plastica con una bella figliuola (Dan Mitsu, per l’esattezza) sull’attenti in tre versioni: nella prima, a sinistra, indossa l’uniforme delle “forze aeree”, la più kawaii (ma poi i gusti son gusti, eh!), nella seconda, al centro, porta la mimetica d15497964_10154309383728717_163014166_nelle “forze terrestri”, mentre nell’ultima sfoggia, insieme a un sorriso un po’ stirato, una candida uniforme delle “forze marine” (Necessario sottolineare che in giapponese i tre corpi vengono chiamati空, kū, riku, e 海 kai, privati dell’ideogramma di 軍 – gun, non possono più essere chiamati “Aeronautica”, “Esercito” e “Marina” come succedeva prima della fine della seconda guerra mondiale). Lo sguardo è quello del carabiniere: pronto, acuto e profondo (cit.) allo stesso tempo. In alto campeggia la scritta: Kono ima wo, mirai wo, mamoru (che tradotta letteralmente diventa “Difendiamo questo presente e il nostro avvenire.”) E in basso un carro armato, una portaerei e un paio di caccia che sfrecciano nell’aere ci risvegliano dal torpore, riportandoci al nocciolo della questione. Continua a leggere

La conversione della patente di guida: da patente italiana a giapponese

(Aggiornato al 14 dicembre 2015)

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Chiunque volesse convertire la propria patente italiana in una patente giapponese (unten menkyo no kirikae – 運転免許の切り替え), per fortuna può farlo in modo piuttosto semplice: basta prendersi un giorno libero per accollarsi alcune procedure burocratiche piuttosto semplici e relativamente economiche, sia in termini di costi che di tempo.

Ecco qui tutto quello che dovete sapere: notizie fresche fresche di giornata.

Punto primo: La traduzione della patente italiana.

① Prendete la vostra bella patente italiana, e guardate la foto. Poteva venire meglio, senza dubbio. Poi guardate che non sia scaduta. Se è scaduta da molto tempo, il kirikae si può fare solo letteralmente, con un paio di forbici. Zac. Va bene, adesso la pianto di fare lo spiritoso.

② Portate la vostra patente italiana al più vicino centro JAF (Japan Automobile Federation – Nippon Jidōsha Renmei – quello della provincia di Osaka si trova a Ibaraki-shi, vicino alla stazione Monorail di Unobe), insieme alla vostra fedelissima Zairyū Card (il permesso di soggiorno – da tenere sempre nel portafogli!) e tremila yen in bocca. Entrate. Salutate. Dite: Menkyo no hon’yaku wo shite itadakitai desu (Vorrei che mi traduceste la patente). Date la vostra patente italiana alla sorridente signorina, pagate i tremila yen e in 10-15 minuti (se non c’è nessun altro prima di voi) la traduzione è pronta. Salutate. Uscite. E il primo passo è fatto. Continua a leggere

MANUEL MAJOLI – Storia di un wrestler italiano in Giappone.

 

Un paio di mesi fa, chiacchierando con un mio vecchio amico ed ex-compagno di università in viaggio a Osaka, venni a conoscenza di un fatto che mi fece cadere la mascella sull’asfalto.

Un nostro kohai, il leggendario Manuel Majoli (già famoso, oltre che a Ca’ Foscari, sulla scena del wrestling italiano e come traduttore di manga), avrebbe debuttato in Giappone con la Michinoku Prowrestling, e avrebbe partecipato a due incontri: uno a Tokyo l’otto giugno, l’altro a Kobe il quindici.PIC_0724

Io vivo a Osaka, Kobe è qui a un tiro di shuriken, COME AVREI POTUTO lasciarmi sfuggire la ghiottissima occasione di andare a vederlo? E’ stato tutto automatico: domenica 15 ho preso il treno per Tarumi (Kobe) e sono andato all’incontro.

Era da tanto, più o meno una quindicina d’anni, diciamo dai tempi dell’università che non incontravo il mitico Majoli: vivendo in Giappone ormai da 12 anni ricevevo di lui notizie tramandate da persona a persona, fugaci e fumose come antiche leggende samuraiche. Continua a leggere