Il primo bianco

(ultima puntata) di Michele Pinin
Epilogo – parte 5

Il manoscritto finisce qui. A noi lettori rimangono un paio di domande, anzi tre: Tomoyo riuscirà a rimettere in sesto la sua vita e trovare una stella che la guidi? Okada e Sae vivranno felici e contenti? Tomita e Abe continueranno a resistere all’idea di sposarsi e vivere come due splendide single?
Mi sono chiesto a lungo se era il caso di aggiungere delle risposte per completare la storia; la verità è che non lo saprei fare. Mi è sempre piaciuto leggere, a scrivere però non ci ho mai pensato e adesso è troppo tardi per iniziare.
Il caso ha voluto che nel tardo pomeriggio del giorno in cui ho trovato questo manoscritto, dopo una lunga giornata di lavoro, mi ero seduto a tirare il fiato su una panchina della stazione di Shinagawa. Quando ho visto la busta sul sedile accanto al mio, mi ha incuriosito perché sopra c’era scritto: Il primo bianco. Quante volte capita di trovare sulla panchina di una stazione, a Tokyo, una busta con sopra qualcosa di scritto in italiano?
Dopo una decina di minuti, finita la lattina di birra che avevo comprato al Kiosk, non ho resistito alla curiosità e allungata una mano l’ho aperta e ho dato un’occhiata al contenuto.
La classica busta marrone formato A4 con un paio di nastrini per chiuderla e sigillarla con della cera o del nastro adesivo. Su questa però niente cera e niente nastro. Dentro due cartelline di plastica, una verde l’altra arancione, senza una firma o una data, c’erano i fogli del manoscritto. Mi sono guardato intorno per vedere se qualcuno stesse tornando verso la panchina a riprendersela. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 53) di Michele Pinin
Epilogo – parte 4
                                                                                                                         accidenti

Voleva davvero prenderlo in giro? Più Hirose lo scrutava e più Elemetti sembrava rassegnato. Chi ti prende in giro lo fa dietro a un ghigno o con una faccia da commerciante. Il bianco sulla faccia aveva stampata la rassegnazione: lo sguardo era quello di chi rimane impotente davanti alla piena di un fiume o alle scosse di un terremoto. La certezza in quello che diciamo, nelle nostre convinzioni si basa su dati reali oppure, al contrario, sulla nostra arroganza. L’espressione sul volto di Elemetti diceva solo: è così, non posso farci niente. Era un uomo disarmato che non aveva paura di confessare la sua resa.
Hirose non era abituato a mollare un’intervista a metà, anche se la stanchezza di quel giorno pieno di novità, cominciava a entrargli nelle ossa.
– Mi dispiace sentirle dire queste cose, i suoi studenti, i lettori del giornale, la pensano diversamente, vorrei poterle mostrare le lettere e i commenti che abbiamo ricevuto durante la nostra inchiesta.
– Perché proprio io? Ci sono stati insegnanti che sono arrivati prima di me e hanno fatto cose importanti, hanno aperto scuole che sono durate nel tempo. La sostanza comunque non cambia: non si tratta di conoscenza, ma di sollazzo per anime disperate. Lo studio delle lingue straniere, alle università o nelle scuole, è una nostalgia dei secoli scorsi, quando il mondo era ancora da esplorare e avevamo bisogno di parlare, di esprimerci. In questa di epoca è sufficiente dire di sì o di no, condividere o negare. Le parole sono troppo lunghe, le frasi pesanti; un’immagine, un disegnino, un ok, sono quello che ci servono. Ci basta comunicare, i traduttori automatici fanno un buon lavoro, in alcuni casi ottimo e sono destinati a migliorare. Hanno ragione i ragazzi a sbadigliare durante le lezioni, tutte quelle ore a studiare lingue complicate e remote che non gli serviranno a niente. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 52) di Michele Pinin
Epilogo – parte 3

                                  carattere e destino sono due parole che vogliono dire la stessa cosa

Ci chiediamo sempre come sarebbe andata a finire. Come sarebbe potuta andare se non fosse finita in questo modo. Cosa avremmo potuto fare di diverso, quali scelte avremmo dovuto fare per cambiare il corso degli eventi. Dobbiamo ammetterlo, senza condizionale presente o passato, la vita sarebbe una noia.
A Hirose piacerebbe chiederlo a Elemetti. Gli vorrebbe domandare se abbia mai pensato al fatto che se non fosse capitato in Giappone magari non si sarebbe suicidato. Non sotto un treno almeno. Gli piacerebbe intavolare una conversazione da ubriachi piena di condizionale e periodi ipotetici.
Perché è quello che succede quando bevi e trovi la porta: il condizionale e il periodo ipotetico ti permettono di non fare distinzioni fra cosa avremmo voluto e cosa invece è stato. La realtà, i desideri, le recriminazioni trovano un ponte dove affrontarsi senza sbranarsi. I due però hanno una tazza di caffè davanti invece di un bicchiere.
Se ci pensa troppo, Hirose non troverà il coraggio di attaccare discorso. Porta la tazza alla bocca e l’aroma del caffè gli invade le narici, lo trascina e gli fa incollare le labbra alla ceramica scottandole. Allunga la mano verso il bricco con il latte che di solito aggiunge al caffè. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 51) di Michele Pinin
Epilogo – parte 2

                                                                                                                   tempo buzzo

È così difficile parlare di noi in maniera pacata e obbiettiva. Sia da giovani che dopo i cinquant’anni quando ci sentiamo maturi. Due età, la giovinezza e la maturità, che ci illudono. Nella prima, proprio perché giovani, crediamo che amici e conoscenti perdoneranno le nostre affermazioni più avventate. È rassicurante pensare che la persona a cui ci rivolgiamo non ci prenderà troppo sul serio, garantendoci così, quando diciamo delle sciocchezze, una seconda possibilità. A cinquant’anni dovremmo ormai sapere quello che diciamo; chi ci ascolta muove la testa con cenni di assenso, sembra approvare le nostre affermazioni, ma probabilmente pensa che sei vecchio più che maturo, e quindi che vuoi stare a commentare, lascialo parlare.
Ecco perché in molti casi è meglio limare l’opinione che abbiamo di noi, ridurla all’osso e tenerla al riparo dai commenti. Non è facile. La solitudine ci spinge a parlare con gli altri come se potessimo fidarci, trascinati dall’ebrezza di condividere quello che proviamo, non ci accorgiamo della perfidia di chi ci ascolta e iniziamo a snocciolare in maniera candida quello che pensiamo.
Riflessioni queste che Hirose avrebbe dovuto fare sue prima di aprire la bocca al bancone del Bar La Tenda, dove era finito per entrare, invece di fare quanto si era ripromesso dopo essere sceso dalla Terrazza: tornare in camera e distendersi sul letto per calmare i nervi. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 50) di Michele Pinin
Epilogo – parte 1

                                                                                                               i morti sono vivi

Entra e si sente a disagio. Succede quando si ritrova nella lobby di un albergo. Questo sembra uno dei più lussuosi, antico quasi, con delle colonne di legno scuro avvitate verso l’alto che ricordano quelle dell’altare di una basilica. Non avrebbe mai detto che i morti si trattassero così bene. Si è chiesto tante volte, superate le porte girevoli come queste o quelle di vetro che scorrono aprendosi a un passo dall’impatto, perché gli alberghi grandi o piccoli, lo fanno sentire a disagio. Lo stesso disagio che provava la mattina quando finiva di vestirsi. Dall’abito intero ai jeans del weekend si è sempre sentito a disagio nei vestiti che indossava. Mancava qualcosa, una sciarpa o una nota di colore o c’era qualcosa di troppo, i quadretti della camicia o la giacca di lana.
Non la saprebbe individuare neanche adesso la causa di quel disagio che ha provato ogni mattina prima di uscire di casa. Non era solo una questione di sentirsi vestito più o meno elegante degli altri: non era mai riuscito a trovare dei vestiti che lo facessero sentire per un giorno a proprio agio.
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