Qui una volta era tutta montagna!! Un’italiana in salita

E’ arrivato il momento di parlare di case. Forse.
Quando dici “Abito in Giappone” c’è chi pensa che tu viva in una casa di legno di 180 ettari, tutta aperta, senza porte né finestre, coi tatami per terra (stuoie di paglia di riso), dove cammini scalzo indossando il kimono, pettinato stile Miyamoto Musashi, il grande spadaccino – oppure agghindata da geisha – ammiri il giardino zen seduto sorseggiando un tè verde e dormi per terra col capo poggiato su un pezzo di legno. Oppure c’è chi immagina tu viva in un mini-loculo di un palazzo tutto automatizzato di acciaio, vetro e cemento con vista su Tokyo, Kyoto, Osaka e il monte Fuji contemporaneamente, perché il Giappone È Tokyo-Kyoto-Osaka-Fuji e nient’altro. Forse.
Ma io no. Io abito ai piedi delle colline a sud-est del centro di Hiroshima (sì, quella della bomba atomica) in una casa indipendente di due piani con giardino, con vista, da est a nord: casa dei vicini, erbacce e colline incolte, case dei vicini amici e lontani (!), canaletto e stupendo panorama del nostro danchi, come qui chiamano queste nuove zone residenziali costituite da villette.
(Danchi in realtà sono dei palazzoni di proprietà dello stato, che vengono affittati a prezzi vantaggiosi a chi viene sorteggiato, l’equivalente delle nostre case popolari. Ma in questa zona vengono chiamati così anche questi quartieri residenziali relativamente nuovi composti da villette indipendenti juutaku).
Eh sì, “nuove” perché, vedi figliolo, fino a 20-25 anni fa qui era tutta collina!! Qualcuno è riuscito a tagliare la roccia, a terrazzare la zona e a costruire tante belle casine tutte color topo di fogna infestato dai pidocchi. Da un anno e mezzo comunque molte case sono state riverniciate perché ormai hanno i loro 10-18 anni. Ed ecco, alla faccia di Burano, un fiorire di varie tonalità di rosa, giallino verde pallido o giallo canarino, verde smeraldo, beige-marroncino chiaro il quale, se frequentate il Giappone, sapete bene che è uno dei colori preferiti, col rosa e l’azzurro, vedi lenzuola, asciugamani, cuscini, tappeti, tende, vestiario, cappelli, borse … Tornando alla tinteggiatura, per i più “sani di mente”, case bianche, avorio e di tinte più neutre e “caserecce”.
Ebbene, la nostra casa è stata fatta costruire da mio marito per la sua famiglia nel 1999 e finirà di pagarla nel XXII secolo. Forse.

DSCN0274P1240595(Cliccare sulle foto per vederle ingrandite) Continua a leggere

La ragazza della porta accanto…

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In Giappone, come tutti ben sappiamo, il vicino di casa standard è Totoro. Oppure, più verosimilmente, proprio come avviene in Italia possiamo avere degli studenti un po` gigioni, un`anziana impicciona, un anziano un po` noioso o una famiglia con bambini urlanti. Si può poi trovare un impiegato single, una ragazza appena assunta in qualche grande azienda o anche un miserabile insegnante dalle tasche perennemente vuote (no, non è un riferimento autobiografico). I più fortunelli però rischiano di trovarsi un esemplare talmente prestigioso e interessante che riesce ad unire in un delizioso binomio fastidiose scocciature con sublimi lezioni di sociologia e psicologia umana, vale a dire il “vicino di casa balordo”.

La doverosa premessa:

Domenica notte, il “giovin signore” è ritornato a casa dopo una serata trascorsa come al solito “a bere cognac, fumare tabacco e discutere di procaci e gentili fanciulle” in compagnia dell`esimio dottor Parisi, gia` citato in precedenza in altri interventi su questo blog e vero gentiluomo di vittoriana memoria. Comunque, rientrando nella sua magione, il giovin signore si e` spogliato della stanchezza di una lunga giornata (una bugia: in verità la notte prima era tornato a casa palesemente avvinazzato, si era buttato sul futon e aveva dormito fino alle 3 del pomeriggio, però scriverla così fa più fino) ha acceso il computer, si è preparato una tazza di tè (un tè veramente straordinerio, 318 Yen per 50 bustine all`Odakyu OX, `na roba da signori, insomma) e si è rilassato dedicandosi alla lettura di interessanti articoli su internet. Verso mezzanotte, e dopo aver gustato un bicchierino di ottimo Amaro Braulio il giovin signore è passato negli appartamenti dedicati al riposo notturno e si è accomodato nel suo morbido baldacchino, addormentandosi in un soffio. La notta sembrava trascorrere tranquilla, tuttavia verso le 3 antimeridiane il giovin signore, (che proprio nel mentre sognava di trovarsi in testa all`esercito sabaudo che il 6 settembre 1706 sconfisse le armate del Re Sole che assediavano Torino) è stato richiamato alla triste realtà da grida e rumori di varia natura provenienti dall`appartamento vicino, abitato da un uomo dalla evidentemente dubbia moralità e, tra le altre cose, evidentemente inadeguato ad acquartierarsi nei pressi della residenza tokyese di un vero gentiluomo. Grida, rumori di testate contro il muro e cose lanciate in aria si sono susseguite per una quindicina di minuti, fino a quando questo ominide di indicibile volgarità e scarso savoir faire non è sceso in strada e, probabilmente con l`aria fresca, si è finalmente calmato, proprio mentre il giovin signore stava per avvisare le guardie affinché provvedessero ad arrestare e fustigare il vigliacco attentatore della quiete notturna. Da quel momento la situazione è ritornata alla calma, o almeno il sonno pesante del giovin signore ha fatto supporre così. Comunque, il giorno dopo, il giovin signore, ha avuto modo di riflettere su questa disavventura e, in giapponese si direbbe 念のため (per prudenza), ha deciso di cercare su google “変な隣の人” (“vicino balordo”). “Oh, the umanity” è stata la sua esclamazione quando ha letto i primi esempi di vera vita vissuta offerti dal motore di ricerca! È rimasto sì basito che non ha proprio potuto esimersi dal rendervi tutti partecipi traducendo nella lingua di Umberto Smaila le testimonianze in cui si è imbattuto!

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Ecco a voi la prima testimonianza, intitolata “La balorda della porta accanto” (la storia oroginale in giapponese la potete trovare cliccando su questo interessantissimo link)

Narra un uomo che si firma come “Inquilino dell`appartamento 774” (e che noi chiameremo, per comodità, Vittorio Emanuele)

“Un mio amico abitava nell`appartamento 101, una pazzoide nell`appartamento 102 e io nell`appartamento 103. E` stato un casino! Se il mio amico (o la mia amica, non è lecito saperlo) usava l`asciugacapelli alla sera alle 9:00, la balorda picchiava contro il muro e gridava “うるさい” (che vuol dire, per non dire volgarità, qualcosa come “maledetto rompicoxxxxxi”). Comunque, dopo due mesi il mio amico (o la mia amica) ha traslocato. Un altro giorno, io stavo guardando la televisione quando ho sentito la pazzoide (che nel testo originale viene chiamata “A-ko”) che telefonava. Probabilmente era al telefono con il fidanzato. Io certo non volevo sentire, però parlava a voce alta e non potevo non ascoltare. All`inizio, la ragazza sembrava di buon umore. Ad un certo punto, il ragazzo deve averle detto che la lasciava perché lei è sbiellata di brutto e ha iniziato a gridare “ti ammazzo! Ti ammazzo! Ti ammazzo!”. Io non volevo sentire, allora ho alzato il volume della TV anche se non sono riuscito a coprire le grida della pazza. Poi, per tutta la notte la balorda ha picchiato contro il mio muro e io ho avuto un po` paura, tanto che per i due giorni successivi ho dormito a casa dell`amico sopraccitato. Su suo consiglio ho parlato del problema al padrone di casa e, quando dopo due giorni sono tornato a casa, lui mi ha fermato sulla porta e mi ha detto che la pazzoide era stata portata in un ospedale psichiatrico e quindi il problema mi è sembrato ormai risolto. MA….”


(Video che rende perfettamente l`idea del significato di “うるさい”)

…sei mesi dopo, continua a scrivere il nostro  Vittorio Emanuele….

“Un giorno torno a casa e vedo un furgone di un`azienda di traslochi e scopro che stanno entrando nella stanza 104. Non ci faccio caso più di tanto e torno a casa. Poco dopo esco per andare al combini a prendere qualcosa da mangiare e sulle scale incontro il portiere che mi comunica che la pazzoide è tornata”

E, insieme alla pazzoide e puntuali come il fiatone dopo una rampa di scale alla stazione di Shinagawa, sono tornati i problemi per il povero Vittorio Emanuele. Nel commento 873 infatti troviamo scritto:

“Due settimane dopo, era domenica. Avevo in programma di andare da qualche parte con un amico (o un`amica) e ho messo la sveglia alle 6:30. Appena è suonata, la vicina dalla camera accanto ha gridato ancora “うるさい!” (il sopraccitato “maledetto rompicxxxxxxi!” – vedere il video sopra) e pochi secondi dopo ho sentito un rumore di vetri rotti che proveniva dall`entrata. Quando sono andato a controllare che cosa era successo, ho trovato dei vetri rotti e mi sono accorto che la pazza aveva lanciato due bicchieri contro la mia porta. Dato che dovevo vedermi con il mio amico, ho lasciato tutto cosi` e sono uscito.”

E poi ancora:

“Una sera sono tornato a casa verso l`una e mi sono accorto che c`era una presenza davanti a casa. Ho sospettato che fosse la pazzoide e allora ho avuto paura e ho dormito in un internet point. Quando sono tornato ho notato che non c`era più la presenza, comunque sentivo la musichetta del timer del bagno che continuava a suonare a volume alto. Ancora mi sono preoccupato, mi sono bloccato fino a quando non ho sentito un rumore alla sua porta. Poi per alcuni giorni non è successo niente.”

La mamma della pazzoide:

“Un giorno tornando a casa incontro sulle scale una signora anziana. Faccio finta di niente e rientro a casa. Prima che possa chiudere la porta, la signora di presenta come la mamma della pazzoide. Mi chiede se c`è stato qualche problema e io le racconto di quando ha tirato i bicchieri. L`anziana però inspiegabilmente difende la figlia e dice che è colpa mia. Anche in questo caso la signora ha cambiato umore improvvisamente e non mi ha fatto una buona impressione. Comunque, alla fine, non mi sentivo a mio agio, ho risparmiato un po` di soldi e dopo due mesi ho cambiato casa.”

Ovviamente, il pazzoide ha ottime possibilità di vittoria finale, come testimonia anche questa altra testimonianza della signorina “tomatotomatotomato”, consultabile a questo link  e che vi offro con grande gaudio ed evidente 満足 (soddisfazione) dell`ex Ministro Carfagna, acciocché giammai mi possa accusare di non trattare in egual misura le testimonianze delle gentili fanciulle.

In breve questa buona fanciulla timorata d`Iddio dichiara: “Il mio vicino è un balordo pericoloso, si sentono rumori strani, a volte litiga con il partner tanto che due volte è arrivata la polizia, quindi alla fine ho deciso di traslocare. Oggi (la testimonianza è freschissima, del 30 gennaio 2014 e siamo a Tokyo) sono passata davanti all`agenzia e ho visto un annuncio probabilmente relativo al mio appartamento e l`affitto richiesto è 25.000 Yen. Io ho sempre pagato 47.000. (Un affitto molto economico a Tokyo). È normale tutto questo? È normale che a causa di un vicino balordo l`affitto cali così? Consideriamo poi che con tutte le segnalazioni che ho fatto e gli interventi della polizia che ci sono stati, il padrone non può non sapere che l`inquilino è un balordo!”

Eh no, cara la mia “tomatotomatotomato”, evidentemente il padrone non vuole perdere un cliente, oppure ha semplicemente paura di buttarlo fuori, quindi alla fine sei te che ne porti le conseguenze. Mi spiace, credimi, ma a volte l`iniquità di una vita vissuta va presa un po’ così, come arriva!

Veniamo ora al classico dei classici, diciamo “La corazzata Potëmkin” dei vicini molesti, vale a dire la lite domestica! Scrive un signore (o una signora) in questo link  che una sera ha sentito che un ragazzo e una ragazza litigavano. Ad un certo punto la ragazza ha buttato fuori il ragazzo dall`appartamento, ciò nonostante lui ha continuato a gridare e si è avvicinato alla porta con fare minaccioso. La testimone (o il testimone) ha quindi pensato che  finisse a sberle, e ha chiamato la polizia. Comunque, quando la polizia è arrivata (a occhio e croce sei ore dopo) la lite sembrava bella che finita, tanto che i poliziotti non hanno fatto niente e sono tornati in caserma.

E questa situazione apre spunti di riflessione: quando si deve chiamare la polizia? Prima che inizino a menarsi (rischiando di farsi fare un alzaculo per aver fatto perdere tempo alla polizia) o quando iniziano a volare i ceffoni, rischiando che il soggetto debole (la donna di solito) prenda un bel battuto prima dell`arrivo degli agenti?

Non è lecito saperlo. Per ora il giovin signore è alle prese solo con il suo vicino balordo, fortunatamente solitario. Questa notte potrà dormire in “tranquillitate animi”, oppure dovrà chiamare le guardie ed assistere alla fustigazione del molesto soggetto in pieno accordo agli organismi di questo nostro giudizioso Sistema Giudiziario? Anche questo non è lecito saperlo. “Non chiederti, non è lecito saperlo, quale fine abbiano pensato per me e per te gli dei, o Leuconoe, e non indagare gli oroscopi babilonesi”. Questo è l`incipit di una nota poesia di Orazio. Orazio è sempre attuale, sempre! Anche se forse, data la situazione, sarebbe più sensato sostituire “quale fine abbiano pensato per me e per te gli dei” con “in qual modo scartavetrerà i maroni il vicino del giovin signore questa notte”. Noi, in ogni caso, attendiamo fiduciosi.

Tokyo è, Tokyo non è

Ma Tokyo, che cos`è?

Un mio carissimo amico, il dottor Giuseppe Parisi, una sera in cui eravamo intenti a bere cognac, fumare tabacco e parlare di damigelle, ha pronunciato questa frase che, a mio avviso, coglie nel segno. Egli infatti ha dichiarato: <<Tokyo è, Tokyo non è, un drink e poi, ci scordiamo di noi.>>

Nessuna definizione mi pare più azzeccata e vicina alla realtà. Forse solamente il sommo Richard Benson, un amico poeta romano di una sensibilità incredibile, saprebbe fare di meglio. Alla fine Tokyo è, ma anche non è. Se Tokyo fosse, Tokyo non sarebbe. Se Tokyo fosse un treno, sarebbe uno Shinkansen che sfreccia sulla Domodossola Novara (probabilmente tra Gozzano e Orta San Giulio Bertelli), perfetto matrimonio di volpi tra tradizione e modernità. Se fosse un film, sarebbe Totò e Peppino divisi a Tokyo, divisi in quanto smarriti sulla dolce ragnatela di linee ferroviarie che disegnano un meraviglioso centrino di pizzo gigante che copre e decora l`intera città. Se fosse un giornale, sarebbe una copia de “La Padania” accartocciata sul sedile di un treno alla stazione di Lamezia Terme, un`immagine che rende esattamente l`idea di come si possa essere fuori dalla realtà ma dentro un regionale lurido allo stesso momento a tastare con mano la quotidianità e l`iniquità di una vita vissuta sempre correndo verso una meta a metà. Se fosse un frutto, come ad esempio Santa Maria Maggiore in provincia di Verbania (che i locali chiamano “Rimini della val d`Ossola oppure “grande mela” della valle Vigezzo), sarebbe un cetriolo. Un cetriolo da cui ogni singola fetta, tagliata e affidata alle dolci coccole di un tagliere, racconta un`esperienza di vita vissuta, una novità nata sui vagoni stracolmi della linea Odakyu per concludersi in un drink vomitato a terra davanti al peggiore bar di Shibuya. Se fosse un animale sarebbe una meravigliosa Fenice gialla e rossa che consuma il suo tempo volando nel cielo libera e felice e perdendo a volte qualche piuma d`orata la quale, svolazzando di casa in casa, di ufficio in ufficio, di combini in combini e di koban in koban racconta qualche storia che poi la dolce pioggia che bagna i nostri capelli arruffati alla mattina porta al grande fiume Tamagawa. Qualche storia piccola di un mondo piccolo in una piccola terra che sta tra il grande fiume (il Tamagawa appunto) e le bianche scogliere di Chiba. Se fosse un personaggio di Harry Potter sarebbe l`azzurro centauro Fiorenzo, animo romantico sempre intento a guardare il cielo stellato che accompagna i gatti che cantano sui tetti le loro nenie misteriose….

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Insomma, Tokyo è, Tokyo non è. La mia visione di Tokyo, la mia Tokyo, è diversa dalla tua, dalla sua e da quella di Tizio, Kayo (nome giapponese da ragazza) e Sempronio. Gli occhi sono un filtro, non usano photoshop e proprio come quello delle sigarette ferma il catrame, eliminano ciò che non non vogliamo vedere come una sapiente contadina tibetana in trasferta a Udine separa il grano dalla crusca. L`importante, almeno per quanto riguarda gli impianti di areazione o l`aria condizionata/riscaldamento che custodiamo nelle nostre case, è tenerlo sempre pulito se no viene la tosse.

(Per la bella fotografia si ringrazia Simone Dedola)

Il mio grosso grasso matrimonio giapponese – terza parte – La farsa

Sono stata tentata di non scrivere questo post per come ai miei occhi è iniziato in come una farsa ed è finito in tragedia. Agli occhi della nipote 15enne, invece è sembrato un dorama, per cui non voglio deludere il mio fedelissimo lettore e mi accingo a deliziarvi con questo matrimonio in puro stile Hollywoodiano.
La cerimonia e il pranzo (che loro chiamano party e non si sa perché) si sarebbe tenuto in un grande albergo del centro di Hiroshima, per cui alle 12 io, mio marito, suo figlio, la suocera e la cognata di Sapporo ci siamo trovati nella hall con gli sposi e la famiglia di lui, nonno bicentenario e nonna piegata a 90 gradi compresi (un male comune nelle anziane, per la mancanza di calcio presente, anzi assente, nell’acqua giapponese e atre amenità). Noi donnine avevamo bisogno di cambiarci d’abito e soprattutto di un ritocchino al trucco e pettinatura, per cui siamo salite in mezzo nanosecondo al sesto piano al beauty salon (scritto in inglese). Con non poca fatica la signorina m’ha restaurata e ac-conciata per le feste. Nel frattempo era arrivata anche la cognata di Matsue con tutta l’allegra famiglia, i due figli con l’uniforme estiva della scuola e le scarpe da ginnastica bianche (O.o)
Mentre mia suocera e le cognate indossavano il kimono, io mi sono infilata in un bel bagno e mi sono travestita da italiana. Mi stavo facendo fotografare dal consorte in pose divine… divesche… da diva, quando all’improvviso si apre la porta del camerino kimono, inutile dire che nelle foto altro che diva, parevo un varano di Komodo coi tacchi.
Abbiamo tutti ammazzato il tempo bevendo tè ghiacciato sotto un condizionatore polare, le signore in kimono avevano caldo, io gelavo col mio vestito di seta ed ero quasi in cancrena. Così ne ho approfittato per aiutare mio marito a vestirsi da ping… da maggiord… da cerimonia, col suo bel morning a noleggio per la modica cifra di 228 euro. Ma se la cerimonia è di pomeriggio, perché chiamare un frac morning??? Soprassediamo, cioè sediamoci sopra. Siamo tornati infatti a sederci al secondo piano a sorseggiare tè ghiacciato e sfruttare i tempi morti chiacchierando con la ex suocera e la ex cognata di mio marito. Finalmente alle 14.15 tutti al terzo piano nella finta Cappella col finto prete Neil-non-mi-ricordo-cosa che parlava metà inglese metà giapponese con un accento assurdo, stile regina Elisabetta; per dirne una, ogni volta che diceva 心 kokoro, cuore, io capivo cockroach, scarafaggio. Del resto ai giapponesi piace tanto il buffo accento degli anglosassoni, fa tanto “esotico”.

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Seguendo le istruzioni dello staff (era tutto programmato al secondo) all’inizio siamo entrati solo noi parenti, una decina per ogni sposo, e ogni padre ha presentato la sua famiglia. Poi sono entrati gli amici, mio marito è uscito, s’è chiusa la porta e nel frattempo una signorina ha suonato il flauto e poi il sax a tutto gas compromettendo i timpani di noi in prima fila. Silenzio (meno male).. si apre la porta, marcia nuziale al piano, voce perfora-timpani, entrano padre e figlia a braccetto secondo l’antica usanza giapp… ops, hollywoodana….

– E qui entro in scena io, che casualmente ho studiato psicologia un paio d’ore tanti anni fa.
La sera prima del matrimonio la figlia era venuta a fare un salto a casa nostra, con la nonna materna. Si vedeva chiaramente che aveva qualcosa da chiedere a suo padre, ma c’ero sempre io in mezzo ai piedi. Quando se n’è andata ha telefonato al papà, chiedendo se mia suocera avrebbe potuto fare le veci della madre, che deve tirare giù il velo della sposa quando entra in chiesa, ma mia suocera non voleva. Così ho detto a mio marito “Secondo me è meglio se il velo glielo tira giù la nonna materna, non trovi? Sarebbe giusto e rispettoso verso di lei”. –

E così è stato, la nonna l’aspettava al varco proprio di fianco al portone d’ingresso della Cappella e commossa fino alle orecchie le ha fatto scendere il velo.
(Domanda: ma si usa anche in Italia o solo a Hollywood e dintorni?)
Ho trattenuto a fatica la lacrimuccia mentre padre e figlia arrivavano all’altare, mi sentivo avvampare e per fortuna ho visto un parente di lui dall’altra parte della sala rosso come un pomodoro, ho scoperto solo più tardi che è rosso di suo oppure causa sakè, non per la lagrima a stento repressa. Mio marito torna a sedersi vicino a me, il prete farfuglia nel suo osceno anglo-giapponese, e solo io mi rendo conto che lo fa apposta, non può essere così ridicolo! E’ il momento dello scambio degli anelli: lui sbaglia mano, lei gli infila l’anello a metà perché si blocca tra la prima e la seconda falange. Infine riescono a girarsi, salutare ed uscire facendo ciao ciao con la manina mentre la porta si chiude alle loro spalle!
Dopo qualche minuto usciamo tutti e andiamo nel salone per il pranzo, a questo punto non so più neanche a che piano stiamo. Ormai sono le 16, il mio stomaco barrisce, all’improvviso si fa buio e sulla parete alla mia sinistra compaiono le immagini dei due ragazzi, intervallate da frasi ad effetto romanticherie varie un po’ in inglese un po’ in giapponese. Ma “Toh, penso io, ‘sto muro ha una crepa proprio in mezzo” e ZAC in un batter d’occhio la crepa si apre e compaiono i due sposi! E via di applausi, “sniff sniff” e sfilata tra i tavoli.

– CONTINUA –

Il mio grosso grasso matrimonio giapponese – parte seconda

E alla fine la figlia di mio marito s’è sposata.. Alèèè alè alè alèèèè….
Ehm. Ma andiamo con ordine.
Ai primi di marzo – sarei partita il giorno dopo per un mese in Europa – abbiamo incontrato di nuovo i signori Hanada, stavolta tutti insieme: noi coi due figli e nonna al seguito, loro con tre figli. Eravamo tutti in ghingheri, visto il pranzo “ufficiale”, e abbiamo mangiato godendoci un bel panorama al ventiduesimo piano dell’hotel dove si terranno la cerimonia e la festa in luglio. Mangiato per modo di dire perché non c’era quasi niente che si confacesse ai miei gusti e alle mie necessità, tant’è che ho deciso che il giorno del matrimonio mangerò a casa mia  ^_^
Abbiamo avuto la conferma che la famiglia dello sposo è simpatica e alla mano, perfino il secondogenito è riuscito a far ridere “mio” figlio, che a dire il vero con la nonna appresso non era molto esultante.
Non ci siamo fatti mancare il discorso ufficiale del futuro sposo con tanto di consegna dell’anello…
Dopo il pranzo noi genitori degli sposi siamo scesi al sesto piano dove c’è il negozio che noleggia gli abiti da cerimonia, aiuta nella vestizione, nell’acconciatura e nel trucco. Credo che io dovrò presentarmi una settimana prima!!! Tornando al negozio…. Brivido, terrore e raccapriccio, c’erano certi vestiti per le spose coloratissimi e talmente “baldanzosi” che nemmeno Rossella O’Hara li avrebbe presi in considerazione.
Purtroppo è praticamente d’obbligo il frac per il padre e il kimono nero per la madre.
Per primi i due ometti hanno provato il loro costume da pinguino mentre noi mogli sghignazzavamo. Mio marito, giulivo quanto un castoro di fronte a un plotone d’esecuzione, aveva una postura degna di un serpente che fa la verticale, anzi sembrava proprio una esse, col petto in dentro e la pancia in fuori. Affare fatto: noleggio del frac per la modica cifra di 30000 yen. Neanche avesse avuto altre chances…
Poi è venuta l’ora delle signore. La commessa leggendomi nel pensiero mi ha detto che il negozio noleggia solo kimono e non abiti da donna in stile occidentale (“Perfetto – pensavo io – così ho la scusa buona per comprarmi il vestito Made in Italy”). In ogni caso sia io che la madre dello sposo li abbiamo provati tutti. Quello che piaceva a me costava  SOLO 63000 yen per le 4 ore di noleggio necessarie e comunque personalmente ritengo ridicola l’idea di indossare un kimono, perciò ho deciso all’istante che alla cerimonia indosserò qualcosa di MIO, in tutti i sensi.
E così due giorni dopo sono atterrata in Italia e grazie all’aiuto del fido parentado (♥) ho trovato un abito in seta splendido e non nient’affatto da babbiona, delle scarpe che Cenerentola neanche se le sogna, una pochette perfetta e perfino una collana di perle Made in England, un tocco di Royal Family non guasta mai, non vi pare?
Nel frattempo, in Giappone era giunto il 25° compleanno della figlia, e la coppia, come promesso, è andata al Comune a depositare la dichiarazione di matrimonio e su due piedi s’è ritrovata sposata!
Dopo un paio di settimane l’appartamento era pronto e i due sono andati a vivere insieme. Caspiterina, cosa mi devo essere persa: il trasloco di centinaia di cosmetici, pupazzi ormai spelati e asciugamanini coi disegni di Topolino e Winnie the Pooh!
Per fortuna al mio rientro, ai primi di aprile, ho trovato una casa senza le consuete cianfrusaglie in ogni stanza e soprattutto senza figli – il maschio è andato a studiare e vive in un dormitorio, dove immagino si sollazzi un mondo senza sua nonna sul collo.
Intanto sia gli sposi che i consuoceri sono già venuti in visita, qualcuno aveva nostalgia di casa e ha pure voluto dormire qua! Come da consuetudine locale, nessuno di noi è mai stato invitato nella reggia degli sposini e l’unica cosa che possiamo vedere quando passiamo di là è la biancheria stesa in balcone.
Nel complesso devo dire che questo maritaggio, almeno per ora, e non oso pensare all’avvento di eventuali nipotini, si sta rivelando piuttosto vantaggioso per la mia salute e molto positivo per il “mio” matrimonio.
Non resta che vedere cosa succederà il 20 luglio!