I bachi da seta e l’inizio delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone

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Photo by O. Larsson

 

Lo scorso 19 Marzo 2015, il Prof. Giulio Bertelli, dell’università di Osaka (nonché coautore di questo burogu) ha tenuto  al RIKEN un seminario sul ruolo che i bachi da seta hanno avuto nell’accelerare le relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone all’inizio dell’epoca Meiji.

Come  avvenne anche per le altre nazioni europee,  la causa è da ricercarsi in una epidemia che falcidiò la popolazione dei bachi europei: nella disperata ricerca di uova non malate, gli avventurieri italiani dell’epoca giunsero sino in Giappone.

Nel corso del seminario vengono ripercorse  le relazioni diplomatiche tra l’Italia, il Giappone (al tempo nel pieno della  guerra civile che portò alla restaurazione Meiji) e le altre potenze dell’epoca, sino alla firma dei primi trattati e all’inizio delle relazioni diplomatiche.

Qui i video (in inglese ma con powerpoint anche in giapponese):

 

Photo by O. Larsson

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Il Cavalier Pietro Savio di Alessandria e lo hara-kiri (1868)

DVC00251Ecco a voi, affezionatissimi (?) lettori del nostro BUROGU, una testimonianza diretta (forse fin troppo!) di un avventuroso cittadino italiano che visse in Giappone quasi 150 anni fa: il Cavalier Pietro Savio di Alessandria (1838-1904). Un “Itarian” ante-litteram, che nel 1867, in seguito a una cocente delusione d’amore, decise di partire per un viaggio verso i confini del mondo. E il suo destino lo condusse proprio qui, nel nostro amatissimo Impero.

Savio fu uno dei pochissimi italiani ad avere la fortuna di vedere con i propri occhi gli ultimi strascichi di Giappone feudale, lo stanco Giappone dello Shōgun e dei daimyō, quel Giappone in silenzioso subbuglio, ancora carico, traboccante di Medioevo, in procinto di implodere su se stesso e diventare ricordo, idea, materiale da romanzo, travolto dalle onde impetuose della modernizzazione e dell’occidentalizzazione.

Durante il suo lungo viaggio in nave verso l’Estremo Oriente, Savio conobbe il primo Console d’Italia, Cristoforo Robecchi, il quale decise di assumerlo come fac-totum all’interno del consolato. Per un breve periodo, Savio lavorò anche alla Legazione con l’allora ministro del Regno d’Italia Conte Vittorio Sallier De La Tour. Negli anni seguenti, Savio decise di intraprendere, come molti altri cittadini italiani e francesi che in quegli anni visitavano il Giappone, la redditizia attività di “semaio” (commerciante di seme-bachi, ossia le uova dei bachi da seta – chi ha letto Seta di Baricco forse saprà a cosa mi riferisco…), e fece la spola tra Italia e Giappone nel decennio tra il 1870 e il 1880 (guadagnando parecchio, ma non ditelo a nessuno). Nel frattempo pubblicò due interessanti libri in italiano sul Giappone (uno nel 1870 e l’altro nel 1875) e tenne un diario (ancora inedito, ma di prossima pubblicazione a cura della Prof.ssa Teresa Ciapparoni La Rocca), anch’esso importante testimonianza dei suoi numerosi viaggi. Morì a S. Margherita Ligure nel 1904.  

La testimonianza che vi presento oggi è un rapporto manoscritto, indirizzato al Ministro d’Italia, il quale affidò a Savio il (non troppo piacevole!) compito di assistere a un’esecuzione capitale mediante – rullo di tamburi – il famoso hara-kiri (o seppuku – taglio del ventre) di un giovane ufficiale del Daimyō di Bizen 備前, l’attuale prefettura di Okayama: Taki Zenzaburō 瀧善三郎.

Il nuovo governo Meiji, appena insediatosi, allo scopo di mettere in chiaro da subito la propria posizione nei confronti degli stranieri, e su pressione dei diplomatici esteri (in particolare del Ministro inglese Harry Parkes – il Ministro italiano era inizialmente contrario alla condanna a morte) decise di condannare immediatamente a morte Taki per aver dato l’ordine di aprire il fuoco contro alcuni stranieri, baka-tōjin (tōjin 唐人 era un termine spesso usato in quegli anni dalla gente comune per indicare i gaijin) , i quali, molto probabilmente a loro insaputa, osarono non prostrarsi, “ostacolando” la processione del suo signore a Hyogo il 4 febbraio 1868, proprio nei pressi del piccolo santuario di Sannomiya, il Sannomiya Jinja 三宮神社 (che si trova ancora oggi in centro a Kobe, poco lontano dal grande magazzino Daimaru, se vi capita fateci un salto!). Tra parentesi, i cittadini stranieri (francesi e americani) presi di mira dalle truppe del Daimyō di Bizen ebbero una gran botta di cu… ehm… furono estremamente fortunati: furono colpiti di striscio, e se la cavarono con qualche lieve ferita. E quella di Taki fu una punizione esemplare. Nonostante gli stranieri non fossero nemmeno personaggi di spicco, Taki fu costretto a tagliarsi il ventre. E fu costretto a farlo di fronte a un gruppo di stranieri. Proprio lì, davanti agli increduli occhi del nostro Pietrone nazionale. Lasciamo ora che siano le sue parole a descriverci la scena.

Il testo è riportato tale e quale a come appare sul manoscritto originale (vedi foto). 

Legazione d’Italia   al Giappone                     Hiogo, li 3 Marzo 1868

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(Copia) All.to B           Onorev.mo Signor Ministro             

Ho l’onore di render conto all’E.V. dell’incarico adempiuto per constatare l’esecuzione dell’Ufficiale Giapponese “Taki Zenzaburo” condannato a morte dal Mikado per aver ordinato il fuoco sopra gli stranieri il 4 Febbrajo a Kobé.

Alle ore 8 1/2 pom.e di jeri mi reunii [sic] coi Sig.ri Brakeley Cristhon Comandante la Corvetta Nord Americana “Oneida” – Mitford adetto [sic] alla Legazione Inglese [autore del celebre Tales of Old Japan, ndr] – Vandervoo interprete cancelliere del Consolato di Francia – Kleintier Segretario della Leg.ne d’Olanda – Hare cancelliere della Leg.ne di Prussia, ed il Sig.or Satow interprete: con loro mi diressi verso la strada principale di Kobé che conduce a Hiogo, dopo un quarto d’ora di cammino si presentò un ufficiale giapponese a cavallo, e presa conoscenza di noi ci consegnò due guide con fanali, e di galoppo si diresse verso Hiogo: passato appena il fiume che separa il sobborgo dalla città trovammo alcuni soldati con fucile a tracolla che erano incaricati di scortarci. Poche persone incontrammo lungo la strada percorsa, e nessuno dimostrò pensiero d’occuparsi di noi, la piccola via che mette al tempio era però alquanto affollata di popolo giapponese, ma anche quì [sic] nessuno aperse bocca; giunti all’estremità di quel viottolo la porta che mette nel cortile del tempio si aperse innanzi a noi, eranvi schierate truppe su due file da ambo le parti del nostro passaggio sino all’entrata delle stanze attigue al tempio; nelle due prime stavanvi pure soldati, un ufficiale ci introdusse nella terza dove sedemmo all’uso giapponese; alla porta della quarta camera due guardiani erano prostrati a terra, in essa vi era il condannato “Taki Zenzaburo” assistito da alcuni ufficiali.

“Ito” [il famoso Ito Hirobumi, ndr], uno dei governatori di Hiogo, quindi venne, e dirigendosi all’interprete sig. Satow, gli presentò una carta pregandolo di scrivervi sopra il nome delle Nazioni che rappresentavamo, ci chiese pure se nulla avevamo a dire al condannato al che unanimi risposimo di no. Verso le 10 1/2 fummo introdotti nel tempio, alcuni soldati ci seguirono; questi fermaronsi dal lato sinistro, mentre che a noi venne assegnata la parte destra dove sedemmo. La serietà delle cerimonie, la poca luce che da alcune candele era trasmessa appena nel centro del vasto tempio, ed il perfetto silenzio che regnava, il tutto presagiva il fatto che era per succedere. Alcuni minuti dopo entrava il condannato seguito da un ufficiale di Bizen, due di Satsuma, due di Choshiu [sic], da “Ito”, Vicegovernatore pel Mikado, e da due altri ufficiali Kaishaku (Testimonii che riempiono il dovere d’esecutore) uno di questi portava un piccolo tavolo sul quale eravi un Wakizashi (piccolo coltello pugnale molto affilato portato dai giapponesi) l’altro era un suo allievo d’armi che scelse per la sua abilità nel maneggio della spada; entrambi a braccia nuda [sic] indossavano una veste nera orlata di bianco. Gli ufficiali si fermarono vicino alla porta, ed il condannato coll’esecutore vennero innanzi a noi, e prostrandosi a terra ci fecero un prolungato saluto; il “Taki Zenzaburo” si portò quindi sempre con passo franco nel centro del tempio dove era steso un tappeto rosso fiancheggiato da due candelabri, e vi sedette sopra. Dal suo aspetto si vedeva un uomo risoluto, il suo viso non lasciava scorgere nè alterazione nè timore, vestiva abiti in seta di gran gala, ma non aveva spade: alcuni istanti passò nell’immobile posizione in cui s’era messo, e dopo proferì alcune parole che parvero dette da un uomo affaticato, ma non intimorito, esse ci furono tradotte dal Sig.or Satow con quest’espressione “Io, ed io solo diedi l’ordine di far fuoco sopra i forestieri, ed anche mentre si concentravano, conseguentemente io stesso mi taglio il ventre (Hara Kiri) e prego voi che siete presenti di farmi l’onore d’essere testimonii dell’atto” si abassò [sic] dalle spalle gli abiti sino sotto il ventre, ed allora gli fu portato innanzi il piccolo tavolo sul quale eravi la spada che prese, e sfasciò la lama che era attortigliata con carta, ed il tavolo fu ritirato, e senza esitazione partendo dall’estrema sinistra del ventre sino alla destra dove giunto rimontò alquanto il taglio, eseguì l’Harakiri, nel mentre che cadeva, l’esecutore che già gli stava seduto a fianco tenendo da alcuni minuti con ambo le mani, alzata una gran sciabola sopra il suo capo, gli piombò un colpo che recisegli completamente il collo. Si passò qualche momento senza che alcun fiatasse per l’apprensione che tal spettacolo aveva caggionato [sic], si portò poscia innanzi a noi il Governatore “Ito” esprimendo che la giusta soddisfazione richiesta dai Ministri era stata ottenuta, si scambiarono ripetuti saluti e partimmo traversando nuovamente la corte dove stavano ancora schierate le file dei soldati, la piccola via che mette al tempio era ancor popolata, ma nessuno fece la più piccola dimostrazione, bensì largo al nostro passare.

Prego l’E.V. gradire i sensi della mia più distinta stima e considerazione.

                 Di V.E. Dev.mo Servo                      Pietro Savio 

(Testimonianza storica conservata presso l’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, fondo Moscati VI, busta n.1288)