Il primo bianco

(puntata 51) di Michele Pinin
Epilogo – parte 2

                                                                                                                   tempo buzzo

È così difficile parlare di noi in maniera pacata e obbiettiva. Sia da giovani che dopo i cinquant’anni quando ci sentiamo maturi. Due età, la giovinezza e la maturità, che ci illudono. Nella prima, proprio perché giovani, crediamo che amici e conoscenti perdoneranno le nostre affermazioni più avventate. È rassicurante pensare che la persona a cui ci rivolgiamo non ci prenderà troppo sul serio, garantendoci così, quando diciamo delle sciocchezze, una seconda possibilità. A cinquant’anni dovremmo ormai sapere quello che diciamo; chi ci ascolta muove la testa con cenni di assenso, sembra approvare le nostre affermazioni, ma probabilmente pensa che sei vecchio più che maturo, e quindi che vuoi stare a commentare, lascialo parlare.
Ecco perché in molti casi è meglio limare l’opinione che abbiamo di noi, ridurla all’osso e tenerla al riparo dai commenti. Non è facile. La solitudine ci spinge a parlare con gli altri come se potessimo fidarci, trascinati dall’ebrezza di condividere quello che proviamo, non ci accorgiamo della perfidia di chi ci ascolta e iniziamo a snocciolare in maniera candida quello che pensiamo.
Riflessioni queste che Hirose avrebbe dovuto fare sue prima di aprire la bocca al bancone del Bar La Tenda, dove era finito per entrare, invece di fare quanto si era ripromesso dopo essere sceso dalla Terrazza: tornare in camera e distendersi sul letto per calmare i nervi. Continua a leggere

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Come sono arrivata fin qui?

Mi sono accorta di una cosa…
In questi anni, grazie al lavoro comune con gli altri compagni di viaggio, voi avete appreso della mia esistenza. Sapete che vivo in Giappone e che, qualche volta, vi racconto qualcosa. Pochino, in realtà, ma oggi mi sono accorta di una grave mancanza!
Non mi sono ancora presentata.


Non l’ho fatto per presunzione, direi piuttosto per una sorta di “stanchezza” che mi assale ogni volta che mi trovo a raccontare la mia storia. Ai miei occhi ho una vita comune: casa, famiglia, figlio e un lento ritorno al lavoro. Potrebbe essere uguale alla vita di tante altri italiani, sia in patria che all’estero, ma io vivo in Giappone.
In questi ultimi anni, il Giappone e’ diventato una sorta di “Terra Promessa” per gli italiani: mi è capitato di sentire, o di leggere, lo stesso tipo di ragionamento migliaia di volte… L’Italia è in crisi, non ci si trova bene, si vuole emigrare e allora… Si vorrebbe andare in Giappone.
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Il primo bianco

(puntata 43) di Michele Pinin

                                                                                     le cose lunghe diventano serpenti

Dicono che per attraversare il fiume dell’adolescenza e diventare una persona matura, sia necessario non sentire più il bisogno di avere un nemico. Sembra questa la differenza fra una persona matura e una che, nonostante il passare degli anni, non riesce a diventarlo. Sembra facile, ma non lo è.
Proprio come guadare un fiume senza altri mezzi che le proprie braccia e gambe. Viene spontaneo frugare fra i ricordi e chiederci: quante volte abbiamo guadato un fiume? Uno vero, magari in montagna facendo trekking, con lo zaino sulle spalle.
Il fiume, nel nostro caso, è quello impetuoso degli anni dell’adolescenza che rischia di trascinarci verso il mare delle decisioni sbagliate. Alcuni lo attraversano facendo come i castori, radunando rami e arbusti, costruendo delle mezze dighe fra cui saltare e raggiungere in qualche modo la riva opposta. L’importante, sostengono, è arrivare dall’altra parte. Se bastasse saltare in qualche modo dall’altra parte, andare avanti con gli anni, crescere senza maturare, non si sentirebbero frasi come queste: ha 40 anni suonati e si comporta come un ragazzino.
Sembra che la mossa decisiva, sia scegliere il momento giusto, immergersi nelle acque del fiume fino all’ombelico e con la forza delle gambe e magari delle braccia, se per un pezzo serve nuotare, raggiungere l’altra parte del fiume.
C’è chi, invece, sostiene che senza un nemico, la vita non valga la pena di essere vissuta. Meglio avere sempre un nemico davanti; un limite da raggiungere e superare, ti obbliga a migliorare. Ecco perché girano frasi come queste: dobbiamo avere sempre nuovi obiettivi, è necessario alzare l’asticella. Continua a leggere

Facciamo un gioco?

So che potrebbe sembrare l’inizio di un film horror, ma in realtà e’ qualcosa di completamente diverso.
Il tutto nasce da un discorso con una mia amica: bisogna smettere di lamentarsi dei propri guai, e cominciare a parlare delle cose positive, a cui io ho opposto un “se parlate dei vostri successi allontanate le persone che avete intorno”, un articolo che mi era capitato di leggere qualche giorno prima, corredato dai dati di una ricerca medica.

Allora, per provare quale delle due affermazioni e’ più corretta vi racconto la mia giornata di giovedì
Cominciando dalla notte precedente… Il mio bambino si e’ svegliato in lacrime, piangeva e tossiva, e non riuscivamo a calmarlo. Dopo aver escluso qualsiasi malessere (con termometro e tanta pazienza) ci siamo resi conto che era mezzo addormentato! Un caso di pianto notturno, qualcosa che non gli capitava più da quando era piccolissimo, e a cui – ovviamente – non eravamo per niente preparati (ma quale genitore può dirsi preparato di fronte a cose simili?).
Dopo averlo calmato (idea di mio marito: “cerchiamo di svegliarlo, fagli vedere un cartone animato col cellulare”) e riaddormentato, mi sono resa conto che erano le quattro del mattino! Il giorno dopo mi aspettava il mio primo, impegnativo, giovedì di lavoro: due lezioni di italiano, in due punti diversi della prefettura. Il bambino da portare al nido a ore, con una pedalata (in salita) di circa due km, uscire di casa alle 10:30 e tornare – se va bene – per le 19:30.
Mi sono spaventata, come avrei potuto superare la giornata con solo due ore di sonno? (noi ci svegliamo alle 6:30, perchè mio marito esce per andare al lavoro prima delle 8) Continua a leggere

Casa in Giappone?

Dopo sei anni in un appartamentino di 54 mq, ci siamo trasferiti a fine ottobre 2014.
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La nostra prima “casa” si trovava in un mini condominio con otto appartamenti, divisi su due piani e in due blocchi diversi. Insomma, era una sistemazione abbastanza discreta, nei limiti del significato che possiamo dare a questo termine.
Come saprete, in Giappone costruiscono usando il legno per questioni anti-sismiche: questo porta spesso e volentieri a costruire case che reggono in caso di terremoto, ma hanno pareti sottili e ambienti difficili da riscaldare in inverno e rinfrescare in estate. Le costruzioni possono essere o meno recenti, perché nonostante quello che si legge esistono ancora edifici degli anni ’70 che se la cavano più che bene.
Ecco, noi abitavamo in un piccolo condominio costruito negli anni ’70.
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Le caratteristiche principali, che ci avevano convinto, erano l’estrema tranquillità del luogo, la vicinanza alla stazione e la presenza di varie strutture in zona.
L’aspetto negativo più eclatante era lo spessore delle pareti… Per darvi un’idea, io potevo aprire la finestra e stringere in mano i due lati del paramento murario della mia casa (meglio specificare che ho le mani molto piccole!). Questi muri “di carta” permettevano di sentire qualsiasi cosa succedesse al piano di sopra, così come far sentire quello che accadeva da noi alla gente che passava per strada.
Poi, immancabili in ogni casa giapponese, avevamo scarafaggi in quantità: la costruzione, come accadeva spesso in passato, poggiava su una sorta di piattaforma di legno, con uno spazio libero tra la base del pavimento e il suolo (ricavato per aiutare la circolazione dell’aria, secondo due miei studenti sessantenni). Agli scarafaggi, bontà loro, non sarà parso vero, avere a disposizione uno spazio per la ricerca del cibo aperto ventiquattro ore su ventiquattro. A noi umani, al contrario, questa convivenza forzata non piaceva molto.


Come dicevo, a fine ottobre ci siamo trasferiti.
Risparmierò (per ora) i dettagli, che saranno oggetto di un prossimo post, e mi limiterò alla descrizione della nostra nuova casa. Considerato che non siamo ancora in estate, e non abbiamo ancora avuto modo di fare conoscenza con gli scarafaggi del luogo, penso che ne verrà fuori un ritratto positivo.
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