Nasu no itame ni – Melanzane brasate alla giapponese – Ricetta

Eccoci ad un’altra ricetta giapponese, talmente veloce e fatta con ingredienti semplici, che si può preparare anche in Italia.

Il nome giapponese  è ナスの炒め煮 Nasu no itame ni, melanzane brasate.
La traduzione letterale? Melanzane prima saltate in padella e poi sobbollite nel brodo.
炒める itameru significa infatti saltare in padella, 煮る niru significa sobbollire.
Tradurre i nomi delle ricette è sempre molto complicato, sia perché ci sono ricette molto simili che però cambiano nome se si aggiunge un ingrediente, per esempio Nasu no miso itame con il miso (condimento ottenuto dalla soia fermentata con cereali e sale), sia perché la parola corrispondente nella nostra lingua non è sempre quella che useremmo nella cucina italiana.

Le melanzane giapponesi sono molto importanti nella cucina giapponese e vengono utilizzate in una grande varietà di piatti; sono più piccole e meno amare rispetto a quelle nostrane.

La melanzana giapponese riveste un ruolo importante anche nel folklore locale.
Ad esempio, viene considerato di buon auspicio sognare il Monte Fuji, o un falco o una melanzana a Capodanno.
In un proverbio giapponese inoltre, i suoceri non devono offrire melanzane alla nuora in autunno. Ciò deriva dal fatto che in autunno le melanzane giapponesi sono particolarmente buone ed è meglio tenersele per sé.
Comunque il proverbio si riferisce anche al fatto che le melanzane sono rinfrescanti ed è meglio consumarle nei caldi mesi estivi. Di conseguenza, in autunno sarebbe un dono povero per la nuora e scoraggerebbe la gravidanza.

P1240558 Continua a leggere

Annunci

Il primo bianco

(trentesima puntata) di Michele Pinin

                                                    “Cosa accadrebbe se nel mondo non esistesse l’attrito?”
                                                    “Se non esistesse l’attrito, tutto quello che c’è sulla terra
                                                     sarebbe risucchiato nello spazio dalla forza centrifuga
                                                     della rotazione” 

  

Le piace sul tavolo. Anche la paura che la gambe possano cedere, le piace. Non le sue gambe, quelle del tavolo. Le piace la distanza fra i volti, l’oscenità di mostrarsi aperta in quel modo che le fa abbassare le palpebre. Il fatto che alla fine, le annaffia la pancia, a volte il seno. Le piace farsi trovare pronta, aperta sul tavolo. Spalancata. Come un’ostrica. Rossa per la vergogna che allo stesso tempo la eccita, perché l’oscenità di quella posizione, mette alla prova chi apre la porta, entra nella stanza e se la trova davanti. Ha spento le luci. Nel buio della camera, buio pesto, prima di sdraiarsi sul tavolo ha tirato le tende da giorno e quelle da notte, pensa mille cose. Si sente una stupida e si sta giocando quasi tutto: l’autostima, la fiducia nel mondo e la carriera.
Aperta la porta e accesa la luce, dopo la sorpresa iniziale, chi entra avrà solo due scelte. Entrambi avranno solo due scelte. O meglio due destini. L’abbandono o l’imbarazzo. In un lampo potranno misurare i confini dell’immaginazione e sapranno uno dell’altro più di quanto necessario. La frontiera è quella dell’oscenità della sua posizione, il limite che distingue il sogno dalla realtà. Prova a calcolare di nuovo quante reazioni hanno lui e lei a disposizione. E’ una settimana che fa questi calcoli, senza confidarlo a nessuno. Non è arrivata a nessuna conclusione se non a quello di farlo e basta. Sdraiarsi sul tavolo e aspettarlo a gambe aperte. Quella scena l’ha immaginata e l’ha vista, quante volte? Ha già provato quasi tutte le sensazioni, almeno quelle cinematografiche, che immagini e non senti. Se vince l’imbarazzo, lei dovrà scendere nuda dal tavolo, bloccare la rotazione terrestre, sperare che lui non aggiunga altro, finire di rivestirsi e il giorno dopo fare finta di niente. E’ una scommessa. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventinovesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                   una volta che sbagli il primo bottone
                                                                                   tutti gli altri risultano spostati

                                                                                   
Ci sono delle cose che devi fare quando lavori al giornale. Non importa cosa o come né quando. Non hai bisogno di cercare tante motivazioni, se hai scelto di lavorare al giornale, certe cose le fai. La tredicesima e i benefit li prendi, non dici nulla, compri quello che vuoi, due volte l’anno porti la famiglia in vacanza. Sei contento. Allo stesso modo adesso, proprio ora, devi tirare diritto.
Era questo che Morita, con l’ultima mail, aveva voluto ricordare a Hirose. Però aveva sbagliato esempio. La famiglia in vacanza, Hirose, non l’avrebbe più portata; stava divorziando e proprio lui, Morita, era stato il primo a sapere la notizia. Quando la mail arriva sul telefonino e rimbalza dallo schermo negli occhi, Hirose sta per cenare. È la prima volta, dopo settimane che è riuscito a evitare di riempire la camera d’albergo (puntata 22) di stuzzichini, patatine fritte e barre di cioccolato. Al buio della stanza, questa sera la televisione riposa, mentre lui ha fatto due passi e ha raggiunto La Foresta Nera. Si è seduto e ha tirato fuori dalla borsa un libro e due giornali. Li ha messi sul tavolo, prima di sedersi. I giornali e il libro devono difenderlo dagli sguardi delle coppie sedute nel ristorante. L’ultima volta era venuto con Okada, oggi è solo. Si sente a disagio e allo stesso tempo ha voglia di cenare e non solo nutrirsi con qualcosa di impacchettato. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventunesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                                 il difficile sta nel cominciare

La differenza fra un cavallo e uno studente universitario del primo anno di lingua italiana è semplice (puntata 14). Il cavallo non commette due volte lo stesso errore. Ne commetterà uno nuovo, diverso dal primo ma non lo stesso. Si tratta di istinto forse o nel caso dei puledri di un senso di umiliazione davanti al branco. Anche lo studente quando commette uno sbaglio, in piedi alla cattedra, si vergogna davanti al resto della classe, ma non con se stesso, quindi non memorizza l’errore, destinato a ripetersi. Si potrà obiettare che questa differenza è comune a tutti gli animali domestici rispetto alle loro controparti umane. Un cucciolo di cane che sbatte il muso contro la porta della cucina a causa della cera sul pavimento, la volta dopo, prima di mettersi a correre, lo annuserà per scoprire se quell’odore acre è ancora li. Lo studente al contrario il venerdì sbaglierà a usare lo stesso articolo determinativo maschile singolare della lezione del martedì mettendolo davanti a un sostantivo maschile plurale. Uno più uno, non fa due.
Cavalli e cani sono animali presenti nelle grandi metropoli, qualcuno le chiama megalopoli, come Tokyo. I cavalli li facciamo sfrecciare negli ippodromi per lubrificare la nostra fame di scommesse e sogni di una vita migliore. Gli ippodromi, potremmo dire, nelle loro diverse tipologie assomigliano al grande numero di università a disposizione. Due luoghi dove si imparano cose e talvolta, in alcuni rari casi, si studia. D’altronde l’università è stata istituita per studiare e approfondire la conoscenza di materie specifiche; però si è diffusa nel mondo come scuola di vita. Continua a leggere

Il primo bianco

(diciottesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                      i fatti della pentola li sa il coperchio

E’ ingrassato, si è fatto crescere la barba. Due conseguenze della stessa causa: la trascuratezza. Hirose questo non lo ammette, pensa che essere diventato più grosso (e non grasso) vivendo al nord, con quel freddo, è naturale. Lo stesso vale per la barba. E poi va di moda. Nella redazione del Giornale di Niigata, il quotidiano locale di proprietà degli azionisti del Corriere, gli è capitato di sfogliare l’Uomo Elegante, una di quelle riviste patinate che sono dei contenitori. Ogni servizio, ogni intervista e reportage sono scritti per pubblicizzare qualcosa che non è mai nominato. Fare un servizio sul numero sempre più alto di uomini giapponesi che si lasciano crescere, baffi, basette o pizzo, è un richiamo a prestare attenzione al proprio aspetto, alla necessità di buttare via il vecchio rasoio che gira in bagno e sostituirlo con uno nuovo che aderisca veramente alle linee del volto. E’ venuto anche il momento di cambiare la schiuma da barba. Forse è ora di comprare delle camicie diverse con un collo più alto che metta in risalto le basette o il pizzo. La sfoglia facendo finta di essere distratto e di aspettare qualcuno, mentre si chiede se non sia il caso di curarla quella barba che lascia crescere incolta. Continua a leggere