Te la do io la vacanza!

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Eccomi qui, nell’assolata e calda Sardegna, alle prese con gli ultimi giorni delle mie FERIE. Sono arrivata dopo un lungo, lunghissimo viaggio in aereo insieme al bambino, e senza avvisare i miei genitori per fare una sorpresa (riuscitissima, li abbiamo lasciati senza fiato).
L’idea di questo viaggio e’ stata di mio marito. Lui non poteva dedicarci molto tempo durante questa estate, e allora mi ha detto “perchè non andate in Sardegna?”.
Dopo il primo iniziale stupore (pensavo che scherzasse), e il momento di negazione (“il tempo è troppo poco, non credo che ne valga la pena”) mi sono guardata intorno, ho messo sul piatto della bilancia la mia vita frenetica e il clima asfissiante che caratterizza l’estate in Giappone e mi sono detta che sarebbe stato veramente stupido non cogliere l’occasione.
Io che, di solito, prenoto molto prima, e inizio a preparare i bagagli con calma, quasi assaporando il momento, stavolta ho messo insieme i vestiti freschi di bucato (devo dire che in questo l’estate è di grande aiuto, le scelte sono molto più rapide) e preparato la nostra valigia con un misero giorno di anticipo!

Ripensando ai fatti di quest’ultimo mese, mi sono venuti in mente alcuni aspetti fastidiosi collegati all’andare in vacanza, a cui ho cercato di dare una risposta positiva. Se vi fa piacere, seguitemi in questo elenco di piccole e grandi seccature, che il fatto di tornare in patria riesce a rendere più sopportabili. Ricordate che si tratta di esperienze personali, e probabilmente esistono altri italiani che non concordano, o che non hanno mai sperimentato le stesse cose.

1) Tornare in patria per le vacanze, e lasciare il marito solo in casa, condanna a lavori domestici forzati non appena si torna alla base.
Alzi la mano quella donna che può contare su un marito/compagno “casalingo”, che passa l’aspirapolvere e pulisce la casa. Purtroppo non è il mio caso.
So già che troverò macchie di calcare (per motivi ignoti, l’acqua della mia zona è piuttosto “pesante”), mucchi di roba lavata e piegata da rimettere a posto e agglomerati di polvere che rotolano per il pavimento quando si creano correnti d’aria! Forza e coraggio, in ogni caso ne vale assolutamente la pena.

2) Il frigorifero, a cui affidate le vostre speranze di fare con calma nei primi giorni successivi al vostro ritorno, sarà desolatamente vuoto. Motivazione ufficiale? Il marito/compagno riterrà di fare cosa gradita lasciando a voi il compito di acquistare il necessario per la vita di tutti i giorni.
In realtà questo capita anche senza un viaggio intercontinentale. Penso che dipenda dalle persone ma sapere cosa vi aspetta potrà essere usato a vostro vantaggio, incaricando l’uomo di casa di acquistare determinate cose prima del vostro ritorno. E quindi, alla fine dei conti, è una difficoltà facilmente superabile.

3) Sicuramente vi mancherà la vostra cucina.
Anche se siete il tipo di persona per cui vacanza è sinonimo di fornelli spenti, alla lunga vi scoprirete a pensare che, magari vorreste preparare il vostro cavallo di battaglia per le amiche di sempre, che non possono assaggiare quello che fate quotidianamente poiché abitate troppo lontano. O magari potrebbe capitare che una qualsiasi pietanza, consumata al ristorante, faccia nascere in voi desideri di emulazione (“approfittarne finché gli ingredienti necessari sono disponibili). Per fortuna esistono amiche così gentili da mettere a disposizione la loro cucina, ma si tratta di casi particolari.
Se provate il mio stesso senso di nostalgia posso solo suggerirvi di resistere; anche la migliore vacanza del mondo finisce, e la vostra cucina sarà lì ad attendervi al ritorno, impaziente di rimettersi all’opera.

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Hiroshima Okonomiyaki – la ricetta

Questa è la ricetta dell’okonomiyaki di Hiroshima che mi è stata insegnata alla ditta Otafuku Sauce di Hiroshima.

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Innanzitutto per fare un buon okonomiyaki bisogna avere una buona piastra elettrica, ma va bene anche una padella resistente o un “testo” per la piadina. La temperatura della piastra preriscaldata all’inizio deve essere sui 180°C, aumentare a 250°C quando si arrostisce la carne, e poi ritornare a 180°C.

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Gli ingredienti usati nella lezione di cucina sono: 1 uovo, cavolo cappuccio affettato sottilmente, germogli di soia, un piccolo porro affettato, ikaten (fiocchi di calamari fritti essiccati), fettine di maiale sottili, una confezione di pasta fresca (udon o soba per yakisoba), salsa per okonomiyaki e alga aonori.

La quantità degli ingredienti varia a seconda dei gusti, ma in genere gli strati devono essere belli spessi, poi, cuocendo, l’okonomiyaki si assottiglia..

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Il primo bianco

(decima puntata) di Michele Pinin

                                                                                                nero con nero non tinge

Dal lunedì al venerdì.  Fra le tre e le cinque del pomeriggio. Arrivano, si siedono e fra loro si riconoscono, anche se non si sono mai presentate. Scelgono quasi sempre lo stesso ramen e lo mangiano con appetito. Senza riso bianco e senza gyoza. Sono finalmente sole. Trenta minuti per se stesse. La scodella si trasforma in un’astronave, si aggrappano e volano via, non ci sono più. Il personale del locale le conosce. Sanno chi preferisce la pasta al dente, chi d’estate il ramen lo mangia freddo o invece per tutto l’anno non cambia. Anche durante il periodo dei coupon, il personale sa chi ne approfitterà per assaggiare una primizia stagionale del ramen-ya e chi invece rimarrà indifferente. Sono le donne del ramen. Così le aveva chiamate Elemetti. Succede in tutti i quartieri della capitale. Per le casalinghe quell’orario è una zona franca. Anche per le donne che lavorano nelle grandi aziende o nei ministeri. Di quei 120 minuti molte riescono a prenderne trenta e passarli davanti a una scodella di ramen. Non vanno in un ramen-ya a caso. Cercano quelli meno pesanti e meno unti. Un buon esempio è il ramen Kitakata. Si potrebbe definire un ramen montanaro, non solo perché è originario del Tohoku, per il modo con cui si prepara la pasta. Con abbondante acqua sorgiva di montagna che la rende piatta larga e curva. Sia nella versione fettuccine che in quella tagliolini è una pasta ideale per accogliere il brodo, preparato con ossa di maiale, sardine essiccate e brodo di pollo. E’ molto chiaro, quasi trasparente, perfetto per le fettine di stufato di maiale che sono più saporite del solito. L’arredamento del locale è curato, con sedie e tavoli di legno ricco di coppale marina, le scodelle con una forma di pochi millimetri più ovale del solito. Il personale  entusiasta, i prezzi normali. Continua a leggere

Hokkaido Soup Curry

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Un week end di Febbraio mia moglie ed io siamo ritornati in Hokkaido. Il mio primo anno in Giappone l’abbiam passato lì, quindi abbiamo parecchi amici che ci faceva piacere rivedere. L’Hokkaido è anche uno dei posti migliori al mondo per farsi una sciata, con una neve così “fluffy” da attirare visitatori da ogni parte del globo. Ma soprattutto si può mangiare una Hokkaido Soup Curry DiViNa. Se siete stati in Hokkaido e non l’avete provata, beh, mi dispiace, ma avete buttato via il vostro viaggio (scherzo, ma non troppo). Se siete stati in Hokkaido e l’avete assaggiata, ma non in questo ristorantino, mi dispiace, ma dovete tornare 🙂 .

Ho provato un paio di Soup Curry Shop qui ad Osaka e son stati davvero deludenti, non mi fraintendete, la loro zuppa era buona e se non avessi assaggiato quella a Sapporo probabilmente sarei stato felicissimo, ma purtroppo il palato era ormai irreparabilmente viziato! Non si tratta di un piatto che affonda le radici nell’antica cultura culinaria giapponese, tutt’altro. So che è nato piuttosto di recente, e una breve google-ata penso lo possa svelare (se vi interessa) ma è comunque un misto ed equilibrio di sapori davvero notevole e gradevole.
Innanzitutto è divertente perché si può man mano assemblare a seconda dei vostri gusti. Si parte dalla base, la scelta è tra un brodo di gamberi o di pollo, che costituirà la parte liquida della zuppa. Si passa poi al secondo step, dove si sceglie il contenuto principale della zuppa, che varia dal pollo (una bella cosciona), ai gamberi (abbondanti e sgusciati), semplicemente verdure, o ghiosa, persino natto e per finire l’osusume, che anche qui varia dal pezzo di pesce fresco al maiale, al manzo e così via, a seconda di cosa è stato trovato più invitante quel giorno al mercato.
Terzo step, scegliere il “topping” che sarebbe un’aggiunta di un ingrediente a vostra scelta (gratis) tra avocado, pomodori, diversi tipi di funghi, etc etc anche qui scelta molto ampia. Si possono aggiungere inoltre altri topping a circa 100Y l’uno…..insomma, potete comporre la vostra sinfonia di sapori come più vi sentite ispirati dalla giornata. Potete chiedere le raccomandazioni ai ragazzi che prendono gli ordini, sempre gentilissimi e disponibili, con un paio di loro che parlicchiano inglese a sufficienza da guidarvi nelle varie scelte e da suggerirvi le migliori combinazioni di verdure, funghi, formaggio (ebbene si anche questo) con gli ingredienti principali che avete scelto.

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Ultimo passo il livello di “piccantezza” della zuppa, si parte da 1 (sconsigliato) e si arriva ad un delirante 12 (direi vietato, ma fate voi). Il massimo che ho provato è stato il 5, non mi son goduto la zuppa e dalla prima cucchiaiata ho sofferto, sudato, annaspato, e arrivato a vedere il fondo della ciotola con fatica. Di solito il 3 è un buon livello, piccante al punto giusto e lascia percepire i sapori dei vari ingredienti, la melanzanona fritta intera è una delizia.(Ci son stato con un ragazzo koreano che ha divorato un livello 8 senza batter ciglio. Allenamento da kimuchi a colazione immagino! )

L’immancabile ciotola di Riso è servita con una mezza fetta di limone da passarci sopra per aromatizzarlo (eccellente per rinfrescare la bocca). Drink a vostro piacimento, ma io prendo sempre il Lassie, una sorta di yogurt piuttosto liquido, dolce quanto basta, disponibile in vari gusti come pesca, cocco, frutti di bosco, ma io lo prendo sempre liscio on the rocks. E’ davvero una mano santa per rigenerare il palato e la bocca di tanto in tanto dal piccante della zuppa e ricominciare ad apprezzare i vari sapori quando il vostro becco rischia di rimanere anestetizzato dal curry.

Nel locale l’atmosfera è rilassante, tatami, stufe in abbondanza per difendersi dal freddo esterno (d’inverno ovviamente), una finestra che dà su un giardino di 2 metri quadri in perfetto stile giapponese; se la prima volta che ci si va, in primavera, ci si siede davanti a quella finestra, non sognerete più un altro posto in cui portare vostra moglie o la vostra fidanzata a mangiar fuori. Oggetti antichi sono sparsi un po’ per tutto il locale, vecchie radio, telefoni e in una vetrinetta, per mia personale delizia, alcune macchine fotografiche antiche, una Rolleiflex, la mitica Canonet QL17, una Yashika Electro ed altre perle.

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Prenotare è un must, soprattutto durante i week end, ci son andato parecchie volte un po’ troppo tardi e fuori campeggiava la scritta Sold Out….. La peggiore notizia che si possa avere a Sapporo.

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Il formaggio, questo sconosciuto

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La mia avventura in Giappone è iniziata con una forma di gorgonzola JIM, sì, proprio lui, quello con la goccia.
La persona che al mio primo viaggio mi avrebbe ospitata alla mia domanda “Cosa vuoi dall’Italia?” aveva candidamente risposto “Del gorgonzola!” e non so perché visto che è uno dei pochi  formaggi italiani che si importano anche nella Terra del Sol Levante (“conto in banca calante”) insieme al parmigiano, il grana, la mozzarella di bufala campana e il pecorino romano.

Così mi sono fatta mettere sottovuoto una bella forma, l’ho messa nella borsa termica del supermercato con del ghiaccio secco, l’ho ficcata in valigia e sono partita alla volta del lontano oriente.
Appena ritirato il bagaglio il tizio alla dogana m’ha chiesto se poteva controllarlo e, detto tra noi, potevo forse rifiutarmi? L’incauto ha aperto la borsa frigo sospetta, ha tirato fuori il gorgonzola con gli occhi sgranati e ha chiesto cosa fosse: il poverino sicuramente non aveva mai sospettato che i formaggi avessero anche una forma e un peso consistente. Inutile dire che m’ha pietosamente lasciata andare, con un po’ d’acquolina in bocca. Infatti, al contrario di ciò che alcuni ignari pensano e purtroppo scrivono impunemente, non è assolutamente vietato introdurre formaggi in Giappone.
Ma questo è un altro discorso che affronteremo in caso dovessi scrivere del mio trasloco e relative tragiche implicazioni import-export.

La mia avventura “casearia” è poi continuata anche dopo che mi sono trasferita ad Hiroshima: ogni volta che vado in Italia mi rimpinzo di formaggi in loco, ne compro un bel po’, di vari tipi, e col collaudatissimo stratagemma del sottovuoto spinto e della borsa frigo me li porto qui. Alcuni, come il parmigiano o il pecorino, vanno bene anche in freezer e quando li scongelo li grattugio. Altri li devo consumare in fretta e furia sotto lo sguardo incerto della suocera che peraltro con la scusa del colesterolo alto deve rinunciare ai piaceri della tavola.

Il formaggio i giapponesi lo conoscono solo perché importato dall’estero. Il Camembert è quello più popolare ed imitato.
Ovini in Giappone ce ne sono pochissimi, caprini ancora meno, e il latte bovino viene utilizzato quasi esclusivamente per burro e panna, formaggio se ne produce davvero pochino. Il formaggio giapponese, viene più che altro prodotto nell’isola di Hokkaido, dove si fa anche il caciocavallo locale.
Personalmente non ho mai visto un formaggio fresco o prodotto in fattoria; in questo Paese non c’è proprio la “cultura” del formaggio, e peraltro quello straniero costa un occhio della testa. La situazione formaggi sia locali che importati è infatti a dir poco drammatica per noi caseodipendenti, per lo meno qui nel Far West. Infatti se si trova qualcosa di commestibile a prezzi terrificanti a Tokyo oppure online, di sicuro non si trova quasi nulla in questi paraggi.
Dopo anni di affannose ricerche e pedinamenti, ormai so dove rintracciare alcuni formaggi europei, ma il più delle volte devo rinunciarvi, un po’ per il prezzo proibitivo – sui 10 euro per un pezzettino di parmigiano o  di taleggio, 15 euro per un etto di stracchino o di mozzarella di bufala – un po’ perché non sono i formaggi di cui vado in crisi d’astinenza… e non sempre ci sono: quante volte ho fatto km per trovare il banco frigo vuoto!

Quando cerco di individuare il nome di un tal formaggio sconosciuto il più delle volte viene presentato come ナチュラルチーズ “natural cheese” tanto che all’inizio pensavo che tutti gli altri fossero “plastic cheese”…. C’è poi il  プロセスチーズ “processed cheese”, che non è un formaggio imputato di reato, ma pur sempre una mezza schifezza. Da quello che ho capito il primo non è che il formaggio fresco o stagionato che si trova sotto forma di forma fino a quando viene tagliato e in tal caso va consumato entro pochi giorni o settimane, mentre l’altro è il formaggio naturale in seguito pastorizzato, per eliminare batteri e compagnia bella, per cui dura molto più a lungo, o trattato in qualche modo anche con l’aggiunta di coloranti o aromi. Ho visto il “baby cheese”, tipo formaggino Mio, al gusto mandorla oppure al pepe nero, al salame, al wasabi o al sesamo. Che dire poi dell’arcano pizza cheese, della pseudo mozzarella gialla dura come l’emmenthal o del processed cheese a forma di salsiccia?
Una volta, in mancanza del gorgonzola dolce con mio marito abbiamo provato a fare le penne al gorgonzola col blue cheese danese, secondo lui era lo stesso…. Il risultato è stato micidiale perfino per la pattumiera.

La cucina tradizionale giapponese ovviamente non contempla l’uso dei latticini, ma al ristorante i temerari mangiano volentieri pietanze a base di formaggio: piatti gratinati, pasta o pizza col formaggio giapponese o addirittura con la vera mozzarella italiana. Ha riscosso un certo successo tra le obaasan il risotto ai 4 formaggi della mia ultima lezione di cucina. Purtroppo però i giapponesi non hanno davvero l’abitudine di mangiare il formaggio da solo così com’è.
A molti altri invece il formaggio non piace perché – testuali parole – puzza.
A casa mia tutti riescono a distinguere l’odore di mezzo milligrammo di formaggio come dei segugi.

I commenti al mio recente tentativo di mettere in tavola le famigerate penne ai 4 formaggi:
– Pesante…
– Si fa fatica a mangiarle..
– (silenzio e faccia disgustata)
– Buonissime!!! Solo un po’ troppo saporite, sai…  i giapponesi non sono abituati al gusto forte del formaggio..
– (Perfetto, la prossima volta che spendo tutti ‘sti soldi per 4 formaggi, me li sbafo tutti io alla facciaccia vostra)