Il primo bianco

(puntata 50) di Michele Pinin
Epilogo – parte 1

                                                                                                               i morti sono vivi

Entra e si sente a disagio. Succede quando si ritrova nella lobby di un albergo. Questo sembra uno dei più lussuosi, antico quasi, con delle colonne di legno scuro avvitate verso l’alto che ricordano quelle dell’altare di una basilica. Non avrebbe mai detto che i morti si trattassero così bene. Si è chiesto tante volte, superate le porte girevoli come queste o quelle di vetro che scorrono aprendosi a un passo dall’impatto, perché gli alberghi grandi o piccoli, lo fanno sentire a disagio. Lo stesso disagio che provava la mattina quando finiva di vestirsi. Dall’abito intero ai jeans del weekend si è sempre sentito a disagio nei vestiti che indossava. Mancava qualcosa, una sciarpa o una nota di colore o c’era qualcosa di troppo, i quadretti della camicia o la giacca di lana.
Non la saprebbe individuare neanche adesso la causa di quel disagio che ha provato ogni mattina prima di uscire di casa. Non era solo una questione di sentirsi vestito più o meno elegante degli altri: non era mai riuscito a trovare dei vestiti che lo facessero sentire per un giorno a proprio agio.
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Il primo bianco

(puntata 42) di Michele Pinin

                                                                                                         vera gioia è la serietà

Ci piacciono le sorprese, anzi le adoriamo. Ci piace stupire e stupirci. Anche a costo di farci del male. Ci piace sorprendere e sorprenderci. Quasi tutto quello che accade, sembra una sorpresa. Dimentichiamo che la parola “sorpresa” ne trascina un’altra. Ogni sorpresa è una conseguenza. Azione e reazione. A prima vista non sembra, molte delle sorprese, ce le procuriamo. La questione inizia quando ammettiamo che insieme a quelle positive, ci procuriamo anche le sorprese negative. Viene da pensare subito ai grandi temi: il pianeta e la natura. Abbiamo seminato fabbriche per tutto il pianeta e ci stupiamo dell’inquinamento degli oceani, dei ghiacciai che si sciolgono, delle mezze o intere stagioni che abbandonano il mondo. Stabilito che la temperatura ideale è fra i venti e i venticinque gradi teniamo accesi tutto l’anno le caldaie e i condizionatori d’aria per poi stupirci del nostro corpo debole e malaticcio. Le organizziamo anche su misura le sorprese negative. Scegliamo di fare un mestiere che non ci piace, vivere con la prima persona di cui ci innamoriamo, facciamo figli desiderati e non voluti, compriamo oggetti di cui non abbiamo un reale bisogno. Lo stress che deriva da queste decisioni, ci stupisce e quando perdiamo la pazienza, ci chiediamo come mai. Cerchiamo rifugio in palestra, dove chi si mette a guardare gli esercizi che facciamo o attacca bottone mentre sudiamo, ci infastidisce. Rimaniamo sorpresi da quanto gli altri possano essere invadenti.
Mayuko ci ricadeva spesso e faceva ragionamenti così. Si lasciava andare a pensare in questo modo, che potremmo definire adolescenziale. Di tutta un’erba un fascio. Con la scusa che in treno a navigare con il telefonino si stufava, da qualche tempo, aveva preso l’abitudine di provare a immaginare cosa avrebbe pensato del mondo Ryu, il primo figlio, una volta adolescente. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventinovesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                   una volta che sbagli il primo bottone
                                                                                   tutti gli altri risultano spostati

                                                                                   
Ci sono delle cose che devi fare quando lavori al giornale. Non importa cosa o come né quando. Non hai bisogno di cercare tante motivazioni, se hai scelto di lavorare al giornale, certe cose le fai. La tredicesima e i benefit li prendi, non dici nulla, compri quello che vuoi, due volte l’anno porti la famiglia in vacanza. Sei contento. Allo stesso modo adesso, proprio ora, devi tirare diritto.
Era questo che Morita, con l’ultima mail, aveva voluto ricordare a Hirose. Però aveva sbagliato esempio. La famiglia in vacanza, Hirose, non l’avrebbe più portata; stava divorziando e proprio lui, Morita, era stato il primo a sapere la notizia. Quando la mail arriva sul telefonino e rimbalza dallo schermo negli occhi, Hirose sta per cenare. È la prima volta, dopo settimane che è riuscito a evitare di riempire la camera d’albergo (puntata 22) di stuzzichini, patatine fritte e barre di cioccolato. Al buio della stanza, questa sera la televisione riposa, mentre lui ha fatto due passi e ha raggiunto La Foresta Nera. Si è seduto e ha tirato fuori dalla borsa un libro e due giornali. Li ha messi sul tavolo, prima di sedersi. I giornali e il libro devono difenderlo dagli sguardi delle coppie sedute nel ristorante. L’ultima volta era venuto con Okada, oggi è solo. Si sente a disagio e allo stesso tempo ha voglia di cenare e non solo nutrirsi con qualcosa di impacchettato. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventisettesima puntata) di Michele Pinin
                                                                                                     a ogni santo la sua festa

Quando riescono finalmente a raggiungere l’uscita Mayuko è diventata una nuova donna. Ha ritrovato energia, dopo mesi, si sente finalmente utile. Ha capito che l’amica ha bisogno di aiuto. Deve sedersi all’aria aperta, bere un bicchiere d’acqua e mangiare qualcosa. Non può che passare il braccio destro dietro alla schiena di Abe, mettersi quello sinistro della donna sulle spalle e trascinarla di peso. Lasciato l’incrocio davanti al Bunkamura, dopo pochi metri fra una banca e un negozio di strumenti musicali, c’è un bar con delle sedie e dei tavolini messi fuori. E’ pieno di gente, non le piace; il volto  pallido di Abe non le lascia altra scelta, la fa sedere.
Daijobu – ripete Abe cercando di inghiottire aria e afferrare i vestiti di Mayuko per non scivolare dalla sedia. Sentendo l’amica ripetere quella parola è sicura che le cose non vadano bene e deve darsi da fare. Quando chi sta male, ripete daijobu (va bene) è per non fare preoccupare chi ha davanti. Mayuko non dice niente, entra nel bar, mentre degli stranieri seduti ai tavoli vicini – a voce alta – commentano dicendo: sarà ubriaca.
Non lo sa, perché non viene quasi mai a Shibuya, ma quel posto dove adesso è in fila alla cassa, è un  bar all’italiana, si chiama Segafredo. Per questo i commessi, ogni volta che qualcuno fa un’ordinazione, la ripetono a voce alta aggiungendo prego o per favore. Un caffè espresso prego, un cappuccino doppio per favore. Fa scena, fa Italia. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventiseiesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                         io sono nato per vivere morendo

– Il succo è che prima devi imparare qualcosa, altrimenti non ti diverti. Poi a una certa età, non ti diverti più, anche imparando qualcosa di nuovo. Allora capisci che avresti dovuto fare dei figli, almeno si sarebbero divertiti loro, al tuo posto. –
Queste le parole che Abe uscita dall’ospedale, stringendo le spalle nell’impermeabile nuovo, troppo sottile per il vento gelido che soffia dalla Siberia, si ripete cercando qualcosa sul marciapiede da prendere a calci. È difficile trovare qualcosa da calciare perché sono puliti, i marciapiedi, e non ci sono lattine o avanzi di cibo, riviste o fogli di giornale. Comunque è un bene che non ci sia niente da colpire per strada, anche questa sera indossa le babbucce di Ferragamo e si farebbe male alle dita dei piedi. Le babbucce, chi le chiama più così quelle scarpe basse, leggere, con un fiocchettino davanti? Abe non riesce ancora a credere alle sue orecchie e alle sue labbra. Il succo è. Solo un maschio poteva iniziare una frase in quel modo. Il succo di quale pianta, di quale frutto? Come si permetteva di giungere a quella drastica conclusione e giudicarla in quel modo? Quanti mesi erano stati insieme per avere il diritto di giudicarla? Ormai quasi un anno, le aveva risposto. Era ormai un anno che mischiavano i succhi. No, questo non lo aveva detto, per fortuna, almeno questa gliel’aveva risparmiata. Non resiste e scalcia l’aria fredda, la polvere che non c’è. Deve fare qualcosa, rischia l’autocombustione o di volare e scoppiare in aria come un palloncino di Disneyland.
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