La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Seconda parte)

Riceviamo e volentieri postiamo un testo di Pio d’Emilia, giornalista (http://www.ilfattoquotidiano.it/oriente-furioso/) e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, dal titolo: La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, una pagina inedita di storia politica e diplomatica. (seconda parte)

Il contesto storico: l’Italia nell’Estremo Oriente

Prima di affrontare la questione principale, e’ cioe’ gli eventi successivi all’armistizio del 1943 e alla  dichiarazione di guerra del 15 luglio 1945, e’ forse utile fotografare la presenza italiana in Estremo Oriente dell’epoca. Secondo dati abbastanza attendibili – corrispondenza privata tra gli ambasciatori Taliani (Pechino) e Indelli (Tokyo), entrambi poi accumunati dal triste destino di internamento e prigionia, memoriale Jannelli e altra documentazione ufficiale rinvenuta presso l’Archivio Storico del MAE – vi erano, alla vigilia dello scoppio della guerra, circa 3000 cittadini italiani in Estremo Oriente. Per la maggior parte si trattava di uomini in uniforme, qualche commerciante, una manciata di studiosi, alcuni missionari. Ma con l’attacco della Germania alla Russia, nel giugno 1941, l’interruzione delle linee marittime dal Giappone (dopo gli accordi di Tokyo con il governo fantoccio di Vichy) e la seconda infiltrazione giapponese in Asia, l’Estremo Oriente rimase praticamente isolato dal resto del mondo. In base ai risultati di questa ricerca,  gli unici italiani che dopo questa data riuscirono a raggiungere l’Estremo Oriente furono  i gia’ citati  Consigliere d’Ambasciata Pasquale Iannelli ed il dr. Michelangelo Piacentini – sorpresi dalla guerra russo tedesca mentre erano  in viaggio sulla ferrovia transiberiana[19], e l’Addetto Navale presso la stessa ambasciata, ammiraglio Balsamo, il quale, attraverso Spagna, Portogallo, Brasile ed Argentina,  riusci’  ad imbarcarsi sull’ultima nave  che dal Sudamerica salpo’ per il Giappone. In senso inverso, l’unico italiano che sia riuscito a tornare in Italia e’ stato invece l’ex console di Manila, tale Rossi, rifugiatosi in Giappone dopo la chiusura dei consolati italiani in territori USA e imbarcatosi come clandestino su un piccolo battello giapponese partito il 16 agosto da Yokohama per il Messico per caricare petrolio. Continua a leggere

LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 4

Citazione d’apertura, che fa sempre fico. 

Non stiamo precipitando perché abbiamo perso la guerra. Precipitiamo perché siamo esseri umani, perché siamo vivi. Ma all’uomo non è dato di precipitare all’infinito. Non gli è dato perché il suo cuore, di fronte alla sofferenza, non è d’acciaio. L’uomo è tenero nella sua fragilità, stolto per di più, ma non ha la forza di continuare a cadere. Prima o poi non ce la farà a non pugnalare a morte la verginità, o a inverntarsi un bushidō, o a non portare a spalla l’Imperatore. Ma per pugnalare la propria verginità, per inventarsi il proprio bushidō, il proprio imperatore, e non quelli degli altri, deve prima toccare il fondo del suo precipizio, percorrendo tutta la linea di caduta, senza scorciatoie. E come gli uomini, anche il Giappone dovrà precipitare. Là, in fondo al suo precipizio, riscoprirà se stesso, troverà la sua salvezza. Perché pensare di poter essere salvati dalla politica, è solo pane per gli imbecilli. 

(Sakaguchi Ango 坂口安吾, Discorso sull’abbrutimento 堕落論, 1946)

ango 1

Forse la foto più gettonata di Ango. Di certo, rende l’idea. Più che lui, tutto il resto.

Niente di complicato. La caduta libera era iniziata ben prima della sconfitta. In fondo al precipizio, c’erano due cose ad attendere: lo smantellamento dello stato militarista (con uno sguardo al passato) e la volontà di far germogliare in seno alla società giapponese il seme della democrazia (con uno sguardo al futuro). A tutti i costi. Continua a leggere