Il primo bianco

(puntata 49) di Michele Pinin

                                                                                                rosa i ciliegi rossi gli aceri

Fra gli appuntamenti con il resto del mondo a cui non possiamo sottrarci, ci sono i funerali. Arriviamo alla cerimonia con un atteggiamento ogni volta diverso secondo il livello di coinvolgimento con i defunti. Quasi sempre la morte è spiacevole per chi ne rimane travolto e per chi la subisce in maniera più o meno diretta.
Nel caso di Hirose come definirla? Come per tutte le scomparse inaspettate ci sono due punti di vista: dentro e fuori. Il punto di vista interno, quello di chi scompare e quello esterno, di chi rimane e deve affrontare la scomparsa. Nel primo caso potremmo arrivare a pensare che per Hirose la morte sia giunta come un sollievo. Colpa sua o meno, era finito in un vicolo cieco. Un lavoro ormai poco amato, un cuore frustrato e insoddisfatto, incapacità di reagire allo sgretolamento della famiglia e una sete di vendetta violenta e sproporzionata, come dimostra il risentimento verso il cognato in Hokkaido.
Chi rimane invece deve affrontare la scomparsa. Gestirla, sarebbe più esatto scrivere, però ci piace fare gli eroi, accentuare la nostra sofferenza, pensare che sia addirittura più profonda di quella di chi è morto. Ecco perché durante le cerimonie funebri, nei discorsi ufficiali o nel brusio dei partecipanti, ascoltiamo spesso nominare il verbo “affrontare”.
Ci sono tutti al funerale, anche Sae. È arrivata da sola, adesso siede fra Morita e Okada che in testa ha solo una domanda: chi avranno cremato? Continua a leggere

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Il primo bianco

(puntata 47) di Michele Pinin

                                                                                            dal frutto si conosce l’albero

Quando si nomina la parola “ricorrenze” pensiamo a quelle del calendario: eventi che rispettiamo, festeggiamo o scegliamo di ignorare. Quelle che durante gli anni ci fanno riflettere invece sono le ricorrenze di fenomeni simili che si presentano nel corso del nostro destino. Ci sono tratti che si rivelano nelle somiglianze fra padri e figli, nonni e nipoti. Non quelle fisiche che iniziamo a rilevare dopo la nascita, per tutta l’adolescenza e oltre. Piuttosto episodi che si ripetono nel corso dell’esistenza, che a prima vista sembrano delle coincidenze. Successi e fallimenti.
È una questione di carattere, ci diciamo, per spiegare come eventi decisivi rimbalzano non solo di padre in figlio, ma di zio in nipote o di nonna in sorella.
Era destino, commentiamo davanti alla parabola della carriera di un cugino che da promettente, negli anni si rivela disastrosa, proprio come quella di suo zio, nostro padre. Lo stesso vale per matrimoni che regalano tranquillità o divorzi che condannano all’infelicità. Deve essere un caso, ci diciamo, anche sua figlia ha divorziato, proprio come la madre, tanti anni fa.
Riusciamo, identificando un destino fra le ricorrenze che capitano ai nostri familiari, a non perdere il senno e accettare quello che di peggio succede intorno a noi. Da questioni personali, come lo scarso affetto che scopriamo nutrire nei nostri confronti da parte di parenti o coniugi, invidie e tradimenti, fino alla scomparsa improvvisa di qualcuno a cui volevamo bene. È un metodo, quello della rassegnazione in nome del destino e dell’ereditarietà, che garantisce un risultato importante: crederci partecipi, sentirci coinvolti da quello che succede alle persone intorno a noi, quando invece, non lo siamo poi tanto. Ci ricamiamo sopra la morale affermando che bisogna abituarsi a tutto per sopravvivere in questo mondo. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 46) di Michele Pinin

                                                                                  Di che soffri, per chi ti dai pensiero?

Quando Sae dalla veranda al secondo piano, dove di solito stende i panni, vede Okada camminare sulla salita davanti alla casa, inizia a tremare. Prima le mani poi le gambe, scosse da un’improvvisa folata di vento che non c’è.
Sono giorni, faremmo meglio a scrivere settimane, che è preoccupata dall’idea di attraversare un esaurimento nervoso. I sintomi sono quelli: ansia, insicurezza e l’incapacità di decidere, che si rivela negli errori che accomunano le sue azioni. Anche fare la spesa. Fra le zucchine e le melanzane, fra le banane filippine e quelle indonesiane, sembra impossibile scegliere. E soprattutto a posteriori, essere soddisfatti della scelta fatta.
I vicini, che cercano in ogni modo di essere gentili, di fingersi amici, come direbbe lei, credono che la colpa sia della nostalgia del marito che invece di affievolirsi, con il passare del tempo, aumenta. Non sanno che è quasi sollevata dal fatto che in quei giorni Franco non sia in giro per casa. L’ansia che la pervade sotto la pelle, come un balsamo avvelenato, è dovuta al terrore che prova all’idea che Eddy possa morire.
Poche settimane prima al rientro della passeggiata ha iniziato a zoppicare. Prima ha pensato a una spina, un vetro o un sassolino infilati fra i polpastrelli; poi a un’infiammazione del cuscinetto metacarpale. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 44) di Michele Pinin

                                                                                 chi mena per primo mena due volte

La stagione delle piogge, che per molti stranieri a causa dell’alta percentuale di umidità nell’aria, rappresenta un incubo, di fatto è una fortuna. Solo con il trascorrere degli anni si riescono a cogliere gli aspetti importanti delle stagioni, ecco perché il mondo, lo mandano avanti gli anziani.
Mentre gran parte del pianeta, da metà giugno, inizia a imprecare e soffrire per il caldo, sull’arcipelago la coltre bassa delle nuvole ripara dai raggi del sole e l’umidità tonifica la pelle.
Prima di atterrare sappiamo che fra i mesi di giugno e luglio, per un periodo che va dalle tre alle sei settimane, dipende dagli anni, arriva la stagione delle piogge. Come spesso accade, il problema è l’attrito provocato fra quello che immaginiamo di vivere e la realtà di quello che ci accade. Il nostro immaginario è nutrito dalle serie televisive e film che guardiamo, da quello che scrivono gli amici su Facebook e dai pochi libri letti.
Di conseguenza sono molti quelli che ascoltando le tre parole, stagione delle piogge, vedono scorrere scene da Apocalipse Now o di altri film ambientati nella giungla del sud est asiatico dove interi battaglioni di soldati soccombono madidi di sudore. Altrimenti, fotogrammi di temporali torrenziali che abbattono palme e inondano le strade di città tropicali, portando via automobili con dentro bambini addormentati, lasciati soli da padri e madri scellerati. Continua a leggere

Il primo bianco

(trentesima puntata) di Michele Pinin

                                                    “Cosa accadrebbe se nel mondo non esistesse l’attrito?”
                                                    “Se non esistesse l’attrito, tutto quello che c’è sulla terra
                                                     sarebbe risucchiato nello spazio dalla forza centrifuga
                                                     della rotazione” 

  

Le piace sul tavolo. Anche la paura che la gambe possano cedere, le piace. Non le sue gambe, quelle del tavolo. Le piace la distanza fra i volti, l’oscenità di mostrarsi aperta in quel modo che le fa abbassare le palpebre. Il fatto che alla fine, le annaffia la pancia, a volte il seno. Le piace farsi trovare pronta, aperta sul tavolo. Spalancata. Come un’ostrica. Rossa per la vergogna che allo stesso tempo la eccita, perché l’oscenità di quella posizione, mette alla prova chi apre la porta, entra nella stanza e se la trova davanti. Ha spento le luci. Nel buio della camera, buio pesto, prima di sdraiarsi sul tavolo ha tirato le tende da giorno e quelle da notte, pensa mille cose. Si sente una stupida e si sta giocando quasi tutto: l’autostima, la fiducia nel mondo e la carriera.
Aperta la porta e accesa la luce, dopo la sorpresa iniziale, chi entra avrà solo due scelte. Entrambi avranno solo due scelte. O meglio due destini. L’abbandono o l’imbarazzo. In un lampo potranno misurare i confini dell’immaginazione e sapranno uno dell’altro più di quanto necessario. La frontiera è quella dell’oscenità della sua posizione, il limite che distingue il sogno dalla realtà. Prova a calcolare di nuovo quante reazioni hanno lui e lei a disposizione. E’ una settimana che fa questi calcoli, senza confidarlo a nessuno. Non è arrivata a nessuna conclusione se non a quello di farlo e basta. Sdraiarsi sul tavolo e aspettarlo a gambe aperte. Quella scena l’ha immaginata e l’ha vista, quante volte? Ha già provato quasi tutte le sensazioni, almeno quelle cinematografiche, che immagini e non senti. Se vince l’imbarazzo, lei dovrà scendere nuda dal tavolo, bloccare la rotazione terrestre, sperare che lui non aggiunga altro, finire di rivestirsi e il giorno dopo fare finta di niente. E’ una scommessa. Continua a leggere