Come sono arrivata fin qui?

Mi sono accorta di una cosa…
In questi anni, grazie al lavoro comune con gli altri compagni di viaggio, voi avete appreso della mia esistenza. Sapete che vivo in Giappone e che, qualche volta, vi racconto qualcosa. Pochino, in realtà, ma oggi mi sono accorta di una grave mancanza!
Non mi sono ancora presentata.


Non l’ho fatto per presunzione, direi piuttosto per una sorta di “stanchezza” che mi assale ogni volta che mi trovo a raccontare la mia storia. Ai miei occhi ho una vita comune: casa, famiglia, figlio e un lento ritorno al lavoro. Potrebbe essere uguale alla vita di tante altri italiani, sia in patria che all’estero, ma io vivo in Giappone.
In questi ultimi anni, il Giappone e’ diventato una sorta di “Terra Promessa” per gli italiani: mi è capitato di sentire, o di leggere, lo stesso tipo di ragionamento migliaia di volte… L’Italia è in crisi, non ci si trova bene, si vuole emigrare e allora… Si vorrebbe andare in Giappone.
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Il primo bianco

(puntata 39) di Michele Pinin

                                                                            inverno freddo, estate calda e viceversa

Puoi anche finire senza soldi a dormire alla stazione e riuscire ancora a cavartela. Se perdi la lingua invece no. Perdi tutto. Se non hai occasione di parlare, leggere e ascoltare la tua lingua, hai perso tutto.
Lo hanno scritto in tanti: noi esseri umani, non viviamo in un paese, ma in una lingua. Non basta insegnarla, non sono sufficienti i testi, i dizionari e gli studenti. Devi parlare la tua lingua con chi la vive, non con chi la studia. La lingua italiana non si impara in Giappone e quella giapponese non si impara in Italia.
Ci si può rifare una vita a patto di imparare una lingua nuova e usarla tanto e così bene, da dimenticare quella del posto dove sei nato. O meglio, quella in cui sei nato. In questo caso, scegliendo un trapianto, una lingua diversa, hai la possibilità di sopravvivere a te stesso. La possibilità di diventare un altro.
Se è necessario abbandonare la tua lingua, lo devi fare per trovarne una seconda e imparare a viverci dentro. Devi sbiadire quella originale, in cui sei nato. Devi dimenticarne prima qualche parola, poi frasi e modi di dire, fino a cancellare intere pagine di vocabolario. Un massacro.
È una questione di vita o di morte perdere la propria lingua senza riuscire a sostituirla con un’altra. Soprattutto di morte. La tua anima diventa un bonsai. Smette di crescere. Invecchia però non cresce più. L’assenza delle parole che ti hanno formato, lavora come un paio di forbici. Taglia via un pezzettino al giorno. Ti pota. Un pezzettino minuscolo, ogni singolo giorno, che per decenni non sembra importante e quando succede – quando te ne accorgi – hai perso tutto. Niente lingua, niente nazione, niente anima.
Sae, questa riflessione scritta da Franco per i ragazzi appena laureati che gli chiedevano una lettera di presentazione, nella speranza di trovare lavoro sull’arcipelago come insegnanti di lingua italiana, non l’aveva tradotta. Non sapeva perché avesse rinunciato a tradurla, non riusciva spiegarselo; non si era sentita di farlo. Le era venuto in mente proprio quel modo di dire che il marito, tante volte, aveva rimproverato a chi lo usava: non sentirsela di fare qualcosa. Per Franco era sinonimo di indolenza, parole buone per i pavidi. A Sae invece piaceva, esisteva anche nella sua lingua. Continua a leggere

Sei anni di Giappone

Il tempo passa, la vita scorre e, qualche volta, non ce ne accorgiamo subito. Ma oggi è un giorno adatto per fare dei bilanci (uh se mi sentisse l’insegnante di ragioneria, quanto li odiavo da studente!!)

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Sei anni fa, in questa giornata, sbarcavo da un volo Finnair a Osaka. Non era la prima volta, ma questa era molto diversa da tutte le precedenti. Se prima ero sempre arrivata in Giappone da turista, impiegando al meglio il mio tempo limitato, questa volta avevo un margine di manovra molto più ampio.
E tutto questo grazie al mio visto di studio: una grossa etichetta, attaccata al mio passaporto, che diceva a tutti “lei per un anno (poi sono diventati diciotto mesi)” può restare qui con noi”.

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Non sapevo che cosa sarebbe accaduto dopo questa scadenza, c’era anche il rischio di tornare in Italia e ricominciare tutto da capo: lavorare, risparmiare, comprare (un nuovo biglietto) e incontrare la persona con cui dividevo (e divido) il mio cuore.

Sì, perché – giusto per essere originali – anche io sono arrivata in Giappone per motivi sentimentali. Avevo un lavoro da insegnante precaria in Italia, ma buone prospettive nella regione in cui avevo scelto di spostarmi (il Veneto). E il lavoro mi piaceva. Ma nello stesso tempo sapevo che, anche se appagante, la mia vita così non era completa.
E io volevo andare a vivere in Giappone.

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La scuola di giapponese.

Il mio primo obiettivo era quello di imparare la lingua. Avevo già fatto qualcosina per conto mio, ma ogni volta che mi fermavo in Giappone per studiare, tutto spariva come neve al sole al ritorno in Italia. Ero determinata, uno dei motivi del mio viaggio in Giappone era proprio la ricerca di una dimensione che potesse fare al caso mio: cercare di vivere in questo paese, e trovare il modo di farlo senza rinunciare alle cose che amo sia per il lavoro che per il resto.
Ma, devo dirlo, all’inizio è stata proprio dura!

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Certo, non mi mancavano le lezioni private di italiano, che mi permettevano di far pratica e di costruirmi un mio modo di insegnare adatto a uno studente giapponese. Ma non trovavo il coraggio di lanciarmi nel grande mondo del lavoro… Telefonare quando si trova un annuncio, andare a un colloquio e spiegare come mai quel posto, e nessun altro, è quello a cui aspiri da tutta la vita (si fa per dire, naturalmente).
Avevo cercato, ovviamente, di propormi alle scuole di lingua, ma con scarsi risultati: le scuole privilegiano le persone che vivono più vicine, a cui devono pagare spese di trasporto inferiori, e non c’è più questa grande richiesta di insegnanti di italiano in Giappone, come qualche anno fa.

E così non sapevo bene cosa fare…
In questo punto della mia vita entra, quasi per caso, il lavoro di insegnante di italiano online. Per puro caso, avevo trovato un annuncio su una pagina web per stranieri (
www.gaijinpot.com), e avevo inviato la mia candidatura. E così nell’arco di un paio di giorni mi rispondono, con la richiesta di fornire un mio account skype (“Skype? Ma che cos’è?!?”) per un colloquio introduttivo col titolare della ditta.

È stato, indubbiamente, il colloquio di lavoro più strano a cui abbia mai preso parte: vestita di tutto punto, a rispondere alle domande che mi arrivavano da Tokyo, semplicemente seduta a casa mia.
Il colloquio era andato bene, e dopo poco tempo ho cominciato a ricevere prenotazioni per lezioni! Non erano tantissime, ma da allora sono diventate un appuntamento fisso per le mie serate in casa. E non sottovalutiamo il benefico effetto rasserenante che esercitano sul mio conto in banca!

Certo, quel lavoro da solo non bastava, ma almeno avevo ripreso un po’ di coraggio.
Dopo il mio primo lavoro a contratto, ho trovato, quasi subito, il secondo: le circostanze sono piuttosto particolari, ma se volete vi racconto.

Per pubblicizzare la propria attività e cercare persone interessate a lezioni private di lingua, gli stranieri in Giappone si servono di una serie di siti dedicati proprio a questo settore.
Un giorno ho ricevuto quella che sembrava una semplice richiesta per una lezione privata. Il luogo era molto vicino a casa mia e ci sono andata volentieri. Però, e questa è stata la prima sorpresa, all’appuntamento si era presentata una persona vestita di tutto punto, che mi aveva invitata a definire i dettagli del mio lavoro “a scuola”. “Eeeeh? A scuola?”, “Devo aver capito male”. Mentre pensavo questo siamo arrivate davanti a una scuola di lingue!

La titolare mi ha spiegato, poi, che la ricerca di insegnanti italiani in zona non aveva dato nessun risultato, costringendoli a rivolgersi ai siti per lezioni online. Loro preferivano restare sul vago per fare una prima selezione dei candidati che intervistavano, ma continuo a pensare che il loro sistema non sia stato molto ortodosso!
Anche in questo caso il colloquio è andato a buon fine.

Ma pur avendo due contratti di lavoro, e molti studenti privati, questo non mi bastava per un visto di lavoro, e il mio visto studentesco stava per scadere!!

E allora, un po’ inaspettatamente, in casa abbiamo cominciato a parlare di matrimonio.

Dopo questa svolta, il resto della mia vita ha preso forma giorno dopo giorno: insegnante di italiano, casalinga nei ritagli di tempo, e – da due anni – mamma di un piccolo terremotino italo/giapponese.

Prima del parto il lavoro mi ha regalato dei momenti indimenticabili, soddisfazioni che mi hanno dato la spinta per non fermarmi mai, anche nei momenti di maggiore difficoltà (giusto per dire una cosa ovvia, lavorare all’estero e cercare di farlo nel campo che si preferisce, non è per niente facile).

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Ora ho nuovi motivi di soddisfazione, da accoppiare ai risultati lavorativi in netto miglioramento.
Ho imparato a conoscere il posto in cui vivo, a risolvere i problemi che qualche volta bussano alla porta, e ho fatto amicizie vere e importanti, che sono un piccolo tesoro. Parlo con gli sconosciuti, che – per un motivo che rimane ignoto – trovano naturale rivolgermi la parola per strada: questo mi succedeva anche in Italia, e da quando ha cominciato a capitare anche in Giappone mi sono sentita veramente a casa mia.

La vita è una fatica, dormo poco e sogno una giornata tutta per me, ma se qualcuno mi chiedesse “Sei felice?” io potrei rispondere solo in un modo: “si”.

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Lavorare per l’università

In questi ultimi due anni la mia vita è cambiata, da qui non si scappa. E, devo dire che, il cambiamento mi ha resa felice (e ha insegnato come sopravvivere con poche ore di sonno a notte, ma questa è un’altra storia).
Però ho continuato a sentire la mancanza di qualcosa: anche se può sembrare strano, mi mancava quella sensazione di smarrimento, che ti prende poco prima di cominciare una giornata piena di impegni, e che ti lascia, a fine giornata, con la gioia derivata dall’essere riuscita ad arrivare indenne fino alla fine. Insomma, mi mancava il lavoro! Ma come riuscire a riprenderselo?
O meglio, come potevo trovare un lavoro che mi permettesse di coprire anche le spese per l’asilo nido? Eh sì, perché in questi anni la nostra famiglia si è ingrandita, e le necessità quotidiane sono molto cambiate.


E mentre mi chiedevo come agire l’occasione è venuta a cercarmi: un amico, sapendo che ero ferma, mi ha passato un’informazione fondamentale. Nella mia zona un insegnante di italiano aveva appena abbandonato, e cercavano un sostituto. Il lavoro era come quello che avevo già svolto altre mille volte, ma la sede era diversa… Non la solita scuola di lingua, né una lezione privata, si trattava addirittura di un’università!


Allora non restava che abbandonare tutti i dubbi, sistemare alcuni problemi logistici, e buttarsi in questa nuova avventura.

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Anche la collocazione era di estremo interesse: già abituata alla vita di campagna, mi si chiedeva un nuovo spostamento in una zona ancora più rurale. Un viaggio in treno di circa un’ora (per dare un’idea: da casa nostra a Osaka impiego circa 35 minuti), una quantità di campi coltivati come non ne avevo mai visti prima, e una quiete incredibile. Io che non sono una grande fan delle megalopoli non avrei potuto sperare in qualcosa di meglio.IMG_5809

 

E così è cominciata: una grande sala, con tanti sconosciuti vestiti in modo elegante, e un responsabile che parla, ci spiega le aspettative dell’università nei nostri confronti, ci suggerisce come insegnare la nostra materia, cercando di interessare gli studenti, e ci spiega ancora tante altre cose. E tutto in un formalissimo giapponese, con le mie gambe che continuano a tremare dopo aver realizzato di essere l’unica insegnante straniera in un gruppo compatto di 256 individui!!
Poi, finalmente, le persone cominciano a rilassarsi, qualcuno viene a presentarsi, e arriva il nostro pranzo (un meeting degli insegnanti con pranzo incluso, non mi era mai capitato!). Entusiasta, dopo essermi scusata per quanto sto per fare (temo di cominciare ad assimilare fin troppo la cultura giapponese, povera me), tiro fuori il mio cellulare e scatto una foto a cotanta magnificenza.


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E allora i miei vicini di tavolo, e anche qualche altro insegnante seduto altrove, cominciano a parlare con me, riempiendomi di consigli utili e chiedendo notizie sulla mia provenienza geografica e sui miei hobby (“Sardegna? Mai sentita, mi spieghi dov’è?” – “Ti piace il calcio? Ho avuto per anni il signor …. come vicino di casa: era un ex giocatore della nazionale giapponese” e così via). Il ritorno a casa, dopo questo primo impatto, avviene in un’atmosfera – quasi – da sogno: sto davvero per entrare a far parte di una realtà del genere?

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Dopo aver capito che i miei colleghi di lavoro non erano poi tanto male, mi restava un altro punto importante da approfondire: i miei studenti! Il loro numero, tanto per cominciare….
“Sono quaranta, forse qualcuno di più, in base ai dati raccolti fino al tuo arrivo”.
“Bene!” (Mentre la mia testa continua a chiedersi come riuscire a gestire una classe così numerosa).

E così passa un’altra settimana e mi ritrovo davanti all’ingresso dell’università, con una borsa piena di libri e una bella tremarella. Il mio unico indizio è il programma adottato dall’insegnante che ha appena lasciato il lavoro: dovendo cercare un sostituto in fretta, i responsabili dell’università hanno già fornito lo stesso programma alla ditta che deve stampare gli annuari per gli studenti (a me hanno detto che “tanto potrai modificarlo durante il periodo in cui terrai il tuo corso”).

Mi hanno dato qualche informazione preliminare: questi studenti sono molto impegnati, e quindi non devo dare compiti da svolgere a casa (ehm…), sono molto seri e non mi capiterà assolutamente di vederli maneggiare un cellulare o simili.

Arrivo fino alla mia classe (quarto piano di un caseggiato, completamente privo di ascensore) e aspetto di incontrare le persone a cui dovrò insegnare (in sedici lezioni) a parlare in italiano.
E loro arrivano, piano piano e in piccoli gruppi. Ho un lunghissimo elenco di cognomi scritti in kanji (aiuto!!), ma per fortuna l’appello si svolge compilando un fogliettino con nome, numero di matricola e nome del corso (e loro, per pietà, compilano tutto in katakana per aiutarmi nella lettura).
Sono giovanissimi! Tranne due eccezioni, l’età media è di diciannove anni

E sono davvero particolari, ognuno a modo suo: c’è il ragazzo sempre sorridente, che dorme appoggiato al banco per gran parte della lezione, c’è la ragazza che disegna caricature sul retro delle schedine di presenza, ancora c’è il perfezionista, che non capisce poi molto della lezione, e passa il tempo a dire che scrivo male (in giapponese, sigh…), la ragazza timidissima che non alza mai lo sguardo dal suo foglio e risponde con una voce impercettibile, I fidanzati che coprono a vicenda le loro assenze, e così via.

Quanto capiscono delle mie lezioni? Difficile dirlo con esattezza, dipende moltissimo dal loro grado di interesse e dalla partecipazione a quanto facciamo. In ogni caso lo scoprirò molto presto, il test finale li attende alla meta’ di settembre!!

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Non vi svelo come andrà a finire il mio primo corso universitario: non lo so e non potrò saperlo fino a fine settembre. Ma vi lascio con qualche osservazione su tutto l’insieme.
Lavorare in Giappone non è mai semplice, pur conoscendo la lingua e continuando a proporsi alle varie istituzioni che interessano. Quando si comincia qualcosa di nuovo bisogna cercare di mettere da parte le paure, e partire con spirito d’avventura: qualche volta andrà bene, altre volte no, ma ogni esperienza rappresenterà un arricchimento professionale e una grande soddisfazione.
E – lungo la via – mai dimenticarsi di apprezzare tutte le piccole cose che riuscite a individuare, e che permettono di conferire a tutto l’insieme una connotazione maggiormente positiva.
Se vi state chiedendo quali sono state quelle piccole sorprese che mi hanno aiutata a ambientarmi in questi mesi di corso ve lo dico volentieri: colleghi serissimi ma gentili, pazienti e sempre disponibili, che mi hanno introdotta nel “meraviglioso” mondo della burocrazia universitaria giapponese. Inoltre, quando sono andata al colloquio pre-assunzione, appena arrivata alla stazione, ho scoperto che esisteva un Mister Donut proprio lì! Di fronte a quello spettacolo ho deciso che dovevo avere questo lavoro, e così è stato, ahah!!IMG_5936

Il primo bianco

(trentaduesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                          Le idee sono come la barba
                                                                                          spuntano solo quando si cresce

Noi pensiamo di saper riconoscere l’andamento delle stagioni, crediamo di vederne il percorso, l’inizio e la fine. Crediamo di essere attenti. Ogni anno però, quattro o cinque volte – dipende in quale continente abitiamo – rimaniamo meravigliati, presi alla sprovvista. Molti fra gli stranieri che vivono sull’arcipelago, per esempio, dimenticano che la quinta stagione è quella delle piogge. Li senti a giugno imprecare per l’acqua che li bagna, scambiarsi post su Facebook chiedendo come vestirsi, combattere l’umidità. È sorprendente quanto sia diventato facile dimenticarci delle cose più importanti. La ragione, in questo caso, è sotto gli occhi di tutti: ne abbiamo paura. L’idea di percorrere ogni anno le quattro stagioni e attraversandole, maturare, ci spaventa. La parola maturità è diventata sinonimo di pesantezza, vecchiaia e morte. Ha perso il significato originario, reale, quello di stagionatura: il frutto buono da mangiare è quello maturo. Continua a leggere