LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 6

E finalmente iniziamo a navigare a vista. Nel senso: finalmente ci avviciniamo a concetti che sono ormai patrimonio comune sul Giappone, talmente comune che li puoi vedere colare dalle labbra di persone che di Giappone hanno un’esperienza di pochi giorni, o magari anche nessuna. Magari li hanno sentiti da qualcuno, magari no. Come per un occidentale Jesus bleibet meine Freude. Non potrai mai risalire a quando l’hai canticchiata la prima volta. È lì, radicata dentro di te, e basta.

Ebbene, che cosa si sa per certo del Giappone? Del suo consociativismo, del bisogno di fare gruppo da parte dei giapponesi, della capacità di sacrificare al gruppo tutto o più o meno tutto. Chi l’abbia teorizzato per primo è difficile da dire, più facile indicare chi ha consolidato definitivamente il concetto, l’autrice dello scritto che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario di chi guarda e ha guardato al Giappone in epoche recenti: Nakane Chie 中根千枝 e il suo Tate shakai no ningen kankei タテ社会の人間関係 (Relazioni umane in una società “verticale”), meglio conosciuto attraverso la sua celeberrima traduzione inglese di The Japanese Society (1967).

1-e58699e79c9f

E rieccola, una foto che qualcuno si ricorderà di aver già visto (Lo spirito 3). Fatta recentemente da Kinokuniya, dimostra come i testi più famosi di Ruth e Chie siano dei sempreverdi. Il “mindset” giapponese… che brutta parola.

Continua a leggere

Annunci

LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 5bis

Japan

L’ente del turismo giapponese, alle dipendenze del Ministero del Territorio, Infrastrutture, Trasporti e Turismo, nel marzo di quest’anno, a due di distanza dal terremoto, ha lanciato una massiccia campagna per invogliare il turismo in terra nipponica. A leggere il titolo – lo confesso – mi sono fregato le mani: non solo la menzione dello “spirito”, ma l’idea che avrei trovato un pozzo di riferimenti all’unicità del sentire giapponese, al non detto, a un’estetica… intangibile. E invece no. Devo dire che il pamphlet è fatto molto bene, equilibrato, qualunque accenno a delle peculiarità giapponesi è ben argomentato e “delimitato”, magari facendo appello a principi del tutto accessibili come “un profondo senso di rispetto per la natura”. Qui il sito web, con tanti filmini interessanti anche per chi il Giappone l’ha vissuto molto tempo sulla pelle: http://www.visitjapan.jp/en/

Riprendere in mano l’argomento dopo tanto tempo, e in onore alla pigrizia che si concede volentieri al lettore della rete, mi costringerebbe a fare un breve riassunto delle puntate precedenti. Per non tediare anziché rinfrescare, opto per le freccine.

Il Giappone è spesso visto come un grumo di unicità (culturali, comportamentali, sociali, estetiche, chi più ne ha più ne metta) → chi decide che a quelle che in altri paesi vengono recepite come semplici “caratteristiche”, in Giappone venga aggiunto l’aggettivo di “uniche”? In teoria il recettore, cioè il mondo esterno che guarda al Giappone → Questo porta al paradosso per cui il mondo esterno, nel lamentarsi (o nel venerare) tale unicità, contribuisce attivamente al consolidamento del suo mito → Vero ma non esaustivo. Anche il Giappone ci mette (e ci ha messo) del suo, perché gli conviene → Andiamo a vedere allora da dove nasce questo movimento di pensiero che ha un nome e un cognome: nihonjin-ron 日本人論, o nihonbunka-ron日本文化論. Continua a leggere

LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 5

C’è una frase spartiacque nella storia del Giappone contemporaneo, che a saggisti e editorialisti piace ricordare spesso:

Non è già più dopoguerra  もはや戦後ではない.

Ammorbidendo l’italiano: il dopoguerra è già alle nostre spalle.

Prendetelo alla lettera, come quando si guarda un paesaggio dal finestrino della macchina senza vederlo, e quando dagli alberi si passa ai tralicci elettrici – o dai filari d’uva ai panni stesi – ci si volta indietro cercando di recuperare tutto quello che avevamo dentro gli occhi fino a un attimo prima.

KS0010_5nonkinatousan_enlarged

Cosa voleva dire non essere più nel dopoguerra? Tante cose, una per tutte non avere più mercato per battute come quella della vignetta, “Nonkina Toosan” ノンキナトウサン (letteralmente “Un papà alla giornata”, o più liberamente “Che sera sera, papà”), fumetto molto popolare negli anni ’20 (a ridosso del Grande Terremoto del Kanto e Grande Depressione), ma di cui – non a caso – fu prodotto un remake cinematografico nel ’46. Di Asoo Yutaka 麻生 豊, il papà del titolo è in perenne ricerca di lavoro, ma sempre con una sua spensierata (rassegnata?), fatale “leggerezza”.
Dice:
-Ma perché non ci mettiamo a fare i ladri, una volta per tutte?
– Ma sei matto? Non siamo mica ridotti a questo punto!
Guarda qui, dove vanno a finire i ladri.
– In prigione?
Senti, ma… e in prigione, che gli fanno fare, ai ladri?
– Li fanno lavorare.
– Che invidia, mamma mia! 

Continua a leggere

LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 3

Cominciamo con l’introdurre un paio di concetti:

a) principio della collettività (o collettivismo)

b) cultura della vergogna

Ruth 1

Lo so, è la foto più… ovvia della Benedict, per non dire la più sputtanata (del ’37, quando la nostra aveva cinquant’anni). Ma come si fa non sceglierla…?

Ebbene, per la loro elaborazione l’immaginario occidentale sul Giappone (e con lui il nihonjin-ron) non sarà mai abbastanza grato a Ruth Benedict,  donna statunitense che ha lasciato di sé immagini che ci fanno andare col pensiero molto più alla madonna di Lourdes che a una delle prime antropologhe di statura mondiale, vittima di un attacco di cuore nel 1948 a due anni dall’uscita del suo Il Crisantemo e la spada (e lo stesso anno della sua traduzione in giapponese), e che perciò non seppe mai di aver scritto uno dei testi più longevi – se non il più longevo in assoluto – dei tanti tentativi analitici del “caso Giappone”.  Continua a leggere

LO “SPIRITO” GIAPPONESE – 2

Cominciamo col fugare un paio di (possibili) equivoci.

A dispetto del titolo, in questa serie non si vuole (e non si puote) svelare che cosa sia lo “spirito” giapponese. Non tanto perché inconoscibile (probabile ma poco… stimolante come punto di partenza), quanto perché lo scrivente nutre seri dubbi sulla sua esistenza. O meglio, nutre seri dubbi sull’esistenza di quella informe quanto fascinosa “idea” capace di convincere a scatola chiusa un pubblico di palato (fine o meno, non è importante) come quello del Maurizio Costanzo Show di cui dicevamo l’ultima volta.

Image

Vincent Van Gogh, “Prugno in fiore” (1887), da un originale di Hiroshige di una ventina d’anni prima… sempre che la datazione possa conservare qualche senso nel caso di stampe, quali sono gli ukiyo-e.

Il secondo possibile fattore sviante potrebbe essere un orizzonte d’attesa da parte del lettore coincidente con una carrellata di salaci e spumeggianti episodi e/o istantanee di esperienze personali o altrui, ammiccanti e ricche di verve. Niente di più sbagliato: la mia sarà un’asettica carrellata sui contenuti dei principali testi scientifici, o comunque con un intento accademico, che hanno contribuito a definire negli anni dal dopoguerra a oggi la corrente di pensiero del Nihonjin-ron.

A ulteriore avvertimento, aggiungo che non sarà nemmeno farina del mio sacco. Per il pane che sfamerà la vostra sete di sapere, i ringraziamenti vanno a Aoki Tamotsu 青木 保 (il nome dopo il cognome, come sempre d’ora in poi in questo testo, à la manière giapponese), antropologo di chiara fama e autore tra le molte altre cose di “L’evoluzione del Nihonbunka-ron” 『「日本文化論」の変容』. Continua a leggere