Il primo bianco

(puntata 44) di Michele Pinin

                                                                                 chi mena per primo mena due volte

La stagione delle piogge, che per molti stranieri a causa dell’alta percentuale di umidità nell’aria, rappresenta un incubo, di fatto è una fortuna. Solo con il trascorrere degli anni si riescono a cogliere gli aspetti importanti delle stagioni, ecco perché il mondo, lo mandano avanti gli anziani.
Mentre gran parte del pianeta, da metà giugno, inizia a imprecare e soffrire per il caldo, sull’arcipelago la coltre bassa delle nuvole ripara dai raggi del sole e l’umidità tonifica la pelle.
Prima di atterrare sappiamo che fra i mesi di giugno e luglio, per un periodo che va dalle tre alle sei settimane, dipende dagli anni, arriva la stagione delle piogge. Come spesso accade, il problema è l’attrito provocato fra quello che immaginiamo di vivere e la realtà di quello che ci accade. Il nostro immaginario è nutrito dalle serie televisive e film che guardiamo, da quello che scrivono gli amici su Facebook e dai pochi libri letti.
Di conseguenza sono molti quelli che ascoltando le tre parole, stagione delle piogge, vedono scorrere scene da Apocalipse Now o di altri film ambientati nella giungla del sud est asiatico dove interi battaglioni di soldati soccombono madidi di sudore. Altrimenti, fotogrammi di temporali torrenziali che abbattono palme e inondano le strade di città tropicali, portando via automobili con dentro bambini addormentati, lasciati soli da padri e madri scellerati. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 40) di Michele Pinin

                                                                                                              tante buone cose

La sera del primo gennaio arriva come un ceffone a mano aperta. Con le dita ben separate che lasciano il segno sulla guancia. Come il traino dei pescherecci che rompe i fondali e trasforma l’oceano in un polverone.
È un colpo forte che lancia un suono nell’aria, un’eco che rimane per lunghi attimi. Il gesto d’istinto con cui ti copri la guancia colpita non serve a niente. La sera del primo gennaio arriva in questo modo, con le dita ben separate di una mano forte che i ceffoni sa come tirarli.
Il traino dei pescherecci nelle reti si porta dietro detriti, pesci, molluschi e sabbia per miglia marine. Solo quello che si abbandona alla corrente e non oppone resistenza, dopo una lunga tortura, riesce a fuggire fra le maglie delle reti e riguadagna la libertà sul fondale. Cosa che non riesce a fare il tempo durante la settimana che da Natale si allunga fino al primo di gennaio. Il tuo tempo, quello che volevi trascorrere facendo qualcosa di speciale e la sera del primo gennaio ti accorgi di averlo sprecato.
La settimana fra Natale e Capodanno è la festa internazionale della tortura, la celebriamo insieme a delle persone con le quali non vorremmo stare. Ogni minuto di quelle giornate, lunghe come le puntate dell’Odissea alla televisione, immaginiamo di essere altrove, in luoghi caldi, fra le gambe di amanti che non possiamo confessare. Mangiamo e beviamo quello che ci capita a tiro, per dimenticare e alleviare i nostri sensi di colpa, in nome di una scadenza e un rinnovamento, la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo, che sappiamo non esistere davvero. Anno nuovo, vita nuova: la prima menzogna dell’anno. Continua a leggere

Il primo bianco

(trentesima puntata) di Michele Pinin

                                                    “Cosa accadrebbe se nel mondo non esistesse l’attrito?”
                                                    “Se non esistesse l’attrito, tutto quello che c’è sulla terra
                                                     sarebbe risucchiato nello spazio dalla forza centrifuga
                                                     della rotazione” 

  

Le piace sul tavolo. Anche la paura che la gambe possano cedere, le piace. Non le sue gambe, quelle del tavolo. Le piace la distanza fra i volti, l’oscenità di mostrarsi aperta in quel modo che le fa abbassare le palpebre. Il fatto che alla fine, le annaffia la pancia, a volte il seno. Le piace farsi trovare pronta, aperta sul tavolo. Spalancata. Come un’ostrica. Rossa per la vergogna che allo stesso tempo la eccita, perché l’oscenità di quella posizione, mette alla prova chi apre la porta, entra nella stanza e se la trova davanti. Ha spento le luci. Nel buio della camera, buio pesto, prima di sdraiarsi sul tavolo ha tirato le tende da giorno e quelle da notte, pensa mille cose. Si sente una stupida e si sta giocando quasi tutto: l’autostima, la fiducia nel mondo e la carriera.
Aperta la porta e accesa la luce, dopo la sorpresa iniziale, chi entra avrà solo due scelte. Entrambi avranno solo due scelte. O meglio due destini. L’abbandono o l’imbarazzo. In un lampo potranno misurare i confini dell’immaginazione e sapranno uno dell’altro più di quanto necessario. La frontiera è quella dell’oscenità della sua posizione, il limite che distingue il sogno dalla realtà. Prova a calcolare di nuovo quante reazioni hanno lui e lei a disposizione. E’ una settimana che fa questi calcoli, senza confidarlo a nessuno. Non è arrivata a nessuna conclusione se non a quello di farlo e basta. Sdraiarsi sul tavolo e aspettarlo a gambe aperte. Quella scena l’ha immaginata e l’ha vista, quante volte? Ha già provato quasi tutte le sensazioni, almeno quelle cinematografiche, che immagini e non senti. Se vince l’imbarazzo, lei dovrà scendere nuda dal tavolo, bloccare la rotazione terrestre, sperare che lui non aggiunga altro, finire di rivestirsi e il giorno dopo fare finta di niente. E’ una scommessa. Continua a leggere

Il primo bianco

(ventinovesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                   una volta che sbagli il primo bottone
                                                                                   tutti gli altri risultano spostati

                                                                                   
Ci sono delle cose che devi fare quando lavori al giornale. Non importa cosa o come né quando. Non hai bisogno di cercare tante motivazioni, se hai scelto di lavorare al giornale, certe cose le fai. La tredicesima e i benefit li prendi, non dici nulla, compri quello che vuoi, due volte l’anno porti la famiglia in vacanza. Sei contento. Allo stesso modo adesso, proprio ora, devi tirare diritto.
Era questo che Morita, con l’ultima mail, aveva voluto ricordare a Hirose. Però aveva sbagliato esempio. La famiglia in vacanza, Hirose, non l’avrebbe più portata; stava divorziando e proprio lui, Morita, era stato il primo a sapere la notizia. Quando la mail arriva sul telefonino e rimbalza dallo schermo negli occhi, Hirose sta per cenare. È la prima volta, dopo settimane che è riuscito a evitare di riempire la camera d’albergo (puntata 22) di stuzzichini, patatine fritte e barre di cioccolato. Al buio della stanza, questa sera la televisione riposa, mentre lui ha fatto due passi e ha raggiunto La Foresta Nera. Si è seduto e ha tirato fuori dalla borsa un libro e due giornali. Li ha messi sul tavolo, prima di sedersi. I giornali e il libro devono difenderlo dagli sguardi delle coppie sedute nel ristorante. L’ultima volta era venuto con Okada, oggi è solo. Si sente a disagio e allo stesso tempo ha voglia di cenare e non solo nutrirsi con qualcosa di impacchettato. Continua a leggere

Il primo bianco

(diciottesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                      i fatti della pentola li sa il coperchio

E’ ingrassato, si è fatto crescere la barba. Due conseguenze della stessa causa: la trascuratezza. Hirose questo non lo ammette, pensa che essere diventato più grosso (e non grasso) vivendo al nord, con quel freddo, è naturale. Lo stesso vale per la barba. E poi va di moda. Nella redazione del Giornale di Niigata, il quotidiano locale di proprietà degli azionisti del Corriere, gli è capitato di sfogliare l’Uomo Elegante, una di quelle riviste patinate che sono dei contenitori. Ogni servizio, ogni intervista e reportage sono scritti per pubblicizzare qualcosa che non è mai nominato. Fare un servizio sul numero sempre più alto di uomini giapponesi che si lasciano crescere, baffi, basette o pizzo, è un richiamo a prestare attenzione al proprio aspetto, alla necessità di buttare via il vecchio rasoio che gira in bagno e sostituirlo con uno nuovo che aderisca veramente alle linee del volto. E’ venuto anche il momento di cambiare la schiuma da barba. Forse è ora di comprare delle camicie diverse con un collo più alto che metta in risalto le basette o il pizzo. La sfoglia facendo finta di essere distratto e di aspettare qualcuno, mentre si chiede se non sia il caso di curarla quella barba che lascia crescere incolta. Continua a leggere