E voi ci riuscite?

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Ma come si chiudono i Gyouza?

E, prima di tutto, che cosa sono i gyouza?

I gyouza sono i ravioli cinesi. Quelli che si chiudono a “mezzaluna” e si preparano in vari modi.

Probabilmente voi li conoscerete anche con un nome diverso, in base al vostro luogo di residenza e lingua.

Io, sinceramente, nonostante una passione per il cibo cinese che coltivo fin dai tempi delle scuole superiori, confesso di non averli mai assaggiati prima di arrivare in Giappone. Forse non rientravano nel target dei ristoranti cinesi in Italia? O forse in Italia preferiscono altri tipi di sfoglia con ripieno? Non saprei dire, ma posso confermarvi che i gyouza sono stati una piacevole sorpresa quando sono arrivata in Giappone. Il tipo più diffuso è quello da cuocere in padella o sulla piastra, e oggi desidero parlarvi proprio di lui. Continua a leggere

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Allora, quando facciamo questo esame?

 

(Dedicato all’amica Tatiana Vicentini. Mentre scrivevo mi è venuto spontaneo pensare che, in una situazione del genere, avrebbe saputo trovare battute migliori delle mie).

Eccomi sempre qui alla scuola guida giapponese.
Qualche giorno fa ho terminato le lezioni di teoria, e – sempre nello stesso giorno – mi hanno dato il modulo da compilare per chiedere di partecipare all’esame. A quanto sembra, il mio modo di guidare dovrebbe aver raggiunto un livello accettabile…

Allora farò il test per il permesso di guida?”
(Quel pezzo di carta che mi serve per poter guidare fuori dall’autoscuola)

Si, ma prima deve superare il test di prova”
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E finalmente, la scuola guida giapponese!

Non so se vi ricordate, ma io avevo già raccontato del mio desiderio di prendere la patente, e delle procedure che occorre seguire in questi casi. Però il discorso era rimasto in sospeso, sommerso da un sacco di cose da fare, e dalla paura di sbagliare di fronte a un progetto così grande, e – diciamolo – veramente costoso.

Ma finalmente abbiamo rotto il ghiaccio: qualche minuto di presentazione e controllo dei miei documenti, ed ero iscritta. Il momento più emozionante della mia vita! Certo, l’idea di spendere una fortuna per la patente non mi riempie di gioia, ma di sicuro avrei dovuto farlo molto prima!! Continua a leggere

Come sono arrivata fin qui?

Mi sono accorta di una cosa…
In questi anni, grazie al lavoro comune con gli altri compagni di viaggio, voi avete appreso della mia esistenza. Sapete che vivo in Giappone e che, qualche volta, vi racconto qualcosa. Pochino, in realtà, ma oggi mi sono accorta di una grave mancanza!
Non mi sono ancora presentata.


Non l’ho fatto per presunzione, direi piuttosto per una sorta di “stanchezza” che mi assale ogni volta che mi trovo a raccontare la mia storia. Ai miei occhi ho una vita comune: casa, famiglia, figlio e un lento ritorno al lavoro. Potrebbe essere uguale alla vita di tante altri italiani, sia in patria che all’estero, ma io vivo in Giappone.
In questi ultimi anni, il Giappone e’ diventato una sorta di “Terra Promessa” per gli italiani: mi è capitato di sentire, o di leggere, lo stesso tipo di ragionamento migliaia di volte… L’Italia è in crisi, non ci si trova bene, si vuole emigrare e allora… Si vorrebbe andare in Giappone.
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Casa in Giappone?

Dopo sei anni in un appartamentino di 54 mq, ci siamo trasferiti a fine ottobre 2014.
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La nostra prima “casa” si trovava in un mini condominio con otto appartamenti, divisi su due piani e in due blocchi diversi. Insomma, era una sistemazione abbastanza discreta, nei limiti del significato che possiamo dare a questo termine.
Come saprete, in Giappone costruiscono usando il legno per questioni anti-sismiche: questo porta spesso e volentieri a costruire case che reggono in caso di terremoto, ma hanno pareti sottili e ambienti difficili da riscaldare in inverno e rinfrescare in estate. Le costruzioni possono essere o meno recenti, perché nonostante quello che si legge esistono ancora edifici degli anni ’70 che se la cavano più che bene.
Ecco, noi abitavamo in un piccolo condominio costruito negli anni ’70.
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Le caratteristiche principali, che ci avevano convinto, erano l’estrema tranquillità del luogo, la vicinanza alla stazione e la presenza di varie strutture in zona.
L’aspetto negativo più eclatante era lo spessore delle pareti… Per darvi un’idea, io potevo aprire la finestra e stringere in mano i due lati del paramento murario della mia casa (meglio specificare che ho le mani molto piccole!). Questi muri “di carta” permettevano di sentire qualsiasi cosa succedesse al piano di sopra, così come far sentire quello che accadeva da noi alla gente che passava per strada.
Poi, immancabili in ogni casa giapponese, avevamo scarafaggi in quantità: la costruzione, come accadeva spesso in passato, poggiava su una sorta di piattaforma di legno, con uno spazio libero tra la base del pavimento e il suolo (ricavato per aiutare la circolazione dell’aria, secondo due miei studenti sessantenni). Agli scarafaggi, bontà loro, non sarà parso vero, avere a disposizione uno spazio per la ricerca del cibo aperto ventiquattro ore su ventiquattro. A noi umani, al contrario, questa convivenza forzata non piaceva molto.


Come dicevo, a fine ottobre ci siamo trasferiti.
Risparmierò (per ora) i dettagli, che saranno oggetto di un prossimo post, e mi limiterò alla descrizione della nostra nuova casa. Considerato che non siamo ancora in estate, e non abbiamo ancora avuto modo di fare conoscenza con gli scarafaggi del luogo, penso che ne verrà fuori un ritratto positivo.
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