Il primo bianco

(ventiseiesima puntata) di Michele Pinin

                                                                                         io sono nato per vivere morendo

– Il succo è che prima devi imparare qualcosa, altrimenti non ti diverti. Poi a una certa età, non ti diverti più, anche imparando qualcosa di nuovo. Allora capisci che avresti dovuto fare dei figli, almeno si sarebbero divertiti loro, al tuo posto. –
Queste le parole che Abe uscita dall’ospedale, stringendo le spalle nell’impermeabile nuovo, troppo sottile per il vento gelido che soffia dalla Siberia, si ripete cercando qualcosa sul marciapiede da prendere a calci. È difficile trovare qualcosa da calciare perché sono puliti, i marciapiedi, e non ci sono lattine o avanzi di cibo, riviste o fogli di giornale. Comunque è un bene che non ci sia niente da colpire per strada, anche questa sera indossa le babbucce di Ferragamo e si farebbe male alle dita dei piedi. Le babbucce, chi le chiama più così quelle scarpe basse, leggere, con un fiocchettino davanti? Abe non riesce ancora a credere alle sue orecchie e alle sue labbra. Il succo è. Solo un maschio poteva iniziare una frase in quel modo. Il succo di quale pianta, di quale frutto? Come si permetteva di giungere a quella drastica conclusione e giudicarla in quel modo? Quanti mesi erano stati insieme per avere il diritto di giudicarla? Ormai quasi un anno, le aveva risposto. Era ormai un anno che mischiavano i succhi. No, questo non lo aveva detto, per fortuna, almeno questa gliel’aveva risparmiata. Non resiste e scalcia l’aria fredda, la polvere che non c’è. Deve fare qualcosa, rischia l’autocombustione o di volare e scoppiare in aria come un palloncino di Disneyland.
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