Pearl Harbor

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La corazzata California mentre affonda

 «Lo sapevate? Lo sapevate?», esplose stupefatto Adriano; mai la verità gli era parsa tanto lampante ed evidente come adesso.
«Certo che lo sapevamo, imbecille!», vomitò il generale McKenzie in un impeto di rabbia. «La finta provocazione, seguita dall’oltraggiata risposta è il canovaccio ideale per muovere una popolazione pavida e affogata nei suoi problemi quotidiani. È una tattica talmente buona che continuano a usarla anche oggi. Senza neanche un tocco di originalità… tanto chi se ne accorge?»

[da Grikon]

Il 7 Dicembre ricorre l’anniversario dell’attacco giapponese contro la base di Pearl Harbor, nelle Hawaii. In due  ondate di attacchi, circa 200 caccia e bombardieri, partiti da una task force di 6 portaerei,  danneggiarono tutte le corazzate e molti incrociatori  alla fonda nel porto, cogliendo i militari di sorpresa e causando circa 2400 vittime.

Impeccabile dal punto di vista tattico, la vittoria fu un fallimento dal punto di vista strategico. La maggior parte delle navi furono riportate a galla e molte di esse ripresero servizio nel secondo conflitto mondiale. Inoltre le portaerei, vera chiave della guerra del Pacifico (a partire proprio dall’attacco di Pearl Harbor) avevano lasciato la base giorni prima per una serie di esercitazioni.

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La rotta seguita dalla flotta giapponese per attaccare Pearl Harbor
(da qui)

Inoltre, a causa di una serie di ritardi nella stesura della dichiarazione di guerra , l’attacco avvenne prima che gli Stati Uniti fossero informati dai canali diplomatici. Lo shock della popolazione per il proditorio attacco portò gli USA – sino ad allora neutrali – a dichiarare guerra al Giappone ed altre potenze dell’Asse.

Inoltre l’attacco si basava sul presupposto errato che – a seguito di un attacco in Indocina – gli USA sarebbero intervenuti in soccorso degli inglesi e quindi la flotta statunitense dovesse essere preventivamente fermata.

Come risultato del clima di sospetto per il nemico giapponese, tutti i cittadini americani di origine nipponica furono rinchiusi in campi di internamento sino alla fine della guerra e persero tutte le loro proprietà.

Husband Kimmel e Walter  Short, comandanti della forze della marina e dell’esercito a Pearl Harbor furono tacciati di incompetenza e usati come capri espiatori sia dal governo che dall’opinione pubblica, che non si riusciva a capacitare dell’enorme sconfitta subita.

Furono necessari decenni prima che la storiografia potesse stabilire il loro corretto comportamento, alla luce delle scarse informazioni e delle limitate risorse loro disponibili. I due generali sono infatti ora ritenuti non responsabili per non aver protetto a sufficienza le istallazioni militari, mentre la reale responsabilità della mancanza di preparazione è  da attribuirsi ai superiori di Washington. (Infatti i due non furono mai posti sotto corte marziale, per evitare di far affiorare le colpe dell’apparato militare statunitense).

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Ma erano colpe reali? Resta infatti attuale la vecchia domanda: quanto sapeva il governo USA dell’imminente attacco?

Secondo molti questo è stato il primo complotto in grande scala del governo USA, per convincere una popolazione indecisa ad entrare in guerra.  Le teorie abbondano, da  generali immaginari dei romanzi, alle fiction sino ai più seri studi storici che si sono avvalsi anche delle recenti informazioni declassificate grazie al Freedom of Information act.

Quel che è certo è che i codici dei giapponesi erano stati decrittati da tempo, inclusi quelli criptati dalle segretissime (ma con vari punti deboli) macchine “purple” ( Angōki B-kata (暗号機B型), per cui è certo che almeno una parte del governo USA  era   a conoscenza che una  dichiarazione di guerra – se non un attacco – fosse imminente.

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L’Ammiraglio Yamamoto

La perfetta conoscenza delle comunicazioni giapponesi permise infatti agli USA di avere la meglio – sei mesi dopo – nella battaglia delle Midway, passando al contrattacco che avrebbe portato alla capitolazione del Giappone nel 1945. Esattamente come aveva previsto l’ammiraglio Yamamoto, ideatore  dell’attacco a Pearl Harbor. Il genio militare giapponese aveva studiato negli USA ed era convinto che la sua nazione non avrebbe mai potuto vincere contro gli americani. La sua strategia era piuttosto di negoziare una pace entro un anno dall’inizio delle ostilità. Purtroppo – sempre grazie alla lettura in chiaro dei codici – un attacco mirato portò nel 1943 all’abbattimento dell’aeroplano su cui viaggiava. L’ammiraglio fu trovato morto mentre stringeva ancora tra le mani la sua katana.