L’attacco dei giganti: recensione

L’attacco dei giganti nasce come manga di Hajime Isayama e fin dalla sua prima uscita nel 2009 ottiene un enorme successo (più di 50 milioni di copie vendute); nel 2013 ne è stata realizzata la trasposizione in serie animata, con una seconda serie prevista per il 2016.

 La storia è – soprattutto nelle premesse – valida: nel passato la terra ha subito l’attacco di misteriosi quanto potentissimi giganti o golem, mostri dalle fattezze umane per quanto orrendamente deformi. Unico obiettivo di questi golem è quello di mangiare la razza umana, che, impossibilitata a combatterli, è costretta a vivere in un territorio ristretto, protetto da tre cinte concentriche di mura. Quando la prima cinta muraria viene sfondata dai titani, i protagonisti – Erren, Armin e Mikasa – ancora bambini, sono costretti a fuggire ritirandosi  nel secondo perimetro. Anni dopo i ragazzi, ormai cresciuti, entrano a far parte di un’unità di elite dell’esercito volta a combattere i titani mirando al loro unico punto debole, la nuca.

Come anticipato, le premesse sono interessanti e l’ambientazione – a metà tra il medioevale ed il rinascimentale – è ben realizzata. Tuttavia sia l’anime che il manga soffrono di un’eccessiva lentezza nello svolgimento della storia e di una serie di clichés (vedi lo spoiler alla fine dell’articolo) che ne riducono notevolmente l’impatto o quanto meno l’originalità.

boh, a me hanno detto di recitare così

Nel 2015 è stato realizzato un film “dal vivo” (qui il trailer), diretto da Shinji Higuchi, che narra le vicende dei primi episodi. Per necessità  di narrazione la storia è stata notevolmente condensata pur mantenendone gli elementi essenziali. La pecca maggiore del film è l’incapacità recitativa degli attori che incarnano i personaggi principali. Per dirla alla René Ferretti di  “Boris”, “sono cani, cani senza appello”.

Una difesa d’ufficio potrebbe argomentare che lo “stile” recitativo ricalca quello tipico delle recenti serie di Kamen Rider e Super Sentai. Anche in questo caso la recitazione è quanto meno forzata e di basso livello, ma, come parziale giustificazione, va specificato che queste due serie sono mirate ad un pubblico di età inferiore agli otto anni. In un film come L’attacco dei giganti questa scusante viene a mancare in quanto, dato il sangue e il gore (uno dei punti di forza del regista), è palesemente rivolto ad un pubblico quantomeno adolescenziale. Il film è stato comunque un successo in Giappone, dove ha incassato 2.6miliardi di yen (20 milioni di euro) ed è prevista una seconda parte per settembre 2015.

SPOILER: il protagonista è dotato di superpoteri: diventa anche lui un “gigante buono” e combatte dalla parte degli esseri umani. #mappeffavore

Il vero Terminus: la Fondazione di Asimov diventa un manga.

La Sideranch giapponese ha iniziato nell’ottobre 2013 la trasposizione della saga della Fondazione di Isaac Asimov. Il tratto, pulito ed essenziale, rende onore ai personaggi dei romanzi, restando fedele alla caratterizzazione dell’autore.

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Anche nella narrazione delle vicende si nota con piacere  l’aderenza quasi maniacale al testo originale. Non solo nomi ed i ruoli sono traslitterati fedelmente, ma numeri, cifre e date presenti nel manga coincidono con quelli del romanzo,  a sottolineare la passione dei curatori.

Nella concezione delle storie della Fondazione, originariamente pubblicate ad episodi a  partire dal 1942, Asimov trasse ispirazione  dal “Declino e caduta dell’impero romano”, di Edward Gibbon. La monumentale opera dello storico anglosassone descrive il  crollo dell’Impero romano dalle prime avvisaglie sino alla sua fine in occidente nel V secolo e un millennio dopo in oriente.

Il primo volume,di quasi 300 pagine, copre le prime tre storie di Fondm2Clipboard01azione. Nel primo capitolo incontriamo Hari Seldon ed il suo futuro successore, Gaal Dornick. Assistiamo quindi alla nascita della Fondazione su un pianeta nella estrema periferia galattica ed ai suoi primi scontri con i sistemi vicini. Lo scopo apparente è di redigere una onnicomprensiva Enciclopedia Galattica, ma l’obiettivo reale è quello di preservare scienza e tecnologia evitando che periscano nel crollo dell’impero galattico, in analogia a quanto avvenuto in Europa nel Medioevo.

Il nome del pianeta cui viene posta la Fondazione, Terminus, ha un valore simbolico molto importante per Asimov, che  dichiara di aver letto per ben due volte l’opera di Gibbon: Terminus era infatti il dio romano preposto alla guardia dei confini dell’impero. Era rappresentato da una  massiccia pietra  posta nel tempio di Giove sulla collina del Campidoglio. Nelle parole di Gibbon solo Terminus, di tutte le divinità inferiori,  aveva rifiutato di piegarsi al volere di Giove e gli àuguri avevano dedotto che i confini di Roma non si sarebbero mai ritirati sino a che il dio fosse rimasto al suo posto.

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Leggendo il manga si ripercorre con piacere ancora una volta le vicende della saga di Asimov, notando come sia possibile effettuare adattamenti (e remake) con successo restando fedeli al testo originale.

Purtroppo al momento il manga non è disponibile in italiano anche se si trova su Amazon japan. È però auspicabile che una edizione tradotta compaia quanto prima, non solo per gli appassionati di vecchia data, ma soprattutto per chi non ha avuto ancora modo di gustare le storie di uno dei giganti della fantascienza classica.