Yoshio Nishina: Lo scienziato che tentò di scongiurare Nagasaki

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Nishina (a destra) implora inutilmente i militari americani di non gettare i ciclotroni nella baia di Tokyo

Parleremo di questo argomento con gli amici di Radio3Scienza alle 11:30 italiane del 6 Agosto:  http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-1314fddc-9281-42dc-9229-297d4febf5c8.html?refresh_ce

Il 6 Agosto 1945 la città di Hiroshima fu rasa al suolo dal primo ordigno nucleare della storia: circa 140.000 giapponesi furono uccisi istantaneamente dall’esplosione o morirono successivamente a causa delle ustioni e delle radiazioni.

La bomba, denominata Little boy, era di concezione semplice quanto efficace: un esplosivo convenzionale lanciava un cilindro cavo di uranio verso una serie di dischi dello stesso materiale. Il materiale fissile raggiungeva un peso complessivo di 64 chili, superiore alla massa critica necessaria per innescare una reazione nucleare a catena dal potere distruttivo di 11 chilotoni, equivalente cioè a 11.000 tonnellate di esplosivo convenzionale.

Solo grazie agli enormi mezzi ed investimenti degli Usa – più di due miliardi di dollari dell’epoca, convogliati nel segretissimo progetto Manhattan – fu possibile impiegare a fini bellici le ultime scoperte della fisica nucleare. Liberando le energie che tengono insieme i nuclei atomici, si sviluppava una forza distruttiva milioni di volte più potente di quella degli esplosivi chimici basati sui meri legami molecolari. Continua a leggere

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La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Seconda parte)

Riceviamo e volentieri postiamo un testo di Pio d’Emilia, giornalista (http://www.ilfattoquotidiano.it/oriente-furioso/) e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, dal titolo: La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, una pagina inedita di storia politica e diplomatica. (seconda parte)

Il contesto storico: l’Italia nell’Estremo Oriente

Prima di affrontare la questione principale, e’ cioe’ gli eventi successivi all’armistizio del 1943 e alla  dichiarazione di guerra del 15 luglio 1945, e’ forse utile fotografare la presenza italiana in Estremo Oriente dell’epoca. Secondo dati abbastanza attendibili – corrispondenza privata tra gli ambasciatori Taliani (Pechino) e Indelli (Tokyo), entrambi poi accumunati dal triste destino di internamento e prigionia, memoriale Jannelli e altra documentazione ufficiale rinvenuta presso l’Archivio Storico del MAE – vi erano, alla vigilia dello scoppio della guerra, circa 3000 cittadini italiani in Estremo Oriente. Per la maggior parte si trattava di uomini in uniforme, qualche commerciante, una manciata di studiosi, alcuni missionari. Ma con l’attacco della Germania alla Russia, nel giugno 1941, l’interruzione delle linee marittime dal Giappone (dopo gli accordi di Tokyo con il governo fantoccio di Vichy) e la seconda infiltrazione giapponese in Asia, l’Estremo Oriente rimase praticamente isolato dal resto del mondo. In base ai risultati di questa ricerca,  gli unici italiani che dopo questa data riuscirono a raggiungere l’Estremo Oriente furono  i gia’ citati  Consigliere d’Ambasciata Pasquale Iannelli ed il dr. Michelangelo Piacentini – sorpresi dalla guerra russo tedesca mentre erano  in viaggio sulla ferrovia transiberiana[19], e l’Addetto Navale presso la stessa ambasciata, ammiraglio Balsamo, il quale, attraverso Spagna, Portogallo, Brasile ed Argentina,  riusci’  ad imbarcarsi sull’ultima nave  che dal Sudamerica salpo’ per il Giappone. In senso inverso, l’unico italiano che sia riuscito a tornare in Italia e’ stato invece l’ex console di Manila, tale Rossi, rifugiatosi in Giappone dopo la chiusura dei consolati italiani in territori USA e imbarcatosi come clandestino su un piccolo battello giapponese partito il 16 agosto da Yokohama per il Messico per caricare petrolio. Continua a leggere

I campi di internamento dei giapponesi nell’America della Seconda Guerra Mondiale (integrazione)

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Ginnastica a Manzanar, Sierra Nevada. Sullo sfondo, i monti Williamson

Mentre ero in tutt’altre letture affaccendato (Inoue Hisashi 井上ひさし, “Lezioni di giapponese” 日本語教室, Shinchosha, 2011) mi sono imbattuto in alcuni dati che riguardavano la deportazione di giapponesi – naturalizzati americani – nei campi di concentramento in seguito all’attacco di Pearl Harbour, di cui si era già trattato.

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Frutta e verdura… americane

(…) le loro attività commerciali e possedimenti liquidati per pochi spiccioli, spesso da profittatori senza scrupoli“. E magari il lettore pensa: e chissà che potevano mai possedere dei giapponesi emigrati in terra straniera… e invece gratta gratta pare che nel 1941 i giapponesi controllassero il 60% della distribuzione in tutta la California. Non solo: il 65% delle lavanderie (vecchio cliché che perseguita le minoranze di immigrati orientali e che forse tanto cliché non era). O ancora il 70% delle coltivazioni di verdure, in uno stato a produzione prevalentemente agricola, non dimentichiamolo. I giapponesi si erano adattati cioè ad acquistare i terreni  meno appetibili, come quelli sotto le linee dell’alta tensione, rischiosi ma economici, si erano messi di buzzo buono e avevano creato qualcosa di serio.

Fu loro consentito di prendere solo quello che potevano portare con sé“. Quel che gli venne consentito di portare con sé, nei fatti, fu quanto riusciva a entrare in una scatola di 80x80cm.

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Richard Kobayashi, internato a Manzanar.

Già che ci sono, concludo con un altro pezzo del libro di cui sopra, laddove dice (p. 117, traduco a braccio): “Per concludere, vi vorrei parlare di un saggio di una professoressa di sociologia dell’università di Boston, Mary White: “L’America è un buon Paese?”. (…)

– L’America è un buon Paese?

“Sì” dice la White, ma poi aggiunge: “se lasciamo da parte la schiavitù, l’oppressione delle popolazione indigene, l’internamento degli emigranti giapponesi, i bombardamenti indiscriminati sui civili, lo sgancio di bombe atomiche, la guerra del Vietnam”. Quasi a volerci fare un piacere, la stessa poi scrive anche: 

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Dal San Francisco Chronicle, 2 aprile 1905

– Il Giappone è un buon Paese?

E anche lì dice “sì, è un Paese meraviglioso”, per poi aggiungere un altro “ma”: “tralasciando la colonizzazione di Taiwan e della penisola coreana, la creazione dello stato fantoccio del Manchukuo, e poi la discriminazione verso Ainu e Okinawa, e quella degli strati abietti della società (i buraku 部落 ndr), per poi passare all’oppressione dei residenti di origine nord e sud coreana, il problema delle “donne di conforto”, o il massacro di Nanchino”.

Un Paese perfetto non esiste. Prima o poi, da qualche parte, commetterà degli errori. Per coloro che si accorgono dell’errore e soffrendo cercano di superarlo con le proprie forze, esiste un futuro. Possibilità negata invece a coloro che continuano a nasconderlo, quell’errore. In altre parole, i cittadini degli altri paesi vedono questi loro simili che tra mille sofferenze cercano di andare avanti, e a tale vista si commuovono e sentono nascere un senso di fiducia. Al contrario, coloro che affermano che il proprio Paese ha compiuto solo azioni positive, o che all’epoca non c’era altra scelta, ebbene possono anche sembrare dei patrioti a prima vista, ma per la loro Patria non esiste un futuro. Perché negli altri paesi nessuno si fiderà di loro.

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Rachel Karumi, ritratto

(foto di Ansel Adams, tratte da qua qua e qua. Qui un sito di approfondimento molto ricco, e bilingue)

Pearl Harbor

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La corazzata California mentre affonda

 «Lo sapevate? Lo sapevate?», esplose stupefatto Adriano; mai la verità gli era parsa tanto lampante ed evidente come adesso.
«Certo che lo sapevamo, imbecille!», vomitò il generale McKenzie in un impeto di rabbia. «La finta provocazione, seguita dall’oltraggiata risposta è il canovaccio ideale per muovere una popolazione pavida e affogata nei suoi problemi quotidiani. È una tattica talmente buona che continuano a usarla anche oggi. Senza neanche un tocco di originalità… tanto chi se ne accorge?»

[da Grikon]

Il 7 Dicembre ricorre l’anniversario dell’attacco giapponese contro la base di Pearl Harbor, nelle Hawaii. In due  ondate di attacchi, circa 200 caccia e bombardieri, partiti da una task force di 6 portaerei,  danneggiarono tutte le corazzate e molti incrociatori  alla fonda nel porto, cogliendo i militari di sorpresa e causando circa 2400 vittime.

Impeccabile dal punto di vista tattico, la vittoria fu un fallimento dal punto di vista strategico. La maggior parte delle navi furono riportate a galla e molte di esse ripresero servizio nel secondo conflitto mondiale. Inoltre le portaerei, vera chiave della guerra del Pacifico (a partire proprio dall’attacco di Pearl Harbor) avevano lasciato la base giorni prima per una serie di esercitazioni.

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La rotta seguita dalla flotta giapponese per attaccare Pearl Harbor
(da qui)

Inoltre, a causa di una serie di ritardi nella stesura della dichiarazione di guerra , l’attacco avvenne prima che gli Stati Uniti fossero informati dai canali diplomatici. Lo shock della popolazione per il proditorio attacco portò gli USA – sino ad allora neutrali – a dichiarare guerra al Giappone ed altre potenze dell’Asse.

Inoltre l’attacco si basava sul presupposto errato che – a seguito di un attacco in Indocina – gli USA sarebbero intervenuti in soccorso degli inglesi e quindi la flotta statunitense dovesse essere preventivamente fermata.

Come risultato del clima di sospetto per il nemico giapponese, tutti i cittadini americani di origine nipponica furono rinchiusi in campi di internamento sino alla fine della guerra e persero tutte le loro proprietà.

Husband Kimmel e Walter  Short, comandanti della forze della marina e dell’esercito a Pearl Harbor furono tacciati di incompetenza e usati come capri espiatori sia dal governo che dall’opinione pubblica, che non si riusciva a capacitare dell’enorme sconfitta subita.

Furono necessari decenni prima che la storiografia potesse stabilire il loro corretto comportamento, alla luce delle scarse informazioni e delle limitate risorse loro disponibili. I due generali sono infatti ora ritenuti non responsabili per non aver protetto a sufficienza le istallazioni militari, mentre la reale responsabilità della mancanza di preparazione è  da attribuirsi ai superiori di Washington. (Infatti i due non furono mai posti sotto corte marziale, per evitare di far affiorare le colpe dell’apparato militare statunitense).

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Ma erano colpe reali? Resta infatti attuale la vecchia domanda: quanto sapeva il governo USA dell’imminente attacco?

Secondo molti questo è stato il primo complotto in grande scala del governo USA, per convincere una popolazione indecisa ad entrare in guerra.  Le teorie abbondano, da  generali immaginari dei romanzi, alle fiction sino ai più seri studi storici che si sono avvalsi anche delle recenti informazioni declassificate grazie al Freedom of Information act.

Quel che è certo è che i codici dei giapponesi erano stati decrittati da tempo, inclusi quelli criptati dalle segretissime (ma con vari punti deboli) macchine “purple” ( Angōki B-kata (暗号機B型), per cui è certo che almeno una parte del governo USA  era   a conoscenza che una  dichiarazione di guerra – se non un attacco – fosse imminente.

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L’Ammiraglio Yamamoto

La perfetta conoscenza delle comunicazioni giapponesi permise infatti agli USA di avere la meglio – sei mesi dopo – nella battaglia delle Midway, passando al contrattacco che avrebbe portato alla capitolazione del Giappone nel 1945. Esattamente come aveva previsto l’ammiraglio Yamamoto, ideatore  dell’attacco a Pearl Harbor. Il genio militare giapponese aveva studiato negli USA ed era convinto che la sua nazione non avrebbe mai potuto vincere contro gli americani. La sua strategia era piuttosto di negoziare una pace entro un anno dall’inizio delle ostilità. Purtroppo – sempre grazie alla lettura in chiaro dei codici – un attacco mirato portò nel 1943 all’abbattimento dell’aeroplano su cui viaggiava. L’ammiraglio fu trovato morto mentre stringeva ancora tra le mani la sua katana.

Il primo bianco

(ottava puntata) di Michele Pinin

                                                                              non rientrare in te stesso, esci fuori

Ci sono persone che i figli non li dovrebbero fare. Così dicono in montagna, sulle Alpi occidentali, ai confini con la Francia. Qualcuno dice che il primo a dirla questa frase è stato Napoleone, altri Giulio Cesare e altri ancora Annibale. Una frase terribile. Raramente osiamo pensarla e quasi mai la tiriamo fuori dalla bocca. Però rimane nel nostro vocabolario, in agguato. Adele e Luca quella frase se la sono sentita dire un giorno, più di vent’anni fa. Abilmente sono subito riusciti a rimuoverla, perché proprio in quei giorni, quando quella frase gliel’avevano non urlata, ma quasi sussurrata in faccia, erano impegnati in un trasloco sventurato, lei si era rotta una caviglia travolta da uno dei tappeti del soggiorno sgusciato fuori dal camion della ditta di trasporti. Poi, come capita, una ventina di anni dopo, la frase gli era tornata in mente, a tutti e due, nello stesso momento, una mattina a colazione, quando Luca ha detto: chissà come sta il Franco. Era tornata come un boomerang lanciato nella notte che aveva avuto bisogno di tutti quegli anni per sorvolare oceani, continenti, capitali e dall’Australia arrivare a casa loro, nelle prime ore di una mattinata di settembre, quando erano tutti e due in balcone a bere il caffè e colpirli al petto. Il calcio di un mulo alla bocca dell’esofago. Con gli occhi strabuzzati, tentando di raggiungere la cucina, lasciando andare le tazze sul pavimento del balcone, cercando di spostare le tende. Non sanno cosa fare, manca l’aria, sono contenti di ritrovarsi seduti e non morti e pazienza per le tazze. Ce ne regaleranno delle altre. Continua a leggere