Il primo bianco

(puntata 51) di Michele Pinin
Epilogo – parte 2

                                                                                                                   tempo buzzo

È così difficile parlare di noi in maniera pacata e obbiettiva. Sia da giovani che dopo i cinquant’anni quando ci sentiamo maturi. Due età, la giovinezza e la maturità, che ci illudono. Nella prima, proprio perché giovani, crediamo che amici e conoscenti perdoneranno le nostre affermazioni più avventate. È rassicurante pensare che la persona a cui ci rivolgiamo non ci prenderà troppo sul serio, garantendoci così, quando diciamo delle sciocchezze, una seconda possibilità. A cinquant’anni dovremmo ormai sapere quello che diciamo; chi ci ascolta muove la testa con cenni di assenso, sembra approvare le nostre affermazioni, ma probabilmente pensa che sei vecchio più che maturo, e quindi che vuoi stare a commentare, lascialo parlare.
Ecco perché in molti casi è meglio limare l’opinione che abbiamo di noi, ridurla all’osso e tenerla al riparo dai commenti. Non è facile. La solitudine ci spinge a parlare con gli altri come se potessimo fidarci, trascinati dall’ebrezza di condividere quello che proviamo, non ci accorgiamo della perfidia di chi ci ascolta e iniziamo a snocciolare in maniera candida quello che pensiamo.
Riflessioni queste che Hirose avrebbe dovuto fare sue prima di aprire la bocca al bancone del Bar La Tenda, dove era finito per entrare, invece di fare quanto si era ripromesso dopo essere sceso dalla Terrazza: tornare in camera e distendersi sul letto per calmare i nervi. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 50) di Michele Pinin
Epilogo – parte 1

                                                                                                               i morti sono vivi

Entra e si sente a disagio. Succede quando si ritrova nella lobby di un albergo. Questo sembra uno dei più lussuosi, antico quasi, con delle colonne di legno scuro avvitate verso l’alto che ricordano quelle dell’altare di una basilica. Non avrebbe mai detto che i morti si trattassero così bene. Si è chiesto tante volte, superate le porte girevoli come queste o quelle di vetro che scorrono aprendosi a un passo dall’impatto, perché gli alberghi grandi o piccoli, lo fanno sentire a disagio. Lo stesso disagio che provava la mattina quando finiva di vestirsi. Dall’abito intero ai jeans del weekend si è sempre sentito a disagio nei vestiti che indossava. Mancava qualcosa, una sciarpa o una nota di colore o c’era qualcosa di troppo, i quadretti della camicia o la giacca di lana.
Non la saprebbe individuare neanche adesso la causa di quel disagio che ha provato ogni mattina prima di uscire di casa. Non era solo una questione di sentirsi vestito più o meno elegante degli altri: non era mai riuscito a trovare dei vestiti che lo facessero sentire per un giorno a proprio agio.
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La vita e il giardino. Il giardino italiano e il giardino giapponese, due tradizioni a confronto

Riceviamo e volentieri postiamo il testo di una conferenza di Roberto Terrosi che insegna Italian Studies alla Tokyo University of Foreign Studies. Dopo il dottorato in filosofia si è specializzato in estetica e cultural studies. Ha scritto vari libri tra cui: La filosofia del postumano (Genova, 1997), Il fai date dell’anima: guida critica all­a new age (Roma, 2000), Filosofia e antr­opologia del ritratto (Milano, 2012), La bellezza­ in Oriente: introduzione all’estetica o­rientale (Firenze, 2014).

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La vita nel giardino e la vita del giardino

Il giardino non è uno spazio da vedere, ma uno spazio da vivere. In un certo senso questa conferenza potrebbe essere intitolata “la vita nel giardino in Italia e in Giappone”, ma allo stesso tempo il giardino, diversamente da una normale abitazione, è uno spazio vivente. Quale rapporto c’è allora in queste due culture del giardino tra la vita dell’uomo e la vita della natura? Intanto occorre dire subito che ci sono alcune affinità tra Oriente e Occidente che permettono di dare una sorta di definizione preventiva del giardino. Si tratta in entrambi i casi di una porzione di spazio coltivato che è delimitato e distinto dal resto, quindi di uno spazio separato e speciale, collocato tra il mondo della natura e il mondo umano. Poi si tratta di uno spazio non finalizzato alla produzione alimentare. Questo è un punto focale della questione perché distingue il giardino dall’orto e dal frutteto da una parte e dal parco di caccia dall’altra. Ciò poi non significa che i giardini non siano debitori dell’una o dell’altra cosa. Orto e parco rimandano però a due tipi diversi di società e di economia. Il parco, infatti, si riferisce alla caccia e l’orto invece alla coltivazione. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 44) di Michele Pinin

                                                                                 chi mena per primo mena due volte

La stagione delle piogge, che per molti stranieri a causa dell’alta percentuale di umidità nell’aria, rappresenta un incubo, di fatto è una fortuna. Solo con il trascorrere degli anni si riescono a cogliere gli aspetti importanti delle stagioni, ecco perché il mondo, lo mandano avanti gli anziani.
Mentre gran parte del pianeta, da metà giugno, inizia a imprecare e soffrire per il caldo, sull’arcipelago la coltre bassa delle nuvole ripara dai raggi del sole e l’umidità tonifica la pelle.
Prima di atterrare sappiamo che fra i mesi di giugno e luglio, per un periodo che va dalle tre alle sei settimane, dipende dagli anni, arriva la stagione delle piogge. Come spesso accade, il problema è l’attrito provocato fra quello che immaginiamo di vivere e la realtà di quello che ci accade. Il nostro immaginario è nutrito dalle serie televisive e film che guardiamo, da quello che scrivono gli amici su Facebook e dai pochi libri letti.
Di conseguenza sono molti quelli che ascoltando le tre parole, stagione delle piogge, vedono scorrere scene da Apocalipse Now o di altri film ambientati nella giungla del sud est asiatico dove interi battaglioni di soldati soccombono madidi di sudore. Altrimenti, fotogrammi di temporali torrenziali che abbattono palme e inondano le strade di città tropicali, portando via automobili con dentro bambini addormentati, lasciati soli da padri e madri scellerati. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 43) di Michele Pinin

                                                                                     le cose lunghe diventano serpenti

Dicono che per attraversare il fiume dell’adolescenza e diventare una persona matura, sia necessario non sentire più il bisogno di avere un nemico. Sembra questa la differenza fra una persona matura e una che, nonostante il passare degli anni, non riesce a diventarlo. Sembra facile, ma non lo è.
Proprio come guadare un fiume senza altri mezzi che le proprie braccia e gambe. Viene spontaneo frugare fra i ricordi e chiederci: quante volte abbiamo guadato un fiume? Uno vero, magari in montagna facendo trekking, con lo zaino sulle spalle.
Il fiume, nel nostro caso, è quello impetuoso degli anni dell’adolescenza che rischia di trascinarci verso il mare delle decisioni sbagliate. Alcuni lo attraversano facendo come i castori, radunando rami e arbusti, costruendo delle mezze dighe fra cui saltare e raggiungere in qualche modo la riva opposta. L’importante, sostengono, è arrivare dall’altra parte. Se bastasse saltare in qualche modo dall’altra parte, andare avanti con gli anni, crescere senza maturare, non si sentirebbero frasi come queste: ha 40 anni suonati e si comporta come un ragazzino.
Sembra che la mossa decisiva, sia scegliere il momento giusto, immergersi nelle acque del fiume fino all’ombelico e con la forza delle gambe e magari delle braccia, se per un pezzo serve nuotare, raggiungere l’altra parte del fiume.
C’è chi, invece, sostiene che senza un nemico, la vita non valga la pena di essere vissuta. Meglio avere sempre un nemico davanti; un limite da raggiungere e superare, ti obbliga a migliorare. Ecco perché girano frasi come queste: dobbiamo avere sempre nuovi obiettivi, è necessario alzare l’asticella. Continua a leggere