Dieci cose, più una, che non tutti sanno del Giappone

Quando ho pensato a questo post, mi sono chiesta cosa avrei potuto inserire in una lista del genere.
Il Giappone è molto popolare nell’Italia di questi ultimi anni, e molte persone si informano correttamente, anche senza il bisogno di venire in questo paese.
Che cosa avrei potuto scrivere?

Alla fine mi sono decisa: la scelta migliore era quella di esaminare la vita quotidiana.
Quindi, se non vi spiace, seguitemi per qualche minuto. Vediamo se riesco a trovare qualcuno che già conosce quello che inserirò nella mia lista.

Cominciamo dalla casa…
Cercate una casa, oppure un appartamento? Per prima cosa ci si rivolge a un’immobiliare, si va a vedere un certo numero di soluzioni che potrebbero fare al caso nostro, e se ne sceglie una.
E, a questo punto, si versa una cauzione.

In Giappone ci sono, quasi sempre, due pagamenti da fare: uno che verrà restituito a fine contratto, senza gli eventuali costi da sostenere per riparazioni straordinarie. Il secondo, invece, è una sorta di “omaggio” per il padrone di casa, che non verrà piu’ rimborsata.

In certi casi il secondo pagamento non è richiesto, e allora sta all’aspirante inquilino interrogarsi sui motivi: forse la casa è molto vecchia? Forse ci sono degli aspetti che la rendono poco “appetibile” sul mercato?

Un normale appartamento, o casa in affitto, non comprende al suo interno proprio nulla: non ci sono mobili, non ci sono elettrodomestici, non ci sono le tende alle finestre. Sta all’inquilino provvedere a tutte queste cose.

Esistono appartamenti in affitto per una clientela prevalentemente straniera, che prevedono anche un minimo di arredamento. Ma, in questo caso, i costi sono più elevati.

Quando ci si trasferisce in una nuova casa, le usanze prevedono un giro dei dintorni, per presentarsi, e lasciare un piccolo regalino ai nuovi vicini. Il regalo più gettonato è una confezione piccola di detersivo per piatti, ma si difende bene anche il detersivo per la lavatrice. (E la massaia che è in me, sentitamente ringrazia). Continua a leggere

La cognizione del cuore (o sul darsi la morte nel Tohoku)

Lo so, è in ritardo rispetto all’anniversario. Ma l’elaborazione ha i suoi tempi.

“La cognizione del dolore”, si era inventato quel geniaccio di Gadda. In una vecchia intervista (http://bit.ly/1dZVoSv) diceva: “va interpretata alla lettera, la cognizione è anche il procedimento conoscitivo di avvicinamento graduale a una determinata nozione, questo procedimento può essere lento, penoso, amaro, può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà (…) moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi… (puntini miei) deve pur vivere. Di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno”.

Leggeva, Gadda, leggeva le sue stesse risposte.

 3 anni dal terremoto del Tohoku. Ai tempi del terremoto di Kobe, il picco di assenze dalla scuola dei ragazzi che avevano vissuto l’esperienza si ebbe dopo 3 anni, e adesso, nella provincia di Miyagi, è al 3%, un altro 3, il più alto del Paese. “Vita in prefabbricati, separazione dei genitori”, tutto può confluire nei problemi “mentali”, del 心 kokoro, quel sinogramma che a noi stranieri insegnano quasi da subito a non intendere come “cuore”, ma che un po’ di cuore nel suo significato, lo vogliano o no, lo conserva sempre.

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No, non è un vecchietto del Tohoku. E’ un fabbricante di gabbie per uccelli, uccellini giapponesi, una tradizione sempre più di nicchia, fotografato nel suo negozio a Nezu, Tokyo.

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Hai sentito il terremoto?

Tu hai sentito il terremoto?”
“No, stavo camminando per la strada”…
(Conversazione realmente avvenuta fra me e una mia studentessa nel giorno del terremoto nel Tohoku – 11 marzo 2011)

Da quando abito in questo paese ho dovuto cominciare a fare i conti con le scosse di terremoto. Ho la fortuna di abitare in una zona dove i terremoti si fanno notare a malapena (tranne in qualche – grave – caso), ma le scosse di terremoto si verificano ugualmente.
Per peggiorare il tutto, non ho nessuna conoscenza specifica, e continuo a spaventarmi ogni volta come se fosse la prima: non oso pensare a quale sarebbe la mia reazione, di fronte ad una di quelle scosse di terremoto che si verificano nel Kanto!!


Ricordo ancora il mio primo terremoto: ci trovavamo nell’ufficio di un’organizzazione locale che si occupa di indagini archeologiche nella zona. Li avevo contattati dall’Italia, e cercavo di propormi per qualche tipo di collaborazione. E stavamo parlando del motivo della mia visita.
Eravamo seduti di fronte, in una specie di salottino, loro parlavano e io osservavo l’espressione sul viso del mio fidanzato: la mia comprensione della lingua giapponese, allora, era pari a zero. Potevo soltanto incrociare le dita e sperare che dal loro discorso venisse fuori qualcosa di utile per il mio futuro. E nel bel mezzo del discorso… gli arredi dell’ufficio iniziano ad agitarsi, e la vetrata alla mia destra, che dava verso l’esterno, si piega verso di noi abbandonando il suo solito aspetto verticale.

In quel caso la sorpresa era stata tanta, ma vedendo che tutti loro non mostravano alcun segno di panico, ero rimasta diligentemente al mio posto.

Una calda sera estiva, la stagione delle piogge è appena finita e io sono ospite a casa di un’amica: mentre ceniamo il lampadario della stanza comincia ad agitarsi, e – mentre io penso a come scappare da un appartamento all’ottavo piano, che sembra avere come unico accesso un ascensore – gli altri continuano a mangiare e chiacchierare. Solo gli altri stranieri presenti mostrano qualche segno di preoccupazione.

Cambiamo zona, e anche periodo: in tempi più recenti, quando io e la mia metà cercavamo un appartamento in cui andare a vivere. Come capita sempre in questi casi, ne abbiamo visti tanti, con caratteristiche diverse, ma alla fine ne abbiamo scelto uno che si trova al piano terra! La nostra sistemazione ha molti lati buoni, ma confesso che la collocazione al pianterreno mi tranquillizza parecchio.
L’anno scorso ho avuto modo di sperimentarne la praticità: nel primo pomeriggio il mio cellulare giapponese comincia a fare un rumore che non avevo mai sentito, e compaiono degli ideogrammi… Non faccio in tempo a prendere il telefono per leggere il messaggio, che dalla televisione arriva lo stesso avvertimento, sia scritto che orale. Una scossa di terremoto sta per colpire la zona, state attenti e allontanatevi dai luoghi pericolosi.
Con la mia dichiarata mancanza di esperienza io mi guardo intorno, afferro il bambino che sta guardando la televisione ed esco subito all’esterno. Il contadino che lavora di fronte a casa mia mi dice di raggiungerlo nel suo campo, perché più sicuro. Io eseguo, senza rientrare in casa, e aspettiamo la scossa… Che non arriva: si era trattato di un malfunzionamento degli strumenti di rilevazione, che avevano inviato nella mia zona una segnalazione relativa ad un’altra! In Giappone capitano anche queste cose.

Ancora una volta cambiamo scena: sono al lavoro, ho appena finito una lezione (io e la mia tendenza alla chiacchiera, ho terminato con quindici minuti di ritardo!) e sto mangiando in fretta, mentre metto a posto il materiale per la lezione successiva.
La mia stanzetta comincia ad oscillare, i muri si muovono e il raccoglitore con tutte le cartelle si agita. Io li guardo e penso “tanto smette subito”, e riprendo a mangiare… In questo caso le cose non vanno come al solito: la scossa continua imperterrita a far ballare la nostra scuola di lingue per oltre un minuto.
La scuola e’ deserta, ci siamo solo io e il mio collega di inglese, che sta facendo lezione a una signora sulla cinquantina. Ci consultiamo velocemente in italiano (comodo avere un collega che conosce una lingua in più) e chiediamo alla studentessa, che afferma di voler continuare. Io vado a controllare che la porta di sicurezza sia aperta (so che la titolare la tiene chiusa per evitare accessi indesiderati) e torno al mio posto.
Quando arriva la mia studentessa, una ragazza prossima alla laurea, mi dice che non si è accorta di nulla: camminando è più difficile rendersi conto (secondo lei). Ed ecco che arriva la seconda scossa: stessa durata, stesso andamento, forse leggermente più corta. Nel mentre, il mio collega, che ha cominciato una nuova lezione, mi dice che si e’ appena verificato un terremoto nel Tohoku, e la situazione sembra grave (lui e lo studente stanno seguendo gli aggiornamenti sul cellulare).

In tutto questo come hanno reagito i nostri studenti? Mentre noi ci preoccupavamo, non mostravano nessun interesse – o quasi – per il discorso “terremoto”. Perfino il marito, mi ha detto di non essersi accorto affatto delle scosse, perché impegnato al lavoro.

Se si vanno a guardare le reazioni delle persone che abbiamo intorno in questi casi, si nota che nessuno si mostra impaurito: prevale la necessità di agire, mettersi al sicuro e mettere al sicuro le persone a cui si tiene. E, successivamente, quella di informarsi, per capire che cosa e’ successo.
Che dire? Io li invidio davvero. Io sarei piuttosto per una fuga disordinata e precipitosa!

Non so se ne siete a conoscenza, ma qui in Giappone esiste un oggetto che molte famiglie tengono pronto in caso di terremoto. Quando ci si trova costretti ad abbandonare velocemente casa propria, ogni membro della famiglia dovrebbe avere con sé uno zaino d’emergenza, con una minima dotazione standard per sopravvivere in questi momenti (acqua, cibo, torce elettriche e batterie, coperte da campeggio e attrezzature varie). Se si entra in un qualsiasi Home Center si trovano sempre e comunque le scorte necessarie a creare, o rinnovare, il proprio zainetto di sicurezza.

Immagine

Dopo tanti anni in questo paese probabilmente ho imparato qualcosa di più sui terremoti. Ho visto i giapponesi alle prese con vari tipi di situazioni, dalle più semplici alle più gravi, e penso che sia molto utile avere una mentalità come la loro, che permette di agire subito in casi del genere. Ma nello stesso tempo spero, e prego, di non dovermi mai trovare nella necessità di dover sperimentare direttamente cose simili. E questo è il mio modestissimo pensiero, da profana, nella giornata in cui si ricorda il terremoto di tre anni fa: nessuno smetterà di vivere la sua giornata, com’è giusto che sia in un giorno feriale, ma probabilmente molti, come me, incroceranno le dita sperando di non trovarsi (o ritrovarsi) coinvolti in un fatto del genere.

11 Marzo, due anni dopo

A due anni dal terremoto che colpi` il Tohoku, con relativo tsunami e problema alla centrale di Fukushima Daiichi, abbiamo deciso di non pubblicare esperienze e ricordi personali che   e` giusto che rimangano nella sfera personale ( non ci accodiamo ad altri blog che fanno della lacrima facile e della “fantasia” sul Giappone il proprio credo, spesso scritti da persone che quel giorno nemmeno si trovavano sul suolo nipponico ).
Pubblichiamo invece alcune pagine dello Yomiuri Shinbun che gia` da sole bastano a rammentarci quei terribili momenti vissuti anche da noi Residenti Italiani in prima persona.

Le immagini sono in alta risoluzione, se ingrandite consentono la completa lettura degli articoli.

Prima pagina dell`edizione straordinaria dello Yomiuri Shinbun dell`11 Marzo 2011

Prima pagina dello Yomiuri Shinbun del 12 Marzo 2011

Yomiuri Shinbun 12 Marzo 2011

Yomiuri Shinbun 12 Marzo 2011

Yomiuri Shinbun 12 Marzo 2011

Yomiuri Shinbun 12 Marzo 2011

Yomiuri Shinbun 12 Marzo 2011

La contaminazione radioattiva in Giappone dopo Fukushima: (1) L’incidente alla centrale nucleare

La centrale di Fukushima dopo le esplosioni ai reattori.

La centrale di Fukushima dopo le esplosioni ai reattori. (da wikipedia)

Con le prime scosse del  terremoto dell’11 marzo 2011 tutti i reattori nucleari del Giappone  sono entrati in uno stato di sicurezza. Nonostante le  reazioni a catena fossero state interrotte pochi secondi dopo il sisma, il   decadimento residuo del materiale nucleare  continua a produrre una quantità di  calore pari al 6%  di quella iniziale. Questa pur minima frazione –  pari a circa 80 MW –  è comunque in grado di portare alla temperatura di ebollizione decine di tonnellate d’acqua nell’arco di pochi minuti, per cui è di vitale importanza che il sistema di raffreddamento continui a funzionare continuamente, facendo circolare l’acqua anche dopo lo spegnimento del reattore. Tuttavia, nel caso di 4 dei 6 reattori della centrale di Fukushima-1 (potenza totale di 4.4. GW) il sistema di raffreddamento è venuto a mancare a causa del black-out causato dalla perdita  dei generatori di emergenza (siti nel seminterrato lato mare) inondati a causa della barriera anti-tsunami ben più bassa di quanto necessario.  I reattori 5 e 6 sono rimasti intatti perché i loro generatori non sono stati danneggiati dallo tsunami.

Schema di una centrale nucleare tipo Fukushima (tratto da qui)

Schema di una centrale nucleare tipo Fukushima (tratto da qui)

Con i sistemi di raffreddamento e ventilazione fuori uso, la temperatura dell’acqua nei reattori è salita presto sino al punto che – come in una pentola a pressione – sarebbe stato necessario far fuoriuscire parte del vapore nell’atmosfera per evitare che una pressione eccessiva nel reattore lo potesse danneggiare. Putroppo, a causa dell’alta temperatura, la quantità di acqua evaporata è stata tale da far esporre all’aria le barre di combustibile del nocciolo. Oltre a rilasciare del materiale radioattivo nell’ambiente circostante, le elevate temperature hanno causato la fusione dei noccioli dei tre reattori. Questa fusione non ha nulla a che vedere con la fusione nucleare ma – come tanti  bastoncini di cioccolato lasciati al sole  –  ha squagliato insieme le barre di combustibile, di controllo e del moderatore  in un’unica massa, rendendone estremamente difficile se non impossibile, la rimozione.

Senza acqua e con il nucleo fuso la temperatura nei reattori è salita di migliaia di gradi e il rivestimento interno di zirconio del guscio d’acciaio che protegge il reattore  ha scisso l’acqua in idrogeno e ossigeno. L’idrogeno è un gas leggero e altamente esplosivo e accumulatosi negli edifici dei reattori ne ha causato l’esplosione (chimica) dei reattori 1, 2 e 3. Anche l’edificio contenente  reattore numero 4, spento al momento dell’incidente,  è esploso a causa dell’idrogeno filtrato dall’edificio contenente il reattore numero 3: infatti le barre depositate  nella piscina di raffreddamento dell’edificio, inizialmente  indicate come causa dell’esplosione, sono state trovate in buono stato.

Stato del materiale dei reattori

Anche se i contenitori in metallo sono stati bucati dall’alta temperatura del nocciolo, le protezioni esterne, in cemento armato,   sono ancora intatte, dato che l’esplosione ha avuto luogo negli edifici e non nel reattore (come è ad esempio avvenuto nella centrale di Chernobyl). Il materiale fuso (corium, dall’inglese core, nucleo) sarà   rimovibile con difficoltà (probabilmente saranno necessari dei sarcofagi come per la centrale ucraina)  per via della sua tossicità chimica ed alta radioattività ma al momento non presenta un pericolo ed è ad una temperatura di sicurezza. Realisticamente, la situazione alla centrale è sotto controllo. Per aggiornamenti consultate l’ottimo e completo sito di Unicolab.

Marco Casolino

http://www.casolino.it

(1) continua

(2) Radioattività ambientale