Maid Café

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Foto da Wikipedia

(tratto da Grikon)

«Cosa c’è che non va?», chiese Adriano.

«C’è che ci hanno dato appuntamento in un meido kissaten! Nessuna persona sana di mente ci andrebbe di sua spontanea volontà, anche se magari a te potrebbe piacere», rispose sarcastica.

Adriano era perplesso. Era stato più volte in una kissaten, una sala da tè, e tutte avevano le meido, ossia le cameriere, secondo la storpiatura del termine inglese, quindi non capiva il motivo della rabbia della ragazza. Preferì però non chiedere chiarimenti.

«Per di qua». Noriko condusse l’amico in uno stretto vicolo tra due edifici, passando accanto a un ristorante specializzato in anguilla alla griglia. Il profumo fece risvegliare l’appetito in Adriano, ma la ragazza proseguì sino a giungere a un basso edificio con un’insegna in legno. Su di essa, una ragazza sorridente in stile manga era l’unico indizio di questa famosa sala da tè, secondo la mappa ricevuta da Hikaru. Continua a leggere

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Il Giapponese essenziale: guidare le astronavi superando le barriere linguistiche.

Il giapponese degli anime presenta varie peculiarità, per termini e modi di dire, che lo distinguono dalla lingua più comunemente usata. Tra citazioni e ri-citazioni, molti termini sono entrati a far parte dell’immaginario collettivo della cultura più strettamente legata al mondo dell’animazione. Il creatore di Evangelion Hideaki Anno, in Nadia, con una serie di virtuosismi, cerca di citare e riprendere il maggior numero possibile di situazioni, frasi e anche inquadrature dalle serie degli anni ’70.

In questo breve post citiamo alcune delle frasi più comuni legate alla navigazione con navi (spaziali e non). Se si ascoltano le serie con sottotitoli è possibile riconoscere  molti dei termini qui citati.

In un post precedente avevamo trattato di alcuni ideogrammi particolari e qui avevamo affrontato il problema della fisica a velocità relativistica.

 

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(con correzione di Andrea Ortolani, che il giapponese  lo sa veramente e scrive delle follie della legge giapponese qui)

 

Odaiba: Neo-Tokyo che sorge dal mare

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Immensa metropoli dalle infinite sfaccettature, Tokyo è un monumento vivente che nella sua unicità incarna aspetti e apparenti contraddizioni della società giapponese. Originariamente chiamata Edo (baia, estuario), la città crebbe e prosperò a partire dal XVII secolo, dopo l’unificazione del paese dello Shogun  Tokugawa. Nel 1868, dopo che l’incontro con l’occidente catalizzò la guerra civile che portò al crollo dello shogunato, Edo fu ribattezzata Tokyo, la  Capitale dell’Est. L’imperatore Meiji  trasferì quindi la sua residenza dalla storica Kyoto al palazzo imperiale che è il fulcro geografico, spirituale ed amministrativo di questa immensa metropoli, in cui dimorano 13 milioni di persone, più di un giapponese su dieci.

Distrutta nel terremoto del Kanto del 1923 e rasa al suolo dai bombardamenti americani del 1945 che – seppur convenzionali – causarono più di 100,000 morti, la città è sempre risorta mutando solo apparentemente aspetto ma mantenendo la topologia originale. Come un immenso giardino roccioso, Tokyo si sviluppa  per cerchi concentrici che si emanano a partire dal fossato del castello imperiale. Si articola quindi lungo la linea ferroviaria Yamanote che nel suo perenne moto circolare collega tutte le stazioni principali, sino alle innumerevoli autostrade, perennemente affollate nonostante la moltitudine di treni e linee di metropolitana. La simmetria circolare è rotta verso ovest dalla valle del fiume Tama, lunga dorsale in cui dimora una buona parte dei pendolari che affollano i treni verso il centro nella micidiale rush hour mattutina. Verso est, invece, la baia di Tokyo ha fermato per secoli l’avanzata dell’uomo, ma ha dovuto cedere terreno alle vaste isole artificiali realizzate nella inestinguibile sete di spazi e volumi. Continua a leggere

Pensieri Analogici: Film Swap

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Chiunque abbia letto Pensieri Analogici sa che abbraccio volentieri sia il digitale sia l`analogico. Entrambi hanno pregi e difetti e la scelta di uno dei due dipende, per me, dal momento.

Ci sono delle cose che tuttavia con il digitale non si possono fare, una di queste è il film swap. Onestamente non sapevo che cosa fosse fino a poco tempo fa, quando “inciampai” in questo termine e diedi una sbirciatina in giro per il web. Consiste nello scattare un rullino, riavvolgerlo, metterlo in una busta, spedirlo a qualcun altro che ci farà sopra delle altre foto. Insomma un rullino di doppie esposizioni ma fatto in modo un po’ diverso.

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Ho lasciato a macerare l’idea nella mente per un poco, il film costa, non tantissimo ma costa, lo sviluppo pure, insomma, dentro di me ero abbastanza convinto che sarebbe stata una cazzata. Poi un giorno ho vinto a un’asta due rullini di Kodak TriX 400, li ho avuti davvero per due soldi, e mi son detto…..ma si, buttiamo via uno di ‘sti rulli per il film swap.

Ho mandato un paio di messaggio al mio amico Giovanni, lui sta a Tokyo, ci siamo visti davvero pochissimo, ma abbiamo quello che per me è una sorta di rapporto epistolare moderno. Vabbè…chattiamo su Facebook, dai. Chiamiamo le cose con il loro nome ogni tanto! L’idea del rullo condiviso (il film swap) gli è piaciuta, penso con mie stesse perplessità “ok, facciamolo perché c’è una remota possibilità che venga qualcosa di carino, ma sono abbastanza convinto che sarà uno schifo…..”. Abbiamo discusso di qualche dettaglio tecnico. La prima cosa da tenere a mente è l’esposizione. Il rullino sarà esposto due volte, quindi bisogna trattarlo nel modo corretto. Un film da 100 ISO lo scatterete a 200 ISO, così farà anche l’altra persona, ed alla fine la luce che arriverà al film sarà grossomodo corretta. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 41) di Michele Pinin

                                                                               anche un solo capello fa la sua ombra

Ci insegnano che la vendetta è un piatto da servire freddo. Aggiungono che è terribile, un’azione da non fare perché nasce dal risentimento. La descrivono come una sorta di veleno che allaga l’anima di chi la desidera e non di chi la subisce. Eppure la vendetta sembra essere il motore del mondo. Molte volte ci fermiamo qualche attimo prima di metterla in pratica, la meditiamo a lungo per poi rinunciare. Soprattutto ce la gustiamo al cinema e nelle fiction televisive.
Un classico è l’uomo che si vendica di chi gli ha ucciso un figlio, un amico, la moglie o tutti e tre. Poi ci sono le vendette allargate, quelle di re contro principi e viceversa che coinvolgono tutto il castello e schiere di cortigiani. Ci sono quelle familiari contro la suocera dispettosa, lo zio infame, il cugino inviperito. Sono vendette servite fredde e tutte dirette verso un obiettivo preciso. Anche se provocano un senso di colpa, alla fine giungono come una sorta di liberazione. Un orgasmo raggiunto di nascosto è pur sempre un sollievo.
Poi c’è un altro tipo di vendetta. Quella senza destinatario. Il tipo di vendetta che ci fa dare la gomitata in metropolitana, contro le costole di chi ci dorme accanto o in piedi davanti alle porte e ostruisce il passaggio. A volte per vendicarsi, basta inarcare la schiena e le spalle quando siamo al cinema e disturbare chi è dietro, anche se potremmo guardare il film sdraiati come un cowboy. Alcuni la definiscono una vendetta contro il mondo. Altri ritengono che la bile e la malvagità di questo secondo tipo di vendetta siano causate dal mondo che si vendica contro di te. Una cosa è certa: anche questa si consuma in solitudine.
Ritrovarsi soli e pieni di astio, sognando di poterci vendicare. Nasce all’improvviso questo sentimento e ci lascia sorpresi, quasi spaventati. Magari davanti a un incrocio che stiamo per attraversare o sulla pensilina della stazione mentre aspettiamo il treno. In mano abbiamo il telefonino e controlliamo i messaggini, le mail, le notifiche quando all’improvviso, forse a causa di un rumore che non riusciamo a identificare o per colpa di qualcuno che sul lato opposto della strada urla per attirare l’attenzione di un amico, alziamo gli occhi e ci guardiamo intorno. Se non troviamo niente e continuiamo a non capire, puntiamo lo sguardo in alto. Vediamo le nuvole bianche sullo sfondo del cielo terso e primaverile; oppure grigie e curve di pioggia, a volte leggere e quasi trasparenti, spinte dal vento. Quale sia la stagione, non ha importanza: sei solo, pieno di rancore e vuoi vendicarti.  Continua a leggere