Il primo bianco

(puntata 51) di Michele Pinin
Epilogo – parte 2

                                                                                                                   tempo buzzo

È così difficile parlare di noi in maniera pacata e obbiettiva. Sia da giovani che dopo i cinquant’anni quando ci sentiamo maturi. Due età, la giovinezza e la maturità, che ci illudono. Nella prima, proprio perché giovani, crediamo che amici e conoscenti perdoneranno le nostre affermazioni più avventate. È rassicurante pensare che la persona a cui ci rivolgiamo non ci prenderà troppo sul serio, garantendoci così, quando diciamo delle sciocchezze, una seconda possibilità. A cinquant’anni dovremmo ormai sapere quello che diciamo; chi ci ascolta muove la testa con cenni di assenso, sembra approvare le nostre affermazioni, ma probabilmente pensa che sei vecchio più che maturo, e quindi che vuoi stare a commentare, lascialo parlare.
Ecco perché in molti casi è meglio limare l’opinione che abbiamo di noi, ridurla all’osso e tenerla al riparo dai commenti. Non è facile. La solitudine ci spinge a parlare con gli altri come se potessimo fidarci, trascinati dall’ebrezza di condividere quello che proviamo, non ci accorgiamo della perfidia di chi ci ascolta e iniziamo a snocciolare in maniera candida quello che pensiamo.
Riflessioni queste che Hirose avrebbe dovuto fare sue prima di aprire la bocca al bancone del Bar La Tenda, dove era finito per entrare, invece di fare quanto si era ripromesso dopo essere sceso dalla Terrazza: tornare in camera e distendersi sul letto per calmare i nervi. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 42) di Michele Pinin

                                                                                                         vera gioia è la serietà

Ci piacciono le sorprese, anzi le adoriamo. Ci piace stupire e stupirci. Anche a costo di farci del male. Ci piace sorprendere e sorprenderci. Quasi tutto quello che accade, sembra una sorpresa. Dimentichiamo che la parola “sorpresa” ne trascina un’altra. Ogni sorpresa è una conseguenza. Azione e reazione. A prima vista non sembra, molte delle sorprese, ce le procuriamo. La questione inizia quando ammettiamo che insieme a quelle positive, ci procuriamo anche le sorprese negative. Viene da pensare subito ai grandi temi: il pianeta e la natura. Abbiamo seminato fabbriche per tutto il pianeta e ci stupiamo dell’inquinamento degli oceani, dei ghiacciai che si sciolgono, delle mezze o intere stagioni che abbandonano il mondo. Stabilito che la temperatura ideale è fra i venti e i venticinque gradi teniamo accesi tutto l’anno le caldaie e i condizionatori d’aria per poi stupirci del nostro corpo debole e malaticcio. Le organizziamo anche su misura le sorprese negative. Scegliamo di fare un mestiere che non ci piace, vivere con la prima persona di cui ci innamoriamo, facciamo figli desiderati e non voluti, compriamo oggetti di cui non abbiamo un reale bisogno. Lo stress che deriva da queste decisioni, ci stupisce e quando perdiamo la pazienza, ci chiediamo come mai. Cerchiamo rifugio in palestra, dove chi si mette a guardare gli esercizi che facciamo o attacca bottone mentre sudiamo, ci infastidisce. Rimaniamo sorpresi da quanto gli altri possano essere invadenti.
Mayuko ci ricadeva spesso e faceva ragionamenti così. Si lasciava andare a pensare in questo modo, che potremmo definire adolescenziale. Di tutta un’erba un fascio. Con la scusa che in treno a navigare con il telefonino si stufava, da qualche tempo, aveva preso l’abitudine di provare a immaginare cosa avrebbe pensato del mondo Ryu, il primo figlio, una volta adolescente. Continua a leggere

Il primo bianco

(sedicesima puntata) di Michele Pinin
                                                                        quando il diavolo ti accarezza, vuole l’anima

La Yamanote quando inizia la settimana prima di Natale si riempie di polli. Non quelli in piedi o quelli seduti. Quelli della pubblicità sui monitor sopra le porte. Il pollo di Natale. Cucinato al forno con la carta stagnola arrotondata sui moncherini per celebrare il clima festivo. Da quando si mangia il pollo al forno per Natale? Non lo sa. Si guarda intorno poi chiude gli occhi perché si vergogna di rimanere seduto mentre ci sono persone più anziane di lui in piedi. Tira fuori il tablet dal giubbotto di pelle e si fa un giro per vedere cosa scrive la concorrenza. Non riesce a bloccare gli occhi, tornano sul monitor a inseguire i polli che allegri prima razzolano nell’aia, poi in cucina dove ancora più allegri, mettono la testa nel forno e ne escono abbrustoliti insieme alla carta stagnola. Lui non ha mai mangiato il pollo al forno la vigilia di Natale. Di cose strane, come molti uomini, ne ha dovute mangiare tante il 24 dicembre sera: cucina hawaiana, cilena o russa e addirittura una nabe mongola. E’ normale. È l’appuntamento romantico per eccellenza, il date di Natale. La vigilia di Natale, si spendono soldi per andare al ristorante con chi si desidera, poi se sei molto giovane e hai prenotato un love hotel con buon anticipo o anche se non lo sei più e invece hai pulito casa e messo in frigorifero le fragole e lo champagne, comunque, fotti fino a svenire. Questo si fa in Giappone la vigilia di Natale. Continua a leggere

Tokyo è, Tokyo non è

Ma Tokyo, che cos`è?

Un mio carissimo amico, il dottor Giuseppe Parisi, una sera in cui eravamo intenti a bere cognac, fumare tabacco e parlare di damigelle, ha pronunciato questa frase che, a mio avviso, coglie nel segno. Egli infatti ha dichiarato: <<Tokyo è, Tokyo non è, un drink e poi, ci scordiamo di noi.>>

Nessuna definizione mi pare più azzeccata e vicina alla realtà. Forse solamente il sommo Richard Benson, un amico poeta romano di una sensibilità incredibile, saprebbe fare di meglio. Alla fine Tokyo è, ma anche non è. Se Tokyo fosse, Tokyo non sarebbe. Se Tokyo fosse un treno, sarebbe uno Shinkansen che sfreccia sulla Domodossola Novara (probabilmente tra Gozzano e Orta San Giulio Bertelli), perfetto matrimonio di volpi tra tradizione e modernità. Se fosse un film, sarebbe Totò e Peppino divisi a Tokyo, divisi in quanto smarriti sulla dolce ragnatela di linee ferroviarie che disegnano un meraviglioso centrino di pizzo gigante che copre e decora l`intera città. Se fosse un giornale, sarebbe una copia de “La Padania” accartocciata sul sedile di un treno alla stazione di Lamezia Terme, un`immagine che rende esattamente l`idea di come si possa essere fuori dalla realtà ma dentro un regionale lurido allo stesso momento a tastare con mano la quotidianità e l`iniquità di una vita vissuta sempre correndo verso una meta a metà. Se fosse un frutto, come ad esempio Santa Maria Maggiore in provincia di Verbania (che i locali chiamano “Rimini della val d`Ossola oppure “grande mela” della valle Vigezzo), sarebbe un cetriolo. Un cetriolo da cui ogni singola fetta, tagliata e affidata alle dolci coccole di un tagliere, racconta un`esperienza di vita vissuta, una novità nata sui vagoni stracolmi della linea Odakyu per concludersi in un drink vomitato a terra davanti al peggiore bar di Shibuya. Se fosse un animale sarebbe una meravigliosa Fenice gialla e rossa che consuma il suo tempo volando nel cielo libera e felice e perdendo a volte qualche piuma d`orata la quale, svolazzando di casa in casa, di ufficio in ufficio, di combini in combini e di koban in koban racconta qualche storia che poi la dolce pioggia che bagna i nostri capelli arruffati alla mattina porta al grande fiume Tamagawa. Qualche storia piccola di un mondo piccolo in una piccola terra che sta tra il grande fiume (il Tamagawa appunto) e le bianche scogliere di Chiba. Se fosse un personaggio di Harry Potter sarebbe l`azzurro centauro Fiorenzo, animo romantico sempre intento a guardare il cielo stellato che accompagna i gatti che cantano sui tetti le loro nenie misteriose….

Immagine
Insomma, Tokyo è, Tokyo non è. La mia visione di Tokyo, la mia Tokyo, è diversa dalla tua, dalla sua e da quella di Tizio, Kayo (nome giapponese da ragazza) e Sempronio. Gli occhi sono un filtro, non usano photoshop e proprio come quello delle sigarette ferma il catrame, eliminano ciò che non non vogliamo vedere come una sapiente contadina tibetana in trasferta a Udine separa il grano dalla crusca. L`importante, almeno per quanto riguarda gli impianti di areazione o l`aria condizionata/riscaldamento che custodiamo nelle nostre case, è tenerlo sempre pulito se no viene la tosse.

(Per la bella fotografia si ringrazia Simone Dedola)

Il primo bianco

(tredicesima puntata) di Michele Pinin

                                                non mi basta capire ho un travolgente bisogno di tradurre

Viene da sorridere, quando si passa per Roma o Milano e nei ristoranti o nei caffè la gente si lamenta di com’è stressante vivere in una grande metropoli. In Italia le grandi metropoli non ci sono. Le grandi metropoli sono posti come Tokyo, Shanghai, Seul, Pechino, Mumbai. Sono ordinate nella loro sconfinatezza, sono fatte di tante piccole città che svolgono funzioni precise. Quartieri degli affari, del piacere, quartieri residenziali, case popolari e dormitori, centri commerciali e così via. Mentre nelle grandi città si passa il tempo a discutere di piani regolatori, nelle metropoli si costruisce e si rinnova. E’ per questo che le metropoli sono più ordinate e più vivibili. Le grandi metropoli si distinguono dalle grandi città perché sono piene di sorprese. Prendi Tokyo. Sembra tutta uguale a prima vista. Poi capita che in pochi minuti ti ritrovi altrove. A molti bianchi piace il quartiere di Kichijoji. Venti minuti da Shibuya e la calca scompare, l’adrenalina rallenta, il desiderio di uccidere svanisce. Ti lasci Hachiko alle spalle, attraversi la strada, prendi la scala mobile e ti ritrovi davanti alla linea Inokashira, ti siedi e una ventina di minuti dopo sei dove volevi essere. Il Giappone che hai sempre desiderato. Continua a leggere