Come sono arrivata fin qui?

Mi sono accorta di una cosa…
In questi anni, grazie al lavoro comune con gli altri compagni di viaggio, voi avete appreso della mia esistenza. Sapete che vivo in Giappone e che, qualche volta, vi racconto qualcosa. Pochino, in realtà, ma oggi mi sono accorta di una grave mancanza!
Non mi sono ancora presentata.


Non l’ho fatto per presunzione, direi piuttosto per una sorta di “stanchezza” che mi assale ogni volta che mi trovo a raccontare la mia storia. Ai miei occhi ho una vita comune: casa, famiglia, figlio e un lento ritorno al lavoro. Potrebbe essere uguale alla vita di tante altri italiani, sia in patria che all’estero, ma io vivo in Giappone.
In questi ultimi anni, il Giappone e’ diventato una sorta di “Terra Promessa” per gli italiani: mi è capitato di sentire, o di leggere, lo stesso tipo di ragionamento migliaia di volte… L’Italia è in crisi, non ci si trova bene, si vuole emigrare e allora… Si vorrebbe andare in Giappone.
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Casa in Giappone?

Dopo sei anni in un appartamentino di 54 mq, ci siamo trasferiti a fine ottobre 2014.
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La nostra prima “casa” si trovava in un mini condominio con otto appartamenti, divisi su due piani e in due blocchi diversi. Insomma, era una sistemazione abbastanza discreta, nei limiti del significato che possiamo dare a questo termine.
Come saprete, in Giappone costruiscono usando il legno per questioni anti-sismiche: questo porta spesso e volentieri a costruire case che reggono in caso di terremoto, ma hanno pareti sottili e ambienti difficili da riscaldare in inverno e rinfrescare in estate. Le costruzioni possono essere o meno recenti, perché nonostante quello che si legge esistono ancora edifici degli anni ’70 che se la cavano più che bene.
Ecco, noi abitavamo in un piccolo condominio costruito negli anni ’70.
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Le caratteristiche principali, che ci avevano convinto, erano l’estrema tranquillità del luogo, la vicinanza alla stazione e la presenza di varie strutture in zona.
L’aspetto negativo più eclatante era lo spessore delle pareti… Per darvi un’idea, io potevo aprire la finestra e stringere in mano i due lati del paramento murario della mia casa (meglio specificare che ho le mani molto piccole!). Questi muri “di carta” permettevano di sentire qualsiasi cosa succedesse al piano di sopra, così come far sentire quello che accadeva da noi alla gente che passava per strada.
Poi, immancabili in ogni casa giapponese, avevamo scarafaggi in quantità: la costruzione, come accadeva spesso in passato, poggiava su una sorta di piattaforma di legno, con uno spazio libero tra la base del pavimento e il suolo (ricavato per aiutare la circolazione dell’aria, secondo due miei studenti sessantenni). Agli scarafaggi, bontà loro, non sarà parso vero, avere a disposizione uno spazio per la ricerca del cibo aperto ventiquattro ore su ventiquattro. A noi umani, al contrario, questa convivenza forzata non piaceva molto.


Come dicevo, a fine ottobre ci siamo trasferiti.
Risparmierò (per ora) i dettagli, che saranno oggetto di un prossimo post, e mi limiterò alla descrizione della nostra nuova casa. Considerato che non siamo ancora in estate, e non abbiamo ancora avuto modo di fare conoscenza con gli scarafaggi del luogo, penso che ne verrà fuori un ritratto positivo.
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Nasu no itame ni – Melanzane brasate alla giapponese – Ricetta

Eccoci ad un’altra ricetta giapponese, talmente veloce e fatta con ingredienti semplici, che si può preparare anche in Italia.

Il nome giapponese  è ナスの炒め煮 Nasu no itame ni, melanzane brasate.
La traduzione letterale? Melanzane prima saltate in padella e poi sobbollite nel brodo.
炒める itameru significa infatti saltare in padella, 煮る niru significa sobbollire.
Tradurre i nomi delle ricette è sempre molto complicato, sia perché ci sono ricette molto simili che però cambiano nome se si aggiunge un ingrediente, per esempio Nasu no miso itame con il miso (condimento ottenuto dalla soia fermentata con cereali e sale), sia perché la parola corrispondente nella nostra lingua non è sempre quella che useremmo nella cucina italiana.

Le melanzane giapponesi sono molto importanti nella cucina giapponese e vengono utilizzate in una grande varietà di piatti; sono più piccole e meno amare rispetto a quelle nostrane.

La melanzana giapponese riveste un ruolo importante anche nel folklore locale.
Ad esempio, viene considerato di buon auspicio sognare il Monte Fuji, o un falco o una melanzana a Capodanno.
In un proverbio giapponese inoltre, i suoceri non devono offrire melanzane alla nuora in autunno. Ciò deriva dal fatto che in autunno le melanzane giapponesi sono particolarmente buone ed è meglio tenersele per sé.
Comunque il proverbio si riferisce anche al fatto che le melanzane sono rinfrescanti ed è meglio consumarle nei caldi mesi estivi. Di conseguenza, in autunno sarebbe un dono povero per la nuora e scoraggerebbe la gravidanza.

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Una notte al Love Hotel

Un sabato mattina dopo colazione, io e mio marito abbiamo deciso di andare a Fukuoka, nell’isola di Kyushu, in un noto negozio svedese di mobili e oggetti per la casa, per comprare il nuovo arredamento per il nostro bagno stantìo.
E così, a pancia piena e mente sgombra, siamo partiti in macchina verso nuovi orizzonti. Anzi, verso ovest, dato che abitiamo nell’isola di Honshu, la più grande dell’arcipelago giapponese.

Di solito, prima di andare da qualche parte, mio marito si sollazza al computer alla ricerca e prenotazione di un albergo decente in una zona strategica.
Stavolta, essendo partiti alla ventura, avevamo pensato di fermarci dove capitava, cercando poi su internet gli alberghi più vicini.
Abbiamo finito di fare spese che era già buio e così ci siamo fermati a “cenare” in un noto fast food, convinti che ci fosse libero accesso alla rete wireless.
Noi non abbiamo telefoni intelligenti.
Non solo non c’era la rete wi-fi, visto che eravamo in una zona sperduta, ma non c’era neanche una presa di corrente per ricaricare la batteria del notebook!!
Sgrunt.
Alla faccia del “Giappone, Paese all’avanguardia”…

Percorrendo la strada principale che dal negozio svedese porta in città, ci siamo imbattuti in un cartello che indicava un Love Hotel un po’ imboscato, in mezzo alla natura.

E cos’è un “Love Hotel”? direte voi. Molte coppie, sposate o meno, in cerca di privacy, scelgono di soggiornare nei tranquilli e puliti Love Hotel per un paio d’ore, per tutta la giornata o per tutta la notte.
I Love hotel sono situati un po’ ovunque, sia in città, di fianco ad altri palazzi, ma in strade secondarie e mai proprio in bella vista, che fuori, in edifici isolati, a volte moooolto isolati in mezzo alle colline. Continua a leggere

Una giornata come tante

Alla fine è successo anche a me… Porto il bambino all’asilo, faccio un giro per degli acquisti e mi preparo per tornare a casa sul mio potente mezzo di trasporto: la bicicletta! Resa più aerodinamica da un bel seggiolino posteriore, che serve a trasportare il mio prezioso tesoro in giro per il paesello (che fa circa centomila abitanti, ma che ci volete fare: siamo in Giappone).

Per capire la fisionomia del posto in cui abito, pensate ad una serie di zone che vengono unite per creare un singolo centro abitato, mantenendo comunque una loro specifica identità. L’area di pertinenza del centro abitato aumenta, ma tutte le zone sono in grado di vivere autonomamente. Io abito in un posto del genere: una zona di campagna, ricca di campi e con grandi spazi verdi, che ha l’aspetto di un (grande) paesello. Non e’ un caso raro, la prefettura di Nara e’ piena di posti come questo, ed io ormai ci ho fatto l’abitudine, non mi stupisco più di tanto.

Tornando alla mia giornata, sulla via del ritorno ricevo un messaggio sul cellulare, che mi fa arrabbiare, lo leggo e riparto, seccata (per il contenuto). Ed ecco qui, un rumore sospetto che mi fa fermare quasi un’intuizione che mi spinge a cercare dentro alla borsa.

Cerco, e mentre lo faccio la mia preoccupazione aumenta: il cellulare non c’è più!!

Che fare in questi casi? Non lo so proprio!
Torno indietro verso l’incrocio che ho appena attraversato. Nulla…

Allora mi viene un’idea: chiedere a qualcuno di chiamare il mio cellulare per vedere se si trova o se, magari, posso contattare chi lo ha trovato e mettermi d’accordo con lui.

Il primo tentativo va clamorosamente a vuoto: forse la ragazza che ho fermato pensa che sia una qualche forma di scherzo (del resto, anche io non chiamerei a cuor leggero il telefono di uno sconosciuto), ma per fortuna mi va meglio al secondo tentativo. Una mamma che ho trovato al semaforo, forse incoraggiata dalla mia bicicletta con seggiolino, chiama il cellulare e mi riferisce la risposta.

Il mio prezioso collegamento col mondo esterno è stato portato al posto di polizia che si trova a due passi! Qualcuno lo ha trovato e consegnato a un agente!

Accompagnata dalla gentile mamma, che si preoccupa anche di ricordarmi di chiudere il lucchetto della bicicletta quando arriviamo alla polizia, entro e mi siedo, salutando e ringraziando la mia accompagnatrice.

Il resto si svolge in pochi minuti: l’agente compila dei moduli che mi porge, il primo per la denuncia di smarrimento (il che fa un po’ ridere, visto che abbiamo il cellulare di fronte a noi) e il secondo per la riconsegna. E’ curioso, mi fa molte domande sull’Italia, oltre ai soliti complimenti di ordinanza per il giapponese (gentilissimi, ma non me li merito proprio: sto battendo davvero la fiacca!), e mi chiede di mostrargli il timbro col mio nome, che ho in borsa.

In questo periodo, con il mille cambi di indirizzo, necessari dopo il trasloco, ho preso l’abitudine di girare con il mio timbro: si tratta di un piccolo oggettino in legno, una sorta di bastoncino che presenta, a una delle estremità, il mio nome in katakana (*un tipo di scrittura riservato ai nomi stranieri). Viene richiesto in certi documenti ufficiali, e semplifica parecchio ogni procedura: e’ proprio un oggetto utilissimo!


Dopo avermi chiesto come firmiamo noi stranieri all’estero (“Ah, voi avete la firma!”), mi saluta con un sorrisone (chissà, magari avrà qualcosa da raccontare ai colleghi) e io torno in strada.
Ho perso del tempo, ma ho ancora il cellulare. E, per questo, non posso che ringraziare di cuore i passanti gentili e la polizia, che mi hanno permesso di ritrovare quello che avevo smarrito in mezz’ora.

poliziotto