Congratulazioni ai laureati

Nel giorno dell’equinozio di primavera sono andata a lavorare. O quasi.
Ho deciso di partecipare a un evento organizzato dall’università per cui lavoro, la cerimonia di chiusura dell’anno accademico, e la consegna dei “diplomi” agli studenti che hanno concluso gli studi.

Potevo evitare, già partecipare alla cerimonia di apertura è decisamente noioso, quindi ci ho riflettuto fino all’ultimo momento. Ma alla fine sono andata!

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Shunkan – Attimi (1)

20 novembre 1986, ore 18:45

Tokyo. Stazione Kokutetsu di Akihabara.

Stanco, con la borsa in mano, il salaryman Toru Nakatani, 41 anni, viene spinto fuori dal treno della linea Chuo, quasi travolto dall’esplosione umana che segue l’apertura delle porte. Cammina quasi per inerzia, spinto dagli altri passeggeri e dalla forza dell’abitudine, come tutti i giorni, al rientro dal lavoro.

Il lavoro che fa non ci interessa. Sappiamo che lui deve cambiare treno tre volte per raggiungere casa sua. Non ci interessa dove abita. Ma sappiamo che abita da solo.

Sempre in piedi, appeso alle maniglie del treno. Tutti i giorni, per sempre. Sappiamo che tre anni prima, al municipio, aveva timbrato il modulo per il divorzio consensuale. Ora ricorda soltanto vagamente i lineamenti di Aya, la donna che aveva sposato. I meccanismi della mente ne stavano cancellando il ricordo. Un frammento di vita che stava sbiadendo. Anni scoloriti, come tante vecchie foto.

Camminando verso la lunga scala mobile che, in salita, conduce ai cancelletti d’uscita, Nakatani ricorda. Estate. Agosto. Secondo anno di università. Le zanzare. Una sigaretta accesa. I fuochi d’artificio lungo il fiume Kamo, a Kyoto. La notte. La folla. Lei. Natsumi. L’unica donna che avesse mai amato.

Sale sul primo gradino della scala mobile, e si ferma, appoggiandosi stancamente con il gomito sul corrimano di plastica, lasciando che la scala faccia il resto.

Alza lo sguardo. Erano passati diciassette anni dall’ultima volta che l’aveva vista. In quel momento, i suoi occhi spossati la vedono. Proprio lì, a pochi metri, sulla scala mobile in discesa. Si avvicina. Come se quel ricordo l’avesse evocata. Un fantasma che si era materializzato.

Bellissima.

Come quella sera d’agosto.

Il trucco fine e leggero, i capelli neri, leggermente mossi, un po’ più lunghi di quando era ragazza. Un cappottino marrone, leggero ed elegante. Lo sguardo fisso, la mente forse persa in qualche pensiero. Chissà. Forse anche lei sta pensando a lui, e quel pensiero incrociato aveva realizzato l’assurda coincidenza. Ma no, non poteva essere. Con tutta probabilità, lei pensa ad altro. Alle mille cose che riempiono la sua vita, certo. Anche se né Nakatani né noi lo sapremo mai.

Sappiamo invece per certo che per Nakatani il resto del mondo è sparito. In quell’attimo ci sono solo il nulla, lui, lei, una scala mobile in salita e una in discesa. Lui si è accorto di lei, la fissa incredulo. Ma lei non sembra essersi accorta di lui, la vediamo ancora assorta nei suoi pensieri. Nessuna espressione trapela dal suo viso.

La scala scende. Eccola. Si fa sempre più vicina. Forse è sposata? Forse no? Forse ha figli? Forse no? È felice? Nakatani per un attimo pensa: forse no. E un istante dopo se ne vergogna.

Sono alla stessa altezza. Si incrociano. Nakatani si illude di sentire il profumo di lei, vicinissima, la mano candida sulla cinghia nera del corrimano. Nessun anello.

Forse lei lo sta guardando con la coda dell’occhio. Si è accorta di lui.

O forse no. Lui ha un brivido. Trema. Vorrebbe sorriderle. Vorrebbe allungare la mano sulla sua, chiamarla, urlare il suo nome. Natsumi!

Ma un istante dopo lei ormai si trova dietro di lui, scende, si sta allontanando di nuovo. Il nostro eroe vorrebbe voltarsi per ammirarla un’ultima volta. Ma una forza misteriosa glielo impedisce. La paura di non poter incrociare il suo sguardo? Il rimorso di aver trascorso una lunga parte della sua vita senza di lei? Lei forse non lo aveva visto. O lo aveva visto ma non lo aveva riconosciuto. O forse lo aveva visto e lo aveva riconosciuto. Ma a un certo punto la scala mobile finisce, e Nakatani non se ne accorge.

In quel preciso istante inciampa e cade a terra. Le persone dietro di lui lo schivano, alcuni lo guardano di striscio, con disprezzo, pensandolo ubriaco, e continuando a camminare con indifferenza. Lentamente cerca di ricomporsi, raccoglie la borsa, si aggiusta gli occhiali.

E finalmente trova il coraggio di guardare giù.

Ma non la vede. Sparita.

Quasi come se non fosse mai esistita.

(G. Bertelli – 2016)

Di donne e di pesci

Qualche giorno fa, facendo zapping “matto e disperatissimo” in cerca di qualche notizia leggermente più pregnante dell’ultimo amorazzo della idol di turno o dei poco allettanti “trend” della cucina Osechi per il Capodanno 2017, mi sono imbattuta in una bizzarra pubblicità.
Lo sviluppo è piuttosto semplice: durante le audizioni, nessuna delle ballerine filiformi soddisfa la giuria. Ad un certo punto, uno dei giudici fa cenno all’assistente grassoccia di raggiungere il centro del palco e ballare; questa non se lo fa ripetere due volte, anzi, si vede che sotto i vestiti si era già equipaggiata di una raffinatissima tutina argentata. Il donnone si esibisce in una danza a dir poco grottesca che pure Amaterasu sarebbe uscita dalla grotta e continua a ballare trasformandosi in un tonno.
Come potete facilmente immaginare, lo spot pubblicizza una catena di ristoranti di sushi, Gin no sara, ed è proprio su un “piatto d’argento” che questa manciata di secondi altamente trash mi ha servito un quesito lancinante: “Ma  a ‘sti giapponesi, quanto piace la donna-pesce?” Sorvolando sull’accostamento donna grassa-trancio di tonno (i programmi di varietà sono pieni di comici donne in sovrappeso che vengono puntualmente derise e fatte oggetto di battute discutibili, nonché prese a sganassoni tra l’ilarità degli ospiti), vorrei concentrarmi proprio sulla metafora ittica che tanto sembra piacere ai consumatori Sol Levante; solo tre mesi fa era stato ritirato un video prodotto dalla seconda agenzia pubblicitaria del Paese, la Hakuhodo, per promuovere il prodotto tipico della città di Shibushi (nella prefettura di Kagoshima), ossia l’anguilla. Anche in questo caso avveniva la metamorfosi da donna a creatura acquatica, tuttavia i motivi per il ritiro della campagna pubblicitaria si rifacevano ad accuse di sessismo.
Ecco il video. Continua a leggere

Le passeggiate di Burogu: Kamakura, lungo la ferrovia

passeggiateburoguNota per il gentile lettore

Le Passeggiate non vogliono essere una guida del Giappone, non troverete descrizioni dettagliate o spiegazioni storico-culturali dei luoghi incontrati durante il cammino. L`approccio sarà sempre quello di chi, uscendo da casa, faccia una semplice e breve camminata osservando ciò che incontra: edifici, parchi, templi, persone, negozi e così via.
Per soddisfare la curiosita dei lettori che volessero approfondire la conoscenza dei luoghi descritti si aggiungeranno spesso dei link a siti esterni dove poter trovare maggiori informazioni.

 

Kamakura, lungo la ferrovia

 

Arrivando da Yokohama, o dallo Shonan, il treno, dopo aver fatto sosta a Kita Kamakura, si avvia lentamente verso la nostra destinazione: la stazione di Kamakura.

Tra le due stazioni il convoglio percorre anche un breve tunnel, superato il quale ormai possiamo dire di esser giunti alla meta.
Proprio appena usciti dal tunnel sulla sinistra ci incuriosisce una strana struttura, con un tetto circolare… un museo? un centro culturale? semplicemente una strana abitazione?… lo scopriremo piu avanti…

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Diventa anche tu un paladino dell’Impero!

Oggi, passeggiando nei pressi di una scuola, mi sono imbattuto in una bacheca dall’aria piuttosto singolare. Vi si trovavano affissi dei poster propagandistici del Jieitai (le “forze di autodifesa nazionale” o i cosiddetti “difensori della pace” – in poche parole le forze armate giapponesi) per la “chiamata alle armi”, ovviamente rivolti agli studenti della suddetta scuola. A fianco della bacheca c’era una cassettina contenente i vari set di depliant, ognuno chiuso in una bustina di plastica. Come resistere alla tentazione di sfilarne uno e scoprirne, insieme ai nostri cari lettori del Burogu, il suo contenuto?

Le premesse sono alquanto invitanti: la busta lascia trasparire una cartellina di plastica con una bella figliuola (Dan Mitsu, per l’esattezza) sull’attenti in tre versioni: nella prima, a sinistra, indossa l’uniforme delle “forze aeree”, la più kawaii (ma poi i gusti son gusti, eh!), nella seconda, al centro, porta la mimetica d15497964_10154309383728717_163014166_nelle “forze terrestri”, mentre nell’ultima sfoggia, insieme a un sorriso un po’ stirato, una candida uniforme delle “forze marine” (Necessario sottolineare che in giapponese i tre corpi vengono chiamati空, kū, riku, e 海 kai, privati dell’ideogramma di 軍 – gun, non possono più essere chiamati “Aeronautica”, “Esercito” e “Marina” come succedeva prima della fine della seconda guerra mondiale). Lo sguardo è quello del carabiniere: pronto, acuto e profondo (cit.) allo stesso tempo. In alto campeggia la scritta: Kono ima wo, mirai wo, mamoru (che tradotta letteralmente diventa “Difendiamo questo presente e il nostro avvenire.”) E in basso un carro armato, una portaerei e un paio di caccia che sfrecciano nell’aere ci risvegliano dal torpore, riportandoci al nocciolo della questione. Continua a leggere