Fiocchi e rimembranze

Andare a sciare in montagna, in Giappone, è roba per ricchi. Almeno così vuole la vulgata. Forse anche in altri paesi, non dico di no, ma la percezione in Giappone è questa. Forse perché lo sci è esploso in questo paese veramente in coda al periodo bolla (cioè quella manciata di anni tra la fine degli anni 80 e gli inizi dei 90 in cui il Giappone visse l’ebrezza di una ricchezza quasi senza condizioni), troppo in ritardo per poter utilizzare appieno la quantità di strutture, alberghi, piste, case vacanze che erano comparse come funghi, almeno da poter rientrare delle spese. Molti ricorderanno il SSAWS (leggi “zaus”), quell’enorme scivolone accanto a Tokyo Disneyland (e per un periodo addirittura in sua diretta concorrenza), la più grande pista artificiale del mondo per poter sciare anche in estate (SSAWS = Spring Summer Autumn Winter in Snow). Terminato nel 1993, e smantellato nemmeno 10 anni dopo, nel 2002.

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La patente? Magari!

 

Premessa

L’autunno scorso siamo stati in un’autoscuola. Perché?
 Anche se non ci crederete, in questo ventunesimo secolo esistono ancora persone che non hanno la patente, e io purtroppo sono una di loro.
Non ci avevo mai fatto troppo caso, almeno nei primi tempi. Dopo il trasloco, però ci siamo resi conto che la sopravvivenza diventa molto più complicata se ci si basa solo sui mezzi pubblici: al momento abitiamo lontano dalla stazione, e la zona è servita da un bus che passa con una frequenza di uno all’ora. 
E così siamo andanti in autoscuola…

L’impiegato, gentilissimo, ci ha illustrato le varie opzioni, e ha suggerito una cosa.

Il primo passo da compiere qui in Giappone è prendere la patente provvisoria, o 仮免許. L’esame comprende una prova scritta e una prova pratica. Ovviamente in giapponese.
Per la prova pratica non ci sono molte soluzioni, ma per lo scritto si può tentare l’esame in inglese. Peccato che la prova non sia disponibile in autoscuola, ma sia necessario andare alla motorizzazione…

Vi ho detto quanto costa prendere la patente in Giappone? Il tutto ha dei costi decisamente elevati, che possono superare anche i 300.000 yen (per dirla in maniera concreta, quattro o più biglietti andata/ritorno per l’Italia, dipende dalle offerte che trovate). Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 47) di Michele Pinin

                                                                                            dal frutto si conosce l’albero

Quando si nomina la parola “ricorrenze” pensiamo a quelle del calendario: eventi che rispettiamo, festeggiamo o scegliamo di ignorare. Quelle che durante gli anni ci fanno riflettere invece sono le ricorrenze di fenomeni simili che si presentano nel corso del nostro destino. Ci sono tratti che si rivelano nelle somiglianze fra padri e figli, nonni e nipoti. Non quelle fisiche che iniziamo a rilevare dopo la nascita, per tutta l’adolescenza e oltre. Piuttosto episodi che si ripetono nel corso dell’esistenza, che a prima vista sembrano delle coincidenze. Successi e fallimenti.
È una questione di carattere, ci diciamo, per spiegare come eventi decisivi rimbalzano non solo di padre in figlio, ma di zio in nipote o di nonna in sorella.
Era destino, commentiamo davanti alla parabola della carriera di un cugino che da promettente, negli anni si rivela disastrosa, proprio come quella di suo zio, nostro padre. Lo stesso vale per matrimoni che regalano tranquillità o divorzi che condannano all’infelicità. Deve essere un caso, ci diciamo, anche sua figlia ha divorziato, proprio come la madre, tanti anni fa.
Riusciamo, identificando un destino fra le ricorrenze che capitano ai nostri familiari, a non perdere il senno e accettare quello che di peggio succede intorno a noi. Da questioni personali, come lo scarso affetto che scopriamo nutrire nei nostri confronti da parte di parenti o coniugi, invidie e tradimenti, fino alla scomparsa improvvisa di qualcuno a cui volevamo bene. È un metodo, quello della rassegnazione in nome del destino e dell’ereditarietà, che garantisce un risultato importante: crederci partecipi, sentirci coinvolti da quello che succede alle persone intorno a noi, quando invece, non lo siamo poi tanto. Ci ricamiamo sopra la morale affermando che bisogna abituarsi a tutto per sopravvivere in questo mondo. Continua a leggere

La conversione della patente di guida: da patente italiana a giapponese

(Aggiornato al 14 dicembre 2015)

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Chiunque volesse convertire la propria patente italiana in una patente giapponese (unten menkyo no kirikae – 運転免許の切り替え), per fortuna può farlo in modo piuttosto semplice: basta prendersi un giorno libero per accollarsi alcune procedure burocratiche piuttosto semplici e relativamente economiche, sia in termini di costi che di tempo.

Ecco qui tutto quello che dovete sapere: notizie fresche fresche di giornata.

Punto primo: La traduzione della patente italiana.

① Prendete la vostra bella patente italiana, e guardate la foto. Poteva venire meglio, senza dubbio. Poi guardate che non sia scaduta. Se è scaduta da molto tempo, il kirikae si può fare solo letteralmente, con un paio di forbici. Zac. Va bene, adesso la pianto di fare lo spiritoso.

② Portate la vostra patente italiana al più vicino centro JAF (Japan Automobile Federation – Nippon Jidōsha Renmei – quello della provincia di Osaka si trova a Ibaraki-shi, vicino alla stazione Monorail di Unobe), insieme alla vostra fedelissima Zairyū Card (il permesso di soggiorno – da tenere sempre nel portafogli!) e tremila yen in bocca. Entrate. Salutate. Dite: Menkyo no hon’yaku wo shite itadakitai desu (Vorrei che mi traduceste la patente). Date la vostra patente italiana alla sorridente signorina, pagate i tremila yen e in 10-15 minuti (se non c’è nessun altro prima di voi) la traduzione è pronta. Salutate. Uscite. E il primo passo è fatto. Continua a leggere

Tatiana e i pappagalli

Tatiana Vicentini, redattrice del Burogu, è mancata il 23 novembre 2015. Con questo post la vogliamo salutare e augurarle buon viaggio.

A Tatiana piacevano i pappagalli. Molto. I pappagalli sono animali che sentiamo come familiari anche quando magari non sono i nostri preferiti. Li incontriamo fin da piccoli sulle spalle dei pirati nei libri di avventura o in molti film. Sono animali che non dimentichiamo facilmente, anche perché sono “strani”. Sono dei pennuti ma non volano un granché e al contrario parlano molto e quando aprono il becco, non dicono solo cose carine, ma anche spiacevoli, possono rimproverarci, essere ironici o fare gli spiritosi. Ecco un’altra cosa che piaceva molto a Tatiana: l’ironia. Quella vera, senza limiti, che si trasforma in sarcasmo o satira che non si limita solo a pungere o punzecchiare chi legge, anzi. Era una donna che amava gli animali e detestava i soprusi e le manifestazioni arroganti del potere, anche quello religioso. Le piaceva il rock’n’roll vecchia maniera, quello dei Rolling Stones per capirci, ma anche quello dei Muse.
Insomma quando pensava che fosse il caso andava giù duro con le battute e questa sua attitudine viene fuori dagli scritti postati sul Burogu dove sapeva ironizzare su tanti aspetti della vita in Giappone (provate a leggere le 4 puntate di questo post: Il mio grosso grasso matrimonio giapponese) e su Facebook con cui, un po’ come tutti, aveva un sano rapporto di amore e odio.
Tatiana di solito su Facebook postava molte fotografie e immagini con freddure e battute cretine. Ecco una cosa che abbiamo avuto sempre in comune, la passione per le freddure e le battute cretine, ma veramente cretine. Queste sono le immagini degli ultimi 4 post, quelli del 9 novembre alle 18:00 di sera:

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