Facciamo un gioco?

So che potrebbe sembrare l’inizio di un film horror, ma in realtà e’ qualcosa di completamente diverso.
Il tutto nasce da un discorso con una mia amica: bisogna smettere di lamentarsi dei propri guai, e cominciare a parlare delle cose positive, a cui io ho opposto un “se parlate dei vostri successi allontanate le persone che avete intorno”, un articolo che mi era capitato di leggere qualche giorno prima, corredato dai dati di una ricerca medica.

Allora, per provare quale delle due affermazioni e’ più corretta vi racconto la mia giornata di giovedì
Cominciando dalla notte precedente… Il mio bambino si e’ svegliato in lacrime, piangeva e tossiva, e non riuscivamo a calmarlo. Dopo aver escluso qualsiasi malessere (con termometro e tanta pazienza) ci siamo resi conto che era mezzo addormentato! Un caso di pianto notturno, qualcosa che non gli capitava più da quando era piccolissimo, e a cui – ovviamente – non eravamo per niente preparati (ma quale genitore può dirsi preparato di fronte a cose simili?).
Dopo averlo calmato (idea di mio marito: “cerchiamo di svegliarlo, fagli vedere un cartone animato col cellulare”) e riaddormentato, mi sono resa conto che erano le quattro del mattino! Il giorno dopo mi aspettava il mio primo, impegnativo, giovedì di lavoro: due lezioni di italiano, in due punti diversi della prefettura. Il bambino da portare al nido a ore, con una pedalata (in salita) di circa due km, uscire di casa alle 10:30 e tornare – se va bene – per le 19:30.
Mi sono spaventata, come avrei potuto superare la giornata con solo due ore di sonno? (noi ci svegliamo alle 6:30, perchè mio marito esce per andare al lavoro prima delle 8)

La mattina, come immaginavo, il mio corpo non voleva saperne di alzarsi.
Dopo una colazione abbondante, un caffè e un saluto al marito, mi sono messa in moto: ho preparato il figlio, la nostra cena, ho lavato i piatti e sistemato il bucato. E si sono fatte le dieci (aiuto, non avevo rivisto gli argomenti che avrei dovuto trattare nella prima lezione della giornata, ma pazienza).


Carico figlio e bagagli in bici e parto, con andatura un po’ incerta (quindici kg di passeggero, … kg di mamma, e le borse: meno male che non soffiava il vento!). E, nonostante tutto, arriviamo in poco più di 20 minuti! (ma come ho fatto??)

Lascio la bici al parcheggio della stazione, prendo figlio e bagagli e ci avviamo, arrivando davanti all’asilo con 15 minuti di anticipo! Intravedo l’insegnante, che mi dice “se entra adesso l’orario di ritorno verrà anticipato di 15 minuti” (e in caso di ritardo, all’asilo, scatta un sovrapprezzo di circa 10 euro, aiuto!). Rifiuto l’invito a entrare, e passo il tempo con mio figlio davanti all’ingresso dell’asilo (il piccoletto, per niente rattristato, fa del suo meglio per entrare il prima possibile, andando a suonare il campanello per ben due volte, ahaha!).
Consegno – finalmente – il figlio, e corro a prendere il treno: i tempi sono abbastanza stretti, e arrivo giusta giusta.
Appena in tempo per l’inizio della lezione, sussurro all’incaricata dello staff (ho fatto una corsa, la voce e’ ridotta al minimo) “può chiedere alla signora …. (responsabile della scuola) se potrebbe spostare questa lezione? Mi bastano anche quindici minuti in più…”, e vado in aula.

Come sarà andata la mia lezione?
E’ stata un successo! Abbiamo corretto gli esercizi che avevo dato, aggiunto qualche dettaglio alla spiegazione, e fatto conversazione. Le studentesse hanno partecipato, risposto e riso con me e per i miei scherzi. E mi hanno regalato un buon cioccolato, souvenir di un viaggio in America.

Corro a prendere qualcosa da mangiare al volo (per fortuna che questo paese e’ pieno di supermercati), e corro a prendere il mio treno. Mi aspettava una sosta extra, sulla via per la mia seconda lezione del giorno, per risolvere un problemino di mio marito in banca…
Entro, chiedo scusa e porgo tutti i documenti richiesti, sperando che basti la consegna o poco piu’ e siano veloci nell’esecuzione. Beh, sono rapidissimi, mi liquidano in cinque minuti e mi danno pure dei regalini da portare a casa “per il disturbo che ci hanno causato”.

Eccomi di nuovo sul treno, direzione sud (della prefettura di Nara): decido di fermarmi a prendere un caffe’ sulla strada, all’interno della stazione in cui dovrei comunque cambiare treno. Ed ecco la seconda sorpresa: come sempre, ringrazio per il buon caffè – decisamente il migliore che si può sperare di bere in questa zona – e la commessa mi regala un coupon per un caffè gratis!! Ahaha, un regalo inaspettato che mi tornerà assolutamente utile, praticamente un colpo di fortuna!
Riparto per andare al lavoro.

Nonostante il caffè, comincio a sentirmi stanca. “Come faro’ a reggere per altri 90 minuti?” “Si interesseranno alla mia lezione?” E, ultima ma non meno importante: “Quanti studenti avrò in classe?”

L’anno scorso, informandomi in anticipo, avevo saputo che avrei avuto in classe quaranta studenti! Quest’anno, senza nessuna ragione in particolare, non avevo chiesto niente, riservandomi la sorpresa per il primo giorno di lezione.

Beh, ecco qui la sorpresa: la mia classe comprende 28 studenti quest’anno!!
Continuiamo con le belle sorprese: dopo aver saltellato fra i banchi, e fatto di tutto per mantenere viva l’attenzione degli studenti l’anno scorso, quest’anno avrei fatto meno fatica!
Entro in aula; scambiamo due chiacchere e cominciamo: La mia ultima lezione del giorno, nonostante le premesse, e’ stata grande. Non tanto per quello che può essere il mio parere, ma per la partecipazione che ho visto fra gli studenti.

Finisco la lezione e scappo via: quest’anno mi sono dovuta affidare a un asilo nido a ore, che applica un bel sovrapprezzo in caso non si rispettino gli orari, e devo cercare di ripartire in più in fretta possibile. Alla stazione mi trovo davanti il rapido della compagnia ferroviaria, che richiede un sovrapprezzo… Che fare?
Spendere 510 yen (il prezzo del biglietto del rapido) per evitare di spenderne 1000 per il ritardo al nido? Non c’è bisogno di rifletterci troppo: salgo sul rapido dopo aver comprato il biglietto e mi godo i brevissimi diciotto minuti che mi separano dalla stazione in cui dovrò cambiare treno.

Alla fine della mia lunga giornata, obiettivamente meno faticosa di quello che avevo immaginato, sono riuscita a fare tre ore di lezione divertenti, e che hanno soddisfatto i miei studenti, sono riuscita a percorrere chilometri su chilometri senza arrivare in ritardo all’asilo. Ed avevo anche preparato la cena in anticipo, quindi non ho dovuto fare nient’altro non appena siamo tornati a casa!

Per me questo significa aver passato una giornata fortunatissima!

Allora, vi e’ piaciuto vedere il giovedì coi miei occhi? A me ha fatto piacere raccontarlo. Chissà, magari la teoria che suggerisce di raccontare la propria felicita’ non e’ poi tanto errata!

La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Seconda parte)

Riceviamo e volentieri postiamo un testo di Pio d’Emilia, giornalista (http://www.ilfattoquotidiano.it/oriente-furioso/) e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, dal titolo: La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, una pagina inedita di storia politica e diplomatica. (seconda parte)

Il contesto storico: l’Italia nell’Estremo Oriente

Prima di affrontare la questione principale, e’ cioe’ gli eventi successivi all’armistizio del 1943 e alla  dichiarazione di guerra del 15 luglio 1945, e’ forse utile fotografare la presenza italiana in Estremo Oriente dell’epoca. Secondo dati abbastanza attendibili – corrispondenza privata tra gli ambasciatori Taliani (Pechino) e Indelli (Tokyo), entrambi poi accumunati dal triste destino di internamento e prigionia, memoriale Jannelli e altra documentazione ufficiale rinvenuta presso l’Archivio Storico del MAE – vi erano, alla vigilia dello scoppio della guerra, circa 3000 cittadini italiani in Estremo Oriente. Per la maggior parte si trattava di uomini in uniforme, qualche commerciante, una manciata di studiosi, alcuni missionari. Ma con l’attacco della Germania alla Russia, nel giugno 1941, l’interruzione delle linee marittime dal Giappone (dopo gli accordi di Tokyo con il governo fantoccio di Vichy) e la seconda infiltrazione giapponese in Asia, l’Estremo Oriente rimase praticamente isolato dal resto del mondo. In base ai risultati di questa ricerca,  gli unici italiani che dopo questa data riuscirono a raggiungere l’Estremo Oriente furono  i gia’ citati  Consigliere d’Ambasciata Pasquale Iannelli ed il dr. Michelangelo Piacentini – sorpresi dalla guerra russo tedesca mentre erano  in viaggio sulla ferrovia transiberiana[19], e l’Addetto Navale presso la stessa ambasciata, ammiraglio Balsamo, il quale, attraverso Spagna, Portogallo, Brasile ed Argentina,  riusci’  ad imbarcarsi sull’ultima nave  che dal Sudamerica salpo’ per il Giappone. In senso inverso, l’unico italiano che sia riuscito a tornare in Italia e’ stato invece l’ex console di Manila, tale Rossi, rifugiatosi in Giappone dopo la chiusura dei consolati italiani in territori USA e imbarcatosi come clandestino su un piccolo battello giapponese partito il 16 agosto da Yokohama per il Messico per caricare petrolio.

La  presenza navale italiana in Estremo Oriente era tutt’altro che irrilevante.  Sia quella militare che quella commerciale. Per quanto riguarda quest’ultima, oltre al “Conte Verde” (300 persone), vi erano il  Giuseppe Volpi, 28 Ottobre, Fujiyama e Orseolo, Cortellazzo, Carignano, Ada e una ventina di battelli fluviali che prestavano servizio sullo Yang-Tze (bandiera ed equipaggio italiani, ma capitale misto italo cinese, di una societa’, la CIN, di cui era azionista anche il colonnello Omar Principini, fondatore di alcuni “fasci” locali e addetto militare presso l’Ambasciata italiana in Manciuria. Si tratta dello stesso personaggio che ritroveremo, tra il 43 ed il 45, “incaricato d’affari” della Repubblica di Salo’ a Tokyo, dove pretese ed ottenne le “consegne” da parte dell’ambasciatore Indelli, oramai imprigionato, e dove fu trovato, al rientro delle legittime autorita’ italiane, un ingente quantitativo di oppio [20]. Tutte queste navi, allo scoppio della guerra, si rifugiarono chi nel golfo del Siam, chi in Giappone.  Il “Volpi” e il  “28 ottobre” eseguirono l’ordine di autoaffondamento, mentre il “Fujiyama” riusci’ a raggiungere il Giappone con il suo ultimo carico, forniture FIAT per lo “stato fantoccio” del Manchukuo (Manciuria). Sia il “Fujiyama” che l’ “Orseolo” che il “Cortellazzo”, continuarono per qualche tempo a fare la spola con l’Atlantico, portando carichi da e per l’Italia e la Germania (ultimo viaggio nel 1943). Anche il “Conte Verde”, dopo anni d’inattivita’, venne noleggiato dai giapponesi e utlizzato per una missione delicata assieme ad un piroscafo giapponese, l'”Asama Maru”: lo scambio di diplomatici e cittadini  inglesi e americani a Lorenco Marques, in Mozambico, con diplomatici e cittadini giapponesi. Il “Conte Verde” porto’ a termine con successo la missione, tornando poi a oziare nel porto di Shangai prima del sequestro, illegale, da parte delle autorita’ giapponesi. Sequestro che come vedremo rappresenta il “titulus” per le successive richieste di risarcimento e le azioni civile intentate contro il governo giapponese e culminate con il tentativo di pignoramento presso il Consolato del Giappone a Milano[21]. Il nostro socio prof. Takeshita Toshiaki, che attualmente insegna giapponese presso l’Universita’ di Bologna ma all’epoca dei fatti era impiegato presso il Consolato, ricorda il grande imbarazzo delle autorita’ consolari giapponesi ed il “provvidenziale” intervento risolutorio da parte di un ministro, probabilmente l’on. Aldo Moro, all’epoca ministro degli esteri. Fu proprio questa vicenda, ed altre che vedevano come protagonisti altri piccoli creditori, che spinsero il governo giapponese ad accettare, obtorto collo, l’idea di dover addivenire ad una transazione che prevedesse in qualche modo il riconoscimento dei danni ingiustamento provocato a persone fisiche e giuridiche italiane, provvedendo al risarcimento degli stessi.
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La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, di Pio d`Emilia (Prima parte)

 Riceviamo e volentieri postiamo un testo di Pio d’Emilia, giornalista (http://www.ilfattoquotidiano.it/oriente-furioso/) e corrispondente dal Giappone per Sky Tg24, dal titolo: La guerra dimenticata tra Italia e Giappone, una pagina inedita di storia politica e diplomatica. (prima parte) —–

C’e’ un episodio, tra i tanti della seconda guerra mondiale, che abbastanza comprensibilmente ignorato dalla storiografia internazionale, lo e’ un po’ meno comprensibilmente dagli storici italiani e giapponesi. Si tratta della dichiarazione di guerra “fantasma” (vedremo poi perche’) dell’Italia al Giappone, avvenuta il 15 luglio 1945[1].

Una dichiarazione di guerra “nominale”, come vedremo,  frutto di valutazioni politiche rivelatesi in seguito profondamente errate[2], ma che rappresenta comunque il punto d’arrivo di una serie di eventi drammatici iniziati con l’armistizio dell’8 settembre 1943 (nella terminologia giapponese dell’epoca, ma anche successiva, il cosiddetto “tradimento”[3]) e quello di partenza di un contenzioso (prima politico/diplomatico, poi squisitamente giuridico) che ancorche’ apparentemente risolto potrebbe invece rivelarsi tutt’ora fertile terreno per eventuali azioni di risarcimento da parte di cittadini italiani che lamentassero “danni morali o materiali  certi e documentabili”. I quali potrebbero, secondo il parere di alcuni esperti, adire la magistratura ordinaria giapponese e chiedere un risarcimento del danno[4]. Cio’ potrebbe valere non solo per i protagonisti noti di quei tristi avvenimenti – tra i quali il nostro presidente prof. Fosco Maraini, e il dr. Michelangelo Piacentini – ma anche, tanto per fare qualche esempio, per gli eredi del comandante Prelli, responsabile della flotta italiana in Estremo Oriente, di stanza in Cina, fatto uscire con uno stratagemma dell’Ambasciata di Tokyo, dove si trovava in visita riservata, e fatto sparire sino alla resa , di altri 61 cittadini italiani residenti all’epoca in estremo oriente , le cui domande, chi per una ragione chi per un’altra non sono state soddisfatte,  e soprattutto quelli di un martire dimenticato da tutti, il Primo Ufficiale Macchinista Ernesto Saxida, deceduto tra atroci sofferenze dopo essere stato utilizzato come cavia umana da un certo Tokuda, “medico” di un campo di concentramento nei pressi di Yokohama dove si praticava su base artigianale cio’ che la famigerata Brigata 731, in Manciuria, praticava a livello industriale: crudeli esperimenti clinici “in corpore vili”[5]. Sui prigionieri di guerra, insomma. Continua a leggere

Il primo bianco

(puntata 42) di Michele Pinin

                                                                                                         vera gioia è la serietà

Ci piacciono le sorprese, anzi le adoriamo. Ci piace stupire e stupirci. Anche a costo di farci del male. Ci piace sorprendere e sorprenderci. Quasi tutto quello che accade, sembra una sorpresa. Dimentichiamo che la parola “sorpresa” ne trascina un’altra. Ogni sorpresa è una conseguenza. Azione e reazione. A prima vista non sembra, molte delle sorprese, ce le procuriamo.
La questione inizia quando ammettiamo che insieme a quelle positive, ci procuriamo anche le sorprese negative. Viene da pensare subito ai grandi temi: il pianeta e la natura. Abbiamo seminato fabbriche per tutto il pianeta e ci stupiamo dell’inquinamento degli oceani, dei ghiacciai che si sciolgono, delle mezze o intere stagioni che abbandonano il mondo. Stabilito che la temperatura ideale è fra i venti e i venticinque gradi teniamo accesi tutto l’anno le caldaie e i condizionatori d’aria per poi stupirci del nostro corpo debole e malaticcio.
Le organizziamo anche su misura le sorprese negative. Scegliamo di fare un mestiere che non ci piace, vivere con la prima persona di cui ci innamoriamo, facciamo figli desiderati e non voluti, compriamo oggetti di cui non abbiamo un reale bisogno. Lo stress che deriva da queste decisioni, ci stupisce e quando perdiamo la pazienza, ci chiediamo come mai. Cerchiamo rifugio in palestra, dove chi si mette a guardare gli esercizi che facciamo o attacca bottone mentre sudiamo, ci infastidisce. Rimaniamo sorpresi da quanto gli altri possano essere invadenti.
Mayuko ci ricadeva spesso e faceva ragionamenti così. Si lasciava andare a pensare in questo modo, che potremmo definire adolescenziale. Di tutta un’erba un fascio. Con la scusa che in treno a navigare con il telefonino si stufava, da qualche tempo, aveva preso l’abitudine di provare a immaginare cosa avrebbe pensato del mondo Ryu, il primo figlio, una volta adolescente. Continua a leggere

La storia del vero Galaxy Express: dalla ferrovia di Kenji Miyazawa a L’isola di Giovanni

Nel podcast numero 48 dell’ottimo Fantascientificast ho avuto il piacere di una chiacchierata con i fondatori Omar e Paolo  sulle origini del Galaxy Express. Per i dettagli e sorattutto per gli altri interventi vi rimando al podcast, qui riporto alcuni appunti e riferimenti: 


La  famosa serie televisiva (e manga) di Leiji Matsumoto trae la sua ispirazione dal libro di Kenji Miyazawa, Una notte sul treno galattico, tradotta magistralmente da Giorgio Amitrano. Lo stesso Amitrano, nell’introduzione, cita un film di animazione (1985) estremamente fedele all’originale (qui su youtube), in cui i protagonisti, Giovanni e Campanella (in italiano anche nell’originale giapponese) sono però rappresentati come due gatti. 


Nel 2014 è uscito un lungometraggio di animazione (I.G. studio, diretto da  Mizuho Nishikubo) che tratta il problema della rilocazione forzata – alla fine della Seconda Guerra mondiale – dei giappponesi che vivevano a nord di Hokkaido da parte dell’Unione Sovietica (Qui un interessante articolo sui decessi a seguito della rilocazione). Il libro di Miyazawa ha una importanza centrale nella storia, in cui i nomi dei due  bambini protagonisti si ispirano a Giovanni e Campanella.  

Per tornare a Matsumoto ed al “suo” treno, (qui un sito dedicato alle sue creazioni) vale la pena menzionare che una gigantografia del treno con Maetel e Tetsuro accoglie i visitatori alla stazione di Fuchinobe, ove si trovano gli uffici e laboratori dell’ISAS-JAXA, agenzia spaziale giapponese.  

(Ribloggato da qui)